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Pascoli tirolesi
Fotografia di Simonetta Radice
Verso Sankt Jodek
Fotografia di Simonetta Radice
Coop VI.P Val Venosta
Fotografia di Simonetta Radice
Caseificio Learner val d'Ega
Fotografia di Simonetta Radice

We Are Alps: un viaggio lungo l'arco alpino alla ricerca dell'agricoltura che resiste

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Il tour We Are Alps organizzato dalla Convenzione delle Alpi e raccontato da Simonetta Radice. Parte seconda: dalla Val Poschiavo al Tirolo Austriaco.

Cosa c’è dietro una mela?
Abbandoniamo la Valtellina attraverso il passo dello Stelvio, punto di incontro tra Lombardia, Trentino e Alto Adige. Percorriamo la strada che dal passo scende a Prato Stelvio, capolavoro dell’ingegner Donegani realizzata in tre anni dal 1822 al 1825 per collegare Vienna a Milano. I cinquanta tornanti che dividono il versante valtellinese da quello sud tirolese spalancano le porte a un mondo diverso. Se a Sondrio Alberto Marsetti, viticoltore dal 1986 afferma che “il più grande problema dell’agricoltura di montagna in Valtellina è la parcellizzazione delle proprietà in una regione, peraltro, per cui la montagna rappresenta solo una piccola parte del territorio” qui entriamo invece nella terra del maso chiuso, particolare istituto giuridico nato proprio per tutelare l’indivisibilità della proprietà agricola.
Il Sud Tirolo è una regione privilegiata per l’agricoltura di montagna, ma i numeri parlano chiaro anche qui: se nel 1951 il 43% degli abitanti era occupato nel settore agricolo, oggi è solo il 6% con un’età media piuttosto alta (il 50% supera i 50 anni). Le aziende agricole sono più di 2800 e, per la maggior parte, operano anche come strutture ricettive. Le cooperative sono poco meno di 1000 per un totale di 160.000 membri.
Da Prato Stelvio arriviamo velocemente in Val Venosta, dove la mela è la grande protagonista dell’agricoltura locale – In Sud Tirolo il 99% dei frutteti è dedicato alla produzione di mele e il 42,4% è di qualità Golden Delicious. La Cooperativa VI.P, attiva dal 1990, riunisce circa 1750 produttori che conferiscono un totale di oltre 70.000 tonnellate l’anno: iniziamo a parlare di grandi numeri ma è difficile immaginare quanto lavoro si nasconda dietro una semplice mela. Appena arrivati alla cooperativa, i frutti vengono sottoposti a un primo processo di selezione per decidere se saranno venduti sul mercato o se verranno destinati a uso industriale. Un apposito macchinario calibra le mele, ognuna di esse viene pesata, fotografata e classificata a seconda del livello di qualità (ne esistono quaranta). Le mele vengono poi pulite con acqua potabile a una temperatura di circa sette gradi e conservate in enormi celle frigorifere pressurizzate, a temperatura tra lo 0,8 e - 1 grado con una percentuale di ossigeno pari all’1%. In queste condizioni possono essere conservate da ottobre ad agosto e dopo la raccolta non viene eseguito alcun tipo di trattamento. “Riceviamo finanziamenti dall’Unione Europea pari al valore del 50% delle infrastrutture” dice il direttore marketing della cooperativa Werner Schuler “ma la regione anticipa questi finanziamenti e questo tipo di aiuto è piuttosto importante per noi”. La sfida più grande? “Il calo dei consumi” dice Schuler “E’ una tendenza che al momento in Italia non sembra reversibile e questo ci spinge a cercare nuovi mercati: il 50% delle mele convogliate qui infatti viene venduto in Italia, mentre il rimanente 50% suddiviso tra 45 Paesi.” Anche qui si parla (e si coltiva) bio: la Val Venosta è infatti il maggior produttore di mele bio in Europa, con una percentuale che si aggira tra il 7 e l’8%.
Wolfgang Weiss è un giovane agricoltore (bio) che lavora nell’azienda di famiglia: “Mio nonno allevava bestiame, ma mio padre decise di coltivare mele alla fine degli anni 60.” Le cooperative qui hanno una lunga tradizione, che risale agli anni 50. “Ci siamo accorti in fretta che insieme è meglio” racconta Wolfgang “Forse fatichiamo un po’ a tenere il passo con le veloci dinamiche del mercato di oggi, ma stiamo migliorando e la cosa più importante è che nessuno di noi è solo quando deve prendere decisioni in merito alla propria attività.”
Fiore all’occhiello in materia di sostenibilità è la produzione integrata, un metodo che permette la coltivazione di frutta di qualità e che contemporaneamente protegge la salute e l’ambiente: per fare un esempio, solo il 10% dei pesticidi permessi vengono effettivamente utilizzati, mentre per la protezione delle piante si preferiscono metodi legati alla lotta biologica . Il 94% delle mele coltivate in Val Venosta proviene da produzione integrata, le altre da produzione biologica.

In Val d’Ega
Da Bolzano ci dirigiamo verso la val d’Ega per conoscere un progetto di valorizzazione dei prodotti locali: “La Val d’Ega non è famosa per un prodotto tipico particolare e gli agricoltori hanno l’esigenza di raggiungere trovare nuove vie di commercializzazione dei propri prodotti” spiega Christian Fischer professore di Economia Agraria presso la Libera Università di Bolzano. Nasce così L’”Eggental Kistl” – il cesto della val d’Ega – un progetto che l’università ha elaborato insieme a un numero di produttori locali accomunati dalla necessità di far conoscere a un pubblico più vasto il frutto del proprio lavoro. Oggi, i prodotti disponibili delle aziende partecipanti sono elencati sul sito www.eggentaler-kistl.it e possono essere ordinati e ritirati presso i produttori oppure acquistati presso diversi negozi di alimentari della valle, identificati dal marchio Eggental. Nova Ponente è un comune della Val d’Ega con poco più di 1800 abitanti. Il maso Learnerhof, a 1360 m di altezza, è un classico esempio di azienda familiare: di proprietà della famiglia Learner fin dal 1906, oggi l’azienda è condotta dal giovane Stefan Köhl, che ha ricevuto diversi riconoscimenti per la sua produzione di formaggio. Con 35 vacche di razza Sud Tirolese e un’estensione di pascolo pari a 7 ettari, Stefan può contare su una produzione di circa 60.000 litri l’anno. Nel maso lavorano 6 persone ma non tutte a tempo pieno. “Le nostre vacche pascolano all’aperto ma abbiamo deciso di smettere con la monticazione” dice Stefan “gli animali impiegano circa due settimane ad abituarsi al cambio di alimentazione, e la produzione ne risente. Del resto, siamo già a un’altitudine considerevole e ci è sembrato più funzionale non spostare più gli animali”. Il suo formaggio al pepe, quello al peperoncino e quello di montagna sono stati premiati e segnalati nel corso del “festival Internazionale del formaggio”.

Dietro il Brennero: la Wipptal e i Mountaineering Villages
Spesso all’attività agricola si accompagna l’ospitalità: non sono pochi in Tirolo i masi che affittano stanze o piccoli appartamenti per offrire ai turisti un soggiorno a stretto contatto con la natura. E’ quello che fa la fattoria di Heidi Bacher, uno degli edifici più antichi del piccolo insediamento di Padaun, a solo due ore di cammino dal mega centro commerciale del Brennero, ma a anni luce di distanza in quanto ad atmosfera e tranquillità. 40 Vacche di razza bruna Alpina, 300 polli e circa 30 ettari di pascoli: la famiglia produce formaggio, pane e da poco tempo affitta agli ospiti un grazioso appartamento. Ci si addormenta e ci si sveglia al suono dei campanacci delle mucche e si può avere l’opportunità – ormai rara – di assaggiare il latte appena munto. Siamo nella Wipptal, poco lontano da Sankt Jodek, un’area che ha aderito al progetto dei “Mountaineering Villages”, volto a valorizzare i piccoli borghi alpini che puntano su un turismo selezionato, lontano dalle grandi infrastrutture e focalizzato a valorizzare il paesaggio e le risorse naturali del territorio.

L’Austria e il sostegno all’agricoltura
I finanziamenti specifici per l’agricoltura di montagna e su aree svantaggiate sono una realtà in Austria, come scopriamo alla fine del nostro viaggio. L’Austria è da sempre focalizzata sullo sviluppo rurale: la maggior parte delle aziende agricole sono a conduzione famigliare e il 60% degli agricoltori sono occupati part time (con una flessione complessiva del comparto pari al -36% tra il 1995 e il 2010). Elevata è la percentuale di aziende che operano in aree svantaggiate (64%), in un territorio dove il 70% delle aree svantaggiate è ubicato in zone montuose. Una particolare attenzione è riservata al biologico con circa 20.000 aziende che coltivano un’area pari a circa il 20% della superficie agricola utilizzabile. Il sostegno economico è erogato proporzionalmente alle condizioni ambientali in cui le singole aziende operano (esistono parametri specifici e ben definiti) e può variare da 18 euro a 389 euro per ettaro. Particolare attenzione è rivolta soprattutto alle aziende che praticano metodi sostenibili e agricoltura di qualità. l programma agro ambientale ÖPUL ha visto nel 2011 lo stanziamento di circa 550 milioni di euro destinati ad aziende disposte a investire in forme di agricoltura estensiva, capaci di favorire la tutela ambientale a diversi livelli (acqua, suolo, biodiversità e clima) per un periodo di almeno 7 anni.

Il nostro viaggio finisce a Innsbruck e dopo aver visto tante diverse realtà è chiaro che l’agricoltura di montagna funziona dove la montagna non è considerata territorio marginale e cioè in quei Paesi come Austria e Svizzera, il cui territorio è prevalentemente montuoso. L’Italia, tanto per cambiare, sembra vivere una contraddizione tutta sua. Delimitata dall’arco alpino a Nord e percorsa per tutta la sua lunghezza dagli Appennini, sembra aver rimosso dalla sua identità sia le montagne, sia il suo passato agricolo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: gli Appennini sono pressoché spopolati, le Alpi combattono come possono una battaglia che si svolge sempre altrove e l’intero Paese, che potrebbe vivere di turismo e poco altro, rincorre una potenza industriale che, forse, non è poi tanto nelle sue corde. Risalire la montagna è dura, ma il prezzo delle rimozione è caro, e lo paghiamo tutti i giorni.

Simonetta Radice

We Are Alps: un viaggio lungo l'arco alpino alla ricerca dell'agricoltura che resiste - parte prima...

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