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Pete Whittaker
Fotografia di Immagine grafica © archive Alberto Tadiello
Coffee Break Interview: Pete Whittaker & Luca Schiera
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Luca Schiera
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Coffee Break Interview: Pete Whittaker / Luca Schiera

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Il climber inglese Pete Whittaker e l'alpinista lecchese Luca Schiera sono intervistati da Daniela Zangrando per la puntata #11 del suo progetto Coffee Break Interview, per esplorare sogni, desideri e limiti dei protagonisti dell'arrampicata e dell'alpinismo.

PETE WHITTAKER

Daniela Zangrando: Il passo chiave*.
Pete Whittaker:
La chiave sta sempre nell’iniziare qualcosa. Perché l’idea di fare qualcosa è facile. E una volta che la cosa la stai facendo, è facile. Ma è iniziare la parte più difficile. Quando riesci a superare lo scoglio dell’"iniziare", tutto è possibile. Chiunque ha idee e sogni, ma la gente non inizia mai. E se mai si parte, tutto resta distante e sembra irraggiungibile. Solo iniziando a fare si può vedere la progressione (che ha un positivo effetto a catena) e probabilmente raggiungere i risultati molto più in fretta di quanto si pensi. Il passo chiave è iniziare.

D.Z.: Cosa vuol dire spostare il limite?
P.W.:
Per essere davvero in grado di spostare il limite, ci sono tre tipi di fattori che vengono coinvolti. Sono: 1. Aspetti fisici. 2. Aspetti mentali. 3. Aspetti emozionali.
Il tuo corpo, la mente e le emozioni devono essere spinti e lavorati oltre ad un punto che si trova al di fuori della zona di comfort. Secondo me tutti e tre gli aspetti vanno coltivati per ottenere che qualcosa o qualcuno oltrepassi i limiti.
Spostare il limite significa poi penetrare in un nuovo campo, da qualche parte o in qualcosa che nessuno ha visto o vissuto. Devi essere "il primo" a spingerti oltre, non puoi semplicemente metterti in relazione a esperienze che gli altri hanno già fatto.
Solo i migliori e i vincitori possono spostare i limiti.

D.Z.: I tuoi limiti, ora.
P.W.:
Non sento di avere un limite in nulla. Ogni volta che ho un obiettivo, credo che sarà questo il limite, poi quando lo raggiungo mi accorgo che non ero neanche vicino a quello che sono capace di fare. Penso letteralmente: «Oh, è stato un bel punto di partenza, qual è il prossimo?». Probabilmente sono una di quelle persone a cui sembra di non aver mai raggiunto il proprio limite personale, cosa che è sia positiva che negativa. È grandiosa, perché così cerchi sempre di fare meglio e sforzandoti di fare meglio finisci per fare le cose bene, che è una sensazione soddisfacente. Tuttavia, come controparte negativa, quando finisco un progetto che ho pensato potesse spostare i limiti, penso: «Ok, è stata dura, ma ne posso fare di più difficili. Qual è il prossimo?» Questo ciclo continuo può diventare stancante.

D.Z.: Se non dovessi più fare il climber, cosa faresti? Hai un piano altro, parallelo?
P.W.:
Così tanti climber professionisti e climber che vivono "la vita da climber" dicono: «Non potrei immaginare la mia vita se non fossi un climber.» Questo per me non è assolutamente vero. Potrei farlo, totalmente. Per me arrampicare è solo "una cosa" non "la cosa" in cui sono caduto. Non fraintendermi: io adoro assolutamente l’arrampicata, ma questa "cosa" per me poteva essere un’altra. È solo successo che stessi arrampicando.
Se non avessi fatto il climber, ho sempre detto che avrei cercato di fare comunque qualcosa al massimo delle mie capacità. Non riesco a puntare il dito verso quello che potrebbe essere. In ogni caso, penso che sarebbe un’attività in grado di coinvolgere aspetti fisici e mentali visto che sono queste le variabili che mi interessano.

D.Z.: Cosa ti piacerebbe cambiare del mondo dell'arrampicata? Di questo che a tutti gli effetti penso sia il tuo lavoro?
P.W.:
L’arrampicata sta diventando sempre di più il mio lavoro, e di questo sono felice perché amo scalare. Non cambierei davvero nulla dell’arrampicata. Il bello è che ci sono così tanti modi per praticarla, così tante discipline, e discipline all’interno delle discipline. È superlativo, perché puoi sempre provare qualcosa di nuovo. La gente dovrebbe fare delle prove, riconoscere che l’arrampicata è multidisciplinare, ed essere grata per questo visto che offre un sacco di divertimento diverso a un sacco di persone diverse.
Puoi specializzarti in montagna, puoi scalare in velocità, partecipare a competizioni, fare gare soltanto di blocchi boulder, o salire boulder all’aperto, andare su grandi pareti, salire le grandi pareti alpine, o cracks, trad, sport, perfezionarti su base di resistenza, di potenza, su tacche, su svasi, su arenaria, granito, calcare, arrampicata con la corda, senza corda, a piedi nudi, con scarpette, in costume. L’elenco delle discipline, delle nicchie e degli aspetti dell’arrampicata è infinito. Questo è il bello. L’arrampicata è multidisciplinare e le persone devono capirlo. Non dovrebbero snobbare un altro aspetto solo perché pensano che la loro disciplina sia la migliore. Tutti si divertono a scalare a loro modo ed è una cosa fantastica. ;-)

D.Z.: Descrivimi il luogo. Quel posto che senti tuo. Dove puoi rifugiarti, pensare, distruggere, gridare.
P.W.:
Per me i posti in cui è più facile stare sono quelli con uno/due amici molto stretti o con dei componenti della mia famiglia. Mi sento più fiducioso, produttivo e apprezzato in queste situazioni. Ogni volta che sono coinvolti grossi gruppi di persone, mi sento meno sicuro e in generale un po’ uno schifo anche nelle cose che ho da fare.

D.Z.: E per ultima cosa un sogno. Che meriti di essere chiamato tale.
P.W.:
Non ho un sogno su tutti, di quelli che mi fanno dire: «Se lo esaudisco, sarò felice.» Perché quando arrivo a mettere le mani su qualcosa, come ti ho detto prima, sono già pronto per quella che segue. Perché dovrei fermarmi quando ottengo un risultato? Non avrei niente da fare, mi annoierei così tanto, non saprei cosa fare con me stesso. Qualunque cosa io faccia, conduce sempre alla successiva. Non è necessario che sia più difficile, ma per me deve esserci sempre qualcos’altro. Non vorrei mai semplicemente sedermi e dire: «Ahhhhhh sono arrivato al mio obiettivo, ora sono soddisfatto.» Probabilmente sono molto più felice quando lavoro per raggiungere sogni e obiettivi di quando li raggiungo.


LUCA SCHIERA

Daniela Zangrando: Il passo chiave.
Luca Schiera:
Su un tiro è il passaggio più difficile, dopo devi arrivare fino alla fine. In una via invece il passo chiave può essere ovunque, anche dove non te lo aspetti: magari è dove pensi sia diventato tutto più facile o magari è la discesa, alcune volte è solo trovare la voglia di partire.

D.Z.: Cosa vuol dire spostare il limite?
L.S.:
Capire qual è il limite, immaginare come spostarlo, e farlo restando sempre motivati.
Il limite è sempre lì davanti, ma rimane irraggiungibile: se smette di allontanarsi o lo raggiungi hai finito di migliorare.

D.Z.: I tuoi limiti, ora.
L.S.:
Ho in mente un sacco di cose e dovrei focalizzarmi su poche, mi annoio in fretta se non ho stimoli nuovi. Ora però riesco a capire abbastanza bene quali siano i miei limiti fisici.
In generale credo che i limiti dipendano da quanta motivazione, immaginazione e paura hai.

D.Z.: Se non dovessi più fare il climber, cosa faresti? Hai un piano altro, parallelo?
L.S.:
Ho sempre scalato e faccio fatica a pensare di non farlo. Non faccio piani, ma riesco a immaginare altro oltre l’arrampicata. Sicuramente deve esserci qualcosa di avventuroso o esplorativo, che poi è quello che cerco nell’alpinismo. La cosa unica dell’arrampicata è che ti fa avere una consapevolezza di corpo e mente che non ho mai trovato in altri modi.

D.Z.: Cosa ti piacerebbe cambiare del mondo dell'arrampicata? Di questo che a tutti gli effetti penso sia il tuo lavoro?
L.S.:
Non è il mio lavoro ma è sicuramente la cosa che mi occupa di più. In generale direi che è bello.
Forse ci sono troppe chiacchiere inutili, perché la realtà è che scalare è difficile, ed è molto più facile criticare. Non ci sono regole o classifiche (per fortuna) e penso che quindi possiamo fare quello che ci pare e come ci pare. Non c’è motivo di essere invidiosi.
Quello che mi stupisce di più è che ancora tantissime persone non abbiano interesse a proteggere l’ambiente. Penso non sia giustificabile visto che chi scala fuori dovrebbe essere consapevole di viverci dentro.

D.Z.: Descrivimi il luogo. Quel posto che senti tuo. Dove puoi rifugiarti, pensare, distruggere, gridare.
L.S.:
Un viaggio. Posso isolarmi completamente senza sentire il bisogno di parlare con nessuno per giorni.

D.Z.: E per ultima cosa un sogno. Che meriti di essere chiamato tale.
L.S.:
Ogni volta che mi sveglio li ho già dimenticati.

Daniela Zangrando 

>> Tutti gli articoli Coffee Break di Daniela Zangrando 

* Il termine "crux" in inglese identifica sia "il passo chiave" in senso alpinistico che "la chiave" vista come punto cruciale, soluzione, elemento nodale della vita quotidiana. Gli intervistati sono stati lasciati liberi di intendere o fraintendere il termine a loro piacimento.

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