Piccole avventure di roccia e di mare sull’Isola di Marettimo
Un paio d’anni fa l’amico e collega Michele Barbiero mi propone di andare a ripetere una via di Alessandro Gogna e compagni sull’Isola di Marettimo, nelle Egadi.
Da sempre, entrambi subiamo il fascino irresistibile dell’arrampicata mediterranea, e non ci metto molto a lasciarmi convincere. Per anni ho sfogliato avidamente le pagine di Mezzogiorno di Pietra, un libro dello stesso A. Gogna dato alle stampe nel 1982 che mi ha sempre stupito per quanto fosse originale e all’avanguardia. Un volume che è una fonte inesauribile di spunti esplorativi, una sorta di Bibbia imprescindibile per tutti quegli scalatori che hanno "un occhio in cielo e l’altro a mare" (cit.).
Di quel volume, Marettimo è l’ultima Thule, con la sua costa Ovest costituita da inaccessibili pareti di Dolomia Principale che si tuffano direttamente in mare.
Programmiamo con largo anticipo una mini vacanza di 3 giorni per il mese di maggio, alla quale si si aggrega anche Marco Bergamo, che per l’occasione abbandona i calcari argentati del suo Agner per prendere una boccata d’aria piena di salsedine. Sappiamo bene che le condizioni del mare la fanno da padrone, e non è nemmeno detto riusciremo ad arrivare alla nostra parete, denominata Punta "Paolo & Francesca"…
Partiamo in barca sotto un cielo plumbeo e su un mare agitato, con Peppe al timone che da vero marinaio se la ride sotto i baffi nel vedere gli sguardi perplessi di tre guide alpine in balia delle onde. Valutiamo le nostre possibilità di sbarco come prossime allo zero, per via della forte risacca, e invece grazie alla maestria del nostro capitano riusciamo a saltare e ad atterrare sugli scogli senza fare il bagno.
Sopra di noi, il diedro della via L’Urlo ha un aspetto vagamente orrido, mentre qualche decina di metri più a destra un’invitante fessura solca per intero la parete e ci induce in tentazione… non serve spendere tante parole: il richiamo dell’ignoto prende il sopravvento e senza battere ciglio ci lanciamo verso questa linea sconosciuta ma troppo evidente per essere ignorata.
Salendo ci entusiasmiamo sia per la qualità della roccia (che è inaspettatamente buona, per gli standard di Marettimo che è un po’ il regno del friabile) sia per la bellezza della scalata, mai troppo difficile e ben proteggibile.
Arrivati con 4 splendide lunghezze in cima alla parete, decidiamo di proseguire l’itinerario nella parte alta, raggiungendo con altri 3 tiri la vetta di Punta Pegna. Da qui l’avventura è tutt’altro che finita, perché bisogna individuare un itinerario di discesa sul versante opposto, tra fasce di roccia interrotte dalla macchia mediterranea più fitta.
Quando riusciamo a riportarci in riva al mare, intravediamo Peppe con la sua barca che è venuto a recuperarci e capiamo che forse alla sera dormiremo in un letto e non tra i cisti e le euforbie.
Il mare ingrossato ci richiede una buona mezz’ora per riuscire e risalire a bordo, e nel frattempo il sole per la prima volta nella giornata si libera dalle nuvole, mettendo in risalto la natura potente e selvaggia di quest’isola, e regalandoci un dolce rientro alla luce del tramonto.
– Alessandro Beber, Margone, Valle dei Laghi (TN)
P.S.: non avendo trovato segni di passaggio, crediamo che quella scalata possa essere una via nuova, alla quale abbiamo dato il nome I marinai tornano tardi prendendo spunto da una canzone di Murubutu dedicata alle solitudini di chi lavora per mare e al dolore di chi aspetta.











































