Marco 'Thomas' Tomassini, prolifico chiodatore di Finale Ligure
archivio Tomassini

Una chiacchierata con Marco Tomassini sullo stato dell'arte dell'arrampicata a Finale. Di Massimo Malpezzi

Una chiacchierata con Marco Tomassini, prolifico chiodatore di Finale Ligure, sullo stato dell'arte dell'arrampicata e le falesie nel Finalese. Di Massimo Malpezzi.
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Marco 'Thomas' Tomassini, prolifico chiodatore di Finale Ligure
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Arrampico a Finale sin dagli anni '80, sono affezionato a queste rocce, ai profumi, ai paesaggi che si estendono fino al mare e alle belle giornate invernali quando, altrove, ci sono zero gradi e sulle placche finalesi ci si scalda in maglietta. È qui, mentre stavo allestendo una mia mostra fotografica dedicata all’arrampicata durante la prima edizione di Finale For Nepal nel 2012, che ho conosciuto Marco "Thomas" Tomassini.

Thomas inizia ad arrampicare negli anni '80 trasferendosi proprio a Finale Ligure. In breve viene attirato dall'idea di attrezzare e chiodare itinerari di arrampicata e nel giro di 35 anni chioda centinaia di tiri, fino a pubblicare nel 2007 la sua prima guida "Finale by Thomas”. Nel 2022 pubblica il ciclopico volume "Finale Climbing" edito da Versante Sud, 790 pagine con tutte le falesie finalesi, oltre a molte altre interessanti pubblicazioni dedicate all'area finalese.

Da allora ci si incontra spesso a Finalborgo. Ogni tanto entro al negozio Salewa Mountain Shop dove lavora per salutarlo e capita qualche volta di rimanere in attesa che si liberi dai climber stranieri che gli chiedono informazioni sulle falesie consultando la sua voluminosa guida dedicata proprio alla "pietra" di Finale. Thomas è decisamente uno dei più prolifici chiodatori e scopritori di nuove location, sinonimo di chiodature sicure e qualità dei tiri, ma anche di un lavoro faticoso nella richiodatura di interi settori spesso caduti nell'oblio e tornati sapientemente in auge. Insomma, quando scaliamo non dovremmo mai dimenticare chi ci fa divertire e forse varrebbe la pena di raccontare l'enorme lavoro di Thomas. Ho voglia di conoscere più da vicino il suo impegno legato alle chiodature e anche di capire meglio lo stato dell'arte sul panorama complessivo dell'area di arrampicata finalese. Così ci troviamo in un pomeriggio di fine gennaio al parcheggio di Lacremà; obiettivo è un settore nuovo a Casa del Vacchè, un'opportunità per capire come nasce una falesia e proseguire la chiacchierata più tardi davanti a una birra.

Ci incamminiamo verso i settori e la prima curiosità è chiedergli come è cambiata la frequentazione delle falesie nel nuovo millennio. Thomas mi racconta che “l'arrampicata negli ultimi decenni è cambiata parecchio, a cominciare dal numero di palestre indoor che hanno fatto aumentare il numero di arrampicatori e hanno influenzato anche i metodi di allenamento. Le pubblicità in TV dove si vedono arrampicatori e il fatto che, finalmente, sia diventato uno sport olimpico, hanno fatto il resto. Naturalmente, aumentando il numero di arrampicatori, aumenta anche la percentuale di quelli inesperti o improvvisati e il numero degli incidenti (che, tutto sommato, nel finalese non sono poi così tanti). Ma alla fine sulla Pietra di Finale incontri sempre le generazioni old school, diciamo "la vecchia guardia", che da sempre scalano su queste meravigliose falesie.”

Ci fermiamo a prendere fiato e incalzo con domande: ma esistono ancora falesie obsolete, intendo con chiodature pericolose o dimenticate? “Nel finalese attualmente si possono contare non più di 10 falesie ancora con vecchie placchette o vecchi chiodi da fessura, come ad esempio il Konvento, la Bastionata centrale di Boragni, Canazei, il Dimenticatoio 1 e 2, Lacremà settore Alto, Omo Ora settore Basso e Alto, Strapatente settore Sinistro e Cresta degli Uccelli. Ci sarà ancora da lavorare per portarle in sicurezza.”

Thomas, ho notato che la chiodatura finalese si sia omologata sia per quanto riguarda le distanze tra le protezioni, sia per l'attrezzatura usata, cioè ancoraggi e resina, rendendo la scalata il più sicuro possibile. “La distanza tra le protezioni dipende molto dallo stile di chiodatura degli addetti ai lavori. Siccome ormai la maggior parte delle falesie moderne è stata chiodata da Giorgio Delfino (che attrezza in maniera particolarmente ravvicinata) e in parte anche da me (che ho all'incirca lo stesso stile), risulta che le falesie più recenti siano attrezzate con distanze più ravvicinate tra le protezioni. Il materiale che viene usato invece è abbastanza unificato, ma il motivo è principalmente legato al fatto che ormai esistono diverse aziende specializzate che producono ancoraggi inox specifici per l'arrampicata sportiva, cosa che fino a qualche decennio fa non esisteva e ci si arrangiava con materiale generico da ferramenta. Inoltre, data l'alta porosità della roccia finalese, è stato necessario per forza di cose passare agli ancoraggi inox resinati e tralasciare i tasselli meccanici (spit e fix) più adatti a rocce più compatte (come ad esempio il granito).”

Arriviamo sotto il settore che Thomas sta chiodando e la domanda è spontanea: sei decisamente un punto di riferimento per quanto riguarda la scoperta di nuove falesie e la chiodatura. Ma come avviene esattamente il lavoro di valorizzazione, scoperta e chiodatura? “Normalmente individuo un settore che mi ispira e scelgo di solito settori che hanno un buon potenziale di espansione (vedi ad esempio Bric Reseghe, che da 11 vie è passato a 70). Inizio pulendo la base della falesia e poi, seguendo una traccia di sentiero, raggiungo la sommità della falesia. Mi calo su una linea esistente (se da richiodare) o una linea nuova e inizio con una pulizia generale, più che altro per fare in modo che non mi cada niente sulla testa mentre scendo. Dopodiché risalgo la corda fissa con i bloccanti per provare i movimenti e segnare i punti dove andrò poi a praticare i fori. Riparto da terra con il tassellatore e faccio tutti i fori, poi li depolvero, facendo attenzione alla qualità della roccia, al punto di contatto dei moschettoni con essa e cercando di calcolare al meglio le eventuali cadute degli arrampicatori. Infine risalgo per resinare tutti gli ancoraggi. Qui la parte più breve e meno faticosa è fatta, dopodiché mi occupo della pulizia finale, che normalmente richiede la maggior parte del tempo e della fatica... terra, rovi, rami, radici, pietre e massi che spesso sono radicati da tempo su cenge, fessure e buchi sono il lavoro più duro.”

Ma scusa Thomas, a Finale Ligure chiunque può chiodare? Esiste una sorta di "comitato" dove c'è un controllo sulle proposte di nuove chiodature? “Attualmente a Finale Ligure non esiste nessun tipo di comitato per regolare chiodature o richiodature, dunque chiunque può chiodare, ci si augura sempre nel migliore dei modi e con il materiale più adatto. I diversi stili di chiodatura ne sono una prova tangibile.”

Certo che chiodare costa (oltre all'immane fatica generale), mi domandavo se esiste una sorta di colletta o raccolta fondi che ti supporta o se ci sono degli sponsor che ti aiutano. “Ho la fortuna di essere in parte aiutato con una piccola sponsorizzazione dall'azienda per la quale lavoro (Salewa) e qualche fondo lo recupero dalla cassetta delle offerte che ho lasciato in negozio (Mountain Shop) a disposizione dei clienti. Anche la casa editrice Versante Sud, con la sua bella iniziativa Books for Bolts, in questi anni mi ha aiutato. Ma devo dire che io ho iniziato ad arrampicare e chiodare nel 1988 e solo negli ultimi anni ho avuto la fortuna di essere sostenuto con un contributo in materiale. Le ore di lavoro che stanno dietro ad anni, anzi decenni, di chiodatura sono incalcolabili.”

La nostra chiacchierata continua dopo una bella giornata a Casa del Vacchè, dove ho potuto seguire il lavoro di chiodatura di un settore nuovo (settore Diedri) che prossimamente diventerà un docufilm. Con le gambe sotto il tavolo, al Bar di Porta Testa di Finalborgo e al caldo, proseguo a far domande a Thomas.

Senti, veniamo all'annoso dilemma del grado finalese. La leggenda dice che scalare a Finale sia difficilissimo, a differenza di altre location. Insomma, il 5b e il 5c spesso puniscono chi pensa di dominare queste difficoltà. A questo proposito, come ti poni con alcune gradazioni old style piuttosto severe degli anni '80/'90 rispetto alle tue nuove proposte? Ti discosti da quella severità senza seguire la mitologia finalese, gradando in maniera più classica? “Le vie del finalese hanno spessissimo una caratteristica in comune, ed è quella di avere un passo singolo molto duro, ubicato quasi sempre pochi metri sotto la catena, o più raramente affrontando brevi bombé in partenza. Dunque i passi singoli sono spesso il primo problema di valutazione delle vie. In secondo luogo, la difficoltà delle vie sappiamo bene come sia soggettiva e non misurabile (gli unici parametri realmente misurabili sono la lunghezza e l'inclinazione). Specialmente per quanto riguarda le vie storiche, i gradi sono stati compressi per decenni in quanto non si pensava umanamente possibile scalare oltre una certa difficoltà (un tempo ancora calcolata con la scala UIAA in numeri romani). Io comunque preferisco gradare in maniera più soft, ma spesso, sulla mia guida, ho lasciato le vie storiche con le valutazioni di difficoltà originali.”

Finalmente arriva un bel boccale di birra, e la domanda successiva è legata al problema degli avvicinamenti, spesso privi di indicazioni sul posto, intendo una cartellonistica (discreta) in stile Valle del Sarca. Molti a Finale Ligure vagano nel dedalo di tracce e sentierini, deviazioni su deviazioni. Non sempre è tutto chiaro nonostante le guide cerchino di dare indicazioni precise. Non sarebbe utile un lavoro di segnaletica più sistematica? Thomas sorride. “Proprio in questi mesi, con un progetto finanziato dal Comune di Finale Ligure e portato a termine dall'associazione Finale Outdoor Region, finalmente sono state installate frecce con indicazioni sui vari bivi per quanto riguarda sia il trekking, sia il climbing sia la mountain bike. Dunque qualcosa si è mosso. Speriamo poi nella manutenzione, perché puntualmente finisce che qualcuno che non gradisce pannelli e frecce li rompa.”

Mi viene in mente, a proposito di accessi, l'area di Monte Sordo che oggi è soggetta a divieto di transito per le auto. Esistono parcheggi idonei a valle? E questa soluzione di chiusura è esportabile per altre realtà? “È una domanda a cui rispondo volentieri con più attenzione. Purtroppo l'area di Monte Sordo non è più agibile al transito o alla sosta per i non residenti (tranne ospiti di bed & breakfast, agriturismi o case vacanza e ai mezzi di soccorso, naturalmente). In realtà questa zona è sempre stata interdetta ai non residenti, soltanto che negli ultimi anni la quantità di arrampicatori è aumentata esponenzialmente e sono aumentati anche camper e furgoni che continuano a sostare e campeggiare lungo la strada. In aggiunta, si è notato che, purtroppo, una parte dei turisti ha la brutta abitudine di abbandonare i rifiuti lungo la strada e di servirsi delle piazzole come toilette. Il risultato finale è stato una piccola strada a doppio senso di marcia intasata, carta igienica dappertutto e problemi di passaggio e manovra sia per i mezzi di soccorso che per le auto private dei residenti. Anch'io, da arrampicatore e chiodatore quale sono, vorrei parcheggiare il più vicino possibile alle falesie, ma bisogna pensare anche che ci sono persone non interessate alla nostra realtà, che hanno semplicemente voglia di stare tranquille e di non dover lottare per un parcheggio su una strada che, in realtà, è sempre stata riservata solo ai residenti. In questi ultimi anni diversi abitanti di questa valle hanno contattato più e più volte il Comune di Finale Ligure e il sindaco lamentandosi, a ragione, di questa situazione e alla fine il divieto, che per anni era solo un cartello dimenticato e poco considerato, è diventato semplicemente una realtà, con tanto di controlli e multe al seguito. Dunque, non essendoci attualmente alternative, è consigliabile parcheggiare a Finalborgo o nel parcheggio dedicato a Rocca di Perti lato autostrada. Lo stesso discorso vale, ad esempio, per Calvisio Vecchia (falesie di Lacremà, Bric Reseghe, Casa del Vacchè, ecc.) dove, tranne i pochi parcheggi disponibili vicino alla chiesa, conviene parcheggiare nei pressi della sottostante strada provinciale, nonostante si aggiungano 10 minuti di ripida rampa in salita all'accesso alle falesie, ma evitando antipatiche multe.”

Siamo ora in un bel locale dentro le mura di Finalborgo, uno dei luoghi tra i più belli dell'entroterra finalese. Domando come sia cambiato oggi Finalborgo, il centro ricettivo per eccellenza per chi viene a scalare a Finale. È nato anche un nuovo grande movimento, quello della MTB e della bici. Cosa ne pensi? “Finalborgo è meta ormai indiscussa per l'outdoor a livello europeo, e ormai anche a livello mondiale. Negli ultimi 10 anni si è sviluppata tantissimo la presenza della mountain bike, così come era accaduto negli anni '90 con i climbers. Ovviamente, di pari passo, sono aumentati anche i locali come bar, ristoranti, strutture ricettive in genere e negozi di articoli sportivi specializzati. Personalmente ne sono felice: il divertimento attraverso discipline sportive è sempre positivo e soprattutto crea lavoro per intere famiglie, permettendo alle attività commerciali di sopravvivere e rinnovarsi.”

Si è fatto tardi e l'ultima curiosità è d'obbligo: hai in serbo nuovi progetti e nuove chiodature? Oppure Finale Ligure sta ormai esaurendo la sua vena di pietra scalabile? “Sono 9 anni, con alcune piccole "pause", che mi dedico all'espansione di Casa del Vacchè, dove siamo stati oggi. Attualmente ci sono una settantina di tiri, ma c'è ancora davvero molto spazio per tracciare nuove belle linee su un'eccellente qualità di roccia. Spero finalmente di terminare i lavori a marzo di quest'anno, dedicandomi poi ai ritocchi. Finale Ligure comunque non finisce mai di stupire e piccole gemme spuntano sempre, come ad esempio la Falesia della Madonna, nella valle di Rian Cornei. Ci sono poi due falesie che sarebbero ancora da richiodare e dove il potenziale di espansione è assai elevato: il Konvento e la Bastionata centrale di Boragni. Saranno necessari chiodatori con tanta passione e tempo a disposizione per completarle, specialmente per quanto riguarda Boragni, dove la parete, molto vasta, si presta anche alla chiodatura di nuovi itinerari multipitch.”

Ci salutiamo in una fredda serata di fine gennaio, pronti a lavorare sul video che racconterà tutto di questa bella chiacchierata. Quindi a presto e buone arrampicate sulla Pietra di Finale.

- Massimo Malpezzi, Milano




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