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Stefano Libera in apertura su Viaggio nell’iperspazio allo Scoglio della Metamorfosi in Val di Mello
Fotografia di archivio Caterina Bassi
Caterina Bassi in apertura su L2 di Viaggio nell’iperspazio allo Scoglio della Metamorfosi in Val di Mello
Fotografia di archivio Caterina Bassi
Martino Quintavalla, Caterina Bassi e Stefano Libera in cima allo Scoglio della Metamorfosi in Val di Mello dopo l'apertura di Viaggio nell’iperspazio
Fotografia di archivio Caterina Bassi
Il tracciato di Viaggio nell’iperspazio allo Scoglio della Metamorfosi in Val di Mello, di Caterina Bassi, Stefano Libera, Martino Quintavalla
Fotografia di Silvia Salice

Viaggio nell’iperspazio in Val di Mello per Caterina Bassi, Stefano Libera, Martino Quintavalla

di

Il report di Caterina Bassi che insieme a Stefano Libera, Martino Quintavalla ha aperto Viaggio nell’iperspazio, una nuova via d’arrampicata allo Scoglio della Metamorfosi in Val di Mello

Solitamente quando decido di passare una giornata a camminare o correre in montagna, scelgo sentieri abbastanza agevoli. Stefano, invece, sceglie percorsi dimenticati, vecchi passaggi di “Melat” (pastori che salivano con le loro mandrie ogni estate per le impervie valli laterali della val di Mello) e sentieri intervallati da rocce ripide e scivolose che sale con invidiabile agilità, propria di un animale del bosco.

Lo scorso autunno, proprio durante una di queste camminate, scorge un diedro promettente all’estremità sinistra dello Scoglio della Metamorfosi e lo dice a me e Martino, già compagni di alcune salite e, più recentemente, di un’apertura nelle montagne vicine. Le due foto del diedro mandateci da Stefano, ovviamente, accendono subito la scintilla e il programma del fine settimana successivo è presto deciso.

In una giornata di novembre partiamo quindi per un tentativo: il primo tiro è proprio il bel diedro individuato da Stefano, aperto da lui stesso con maestria, nonostante alcuni passaggi molto fisici. Arrivati al secondo tiro è il mio turno: mi trovo davanti un bellissimo diedro con una sottile fessurina di fondo che riesco a salire usando qualche chiodo e facendo parecchi numeri, vista la mia proverbiale abilità nel piantare i chiodi. Martino mi dà il cambio per un breve tratto e, infine, concludo io il tiro, che si rivela davvero particolare: si scala infatti spingendo con le mani e con i piedi, senza mai tirare una presa che possa davvero definirsi tale.

Con un breve tiro di collegamento arriviamo quindi ad una grande cengia con un enorme faggio. Esploriamo subito la cengia per cercare di intuire una linea logica: a destra le difficoltà sembrano più contenute ma la parete è meno interessante. A sinistra, invece, c’è una placca che sembra molto bella: è però ripida e, dal basso, non riusciamo ad intuire se sia salibile. Sebbene le corte giornate autunnali ci impongano di scendere, siamo convinti di tornare il fine settimana successivo. I nostri programmi purtroppo vengono scombussolati dal ritorno delle zone rosse e dalla quarantena a cui Stefano è sottoposto per circa un mese. Finita la quarantena, l’inverno è ormai iniziato.

Possiamo tornare sulla via solo all’inizio della primavera, con una Val di Mello ancora vuota e con gli alberi spogli: è la veste che forse preferisco con la sua essenzialità e senza il rigoglio, quasi opprimente, della primavera avanzata. Raggiunto il grande faggio, decidiamo di provare la linea più bella e difficile e ci avventuriamo sulla placca, verso sinistra.

I primi passi in apertura dopo l’inverno sono un po’ traumatici per me e Stefano. Martino, invece, si trova subito a suo agio e riesce ad aprire il passo sicuramente più obbligato della via, non prima di aver fatto qualche volo “di prova”. Il passaggio è incredibile: ci sono esattamente due buchi, lavorati dall’acqua che cade dall’alto, che permettono di passare in libera. E’ sorprendente, in apertura, scoprire le prese metro dopo metro: sembra davvero che una mano divina abbia messo lì esattamente quelle che servono, non una di più e non una di meno.

Dopo Martino, proseguo quindi io per qualche metro ma mi trovo di fronte una sezione che non sembra per nulla facile e decido di scendere perché sono piuttosto stanca, soprattutto mentalmente. La ruggine dell’inverno fatica davvero ad andarsene. Mi rimane quindi il dubbio se la sezione che mi sono trovata davanti sia scalabile o meno: il dubbio mi attanaglia per un’intera settimana, nonostante i miei tentativi di fugarlo guardando e riguardando le foto della parete e ingrandendole fino a vedere i pixel. Troppo curiosi, io e Martino saliamo per un’ispezione infrasettimanale, senza Stefano, che purtroppo lavora. Ho deciso che sarò io ad affrontare quella sezione, mi è infatti rimasta sulla pelle una vaga insoddisfazione. Dopo non poche fatiche riesco finalmente ad intuire come si passa e l’insoddisfazione è presto rimpiazzata da una grande soddisfazione quando raggiungo, dopo alcuni passi precari e un piccolo lancio, una presa gigante. Martino conclude quindi il tiro e decidiamo di calarci e di tornare con Stefano qualche giorno dopo.

Avendo saltato il turno, questa volta tocca a Stefano: dopo alcuni precari passi di placca, incredibilmente, sul muro verticale, si apre una fessura che è purtroppo completamente intasata di erba. Per riuscire a salire Stefano deve quindi sfoderare tutta la sua grinta, oltre che un martello da “teciat” (costruttore di tetti), strumento particolarmente adatto alla lotta contro l’erba.

Io e Martino concludiamo quindi la via, sorprendendoci di trovare, anche sull’ultimo e più facile tiro, una bellissima fessura. Ci troviamo sulla sommità dello Scoglio contenti e anche un po’ increduli di aver aperto una via così bella e logica, nel 2021, sulla struttura probabilmente più conosciuta della val di Mello.

Il lavoro però non è concluso; dedichiamo infatti un’altra giornata ad una completa pulizia della via, dalla quale torniamo completamente devastati e sputacchianti terra. Pochi giorni dopo, quindi, io e Martino riusciamo nella salita in libera.

Veniamo ora al nome della via. Qualche giorno dopo la nostra salita, Stefano sale con un amico, Giacomo, per tentare anche lui la libera. Purtroppo però, in seguito ad un volo, si rompe l’astragalo, un osso del piede. Eroicamente, decide di non chiamare soccorso ma di scendere su una gamba sola (!) dallo Scoglio sino al fondovalle, vivendo così un’esperienza davvero psichedelica e facendo un autentico viaggio nell’iperspazio.

di Caterina Bassi

P.S. Per chi se lo chiedesse, per fortuna, dopo un paio di mesi Stefano ha finalmente ripreso a scalare!

Caterina Bassi ringrazia Sherpa Mountain Shop

SCHEDA: Viaggio nell’iperspazio, Scoglio della Metamorfosi, Val di Mello

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