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Viaggio nel Passato al Monte Casale: Rolando Larcher all'attacco della via nel 1988
Fotografia di Dario Sebastiani
Viaggio nel Passato al Monte Casale: Beata ed incosciente gioventù senza casco, Rolando Larcher nel 1988
Fotografia di Dario Sebastiani
Viaggio nel Passato al Monte Casale: Rolando Larcher nel 2018 sul 4° tiro, quello chiave
Fotografia di Herman Zanetti
Viaggio nel Passato al Monte Casale: Herman Zanetti nel grande diedro del 11° tiro
Fotografia di Rolando Larcher

Viaggio nel Passato, remoto... Il ritorno di Rolando Larcher al Monte Casale

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Il racconto di Rolando Larcher che con Herman Zanetti ha ripercorso e anche 'sistemato' Viaggio nel Passato al 2° pilastro del Monte Casale in Valle del Sarca, un'impegnativa via aperta da lui stesso con Stefano Ventura e Dario Sebastiani 30 anni fa. Un salto nel 1988 che dà conto anche dell'evoluzione, dell'esperienza e del tempo trascorso.

Non è cosa facile ripercorrere la propria strada 30 anni dopo, è un mettersi in gioco con se stessi, ricordando un "io" diverso, non solo fisicamente. Brutte sorprese sono in agguato, ma per un buon motivo ne vale la pena!

Viaggio nel passato e una mia vecchia via alpinistica sul 2° pilastro del Monte Casale in Valle del Sarca. La prima metà l'aprii nel marzo del 1985 assieme a Stefano Ventura; bivaccammo sulla grande cengia con l'intenzione di terminarla il giorno successivo, ma nella notte un temporale ci lavò completamente ed infreddoliti rientrammo alla base. Ritornai per concluderla 3 anni dopo, il 27 marzo 1988, questa volta assieme a Dario Sebastiani e in 9 ore e mezza, sempre a vista, arrivammo in cima (un tempo che ora reputo strepitoso!). Nel primo tentativo non avevo i friends, solo nel secondo usai i Wild Country leva rigida, che mi erano stati prestati da Roberto Bassi.

Per l'impegno complessivo questa via si è guadagnata negli anni una certa reputazione, venendo ripetuta regolarmente da cordate preparate e motivate; un buon test primaverile per progetti ambiziosi in Dolomiti. Questa "relativa" frequentazione ed i decenni trascorsi, mi hanno fatto pensare di rimettere in sicurezza le soste. All'epoca avevo messo uno spit piantato a mano in quasi tutte le soste, usando placchette artigianali in alluminio costruite da mio padre (le estraeva da un paraurti di una Jeep).

Non avendo troppa voglia di andare personalmente a fare il lavoro, per tre volte ho dato delle placchette nuove da sostituire, a tre cordate intenzionate a ripetere la via. Le prime due non sono mai andate e l'ultima, un anno fa, ha desistito dopo un brutto volo ed un bello spavento, loro ma anche mio. Alla fine ho deciso di non delegare più nessuno e andare personalmente a svolgere l'operazione, prima che qualcuno si facesse male per davvero! Pertanto il 22 aprile scorso ho ripercorso le mie vecchie tracce, accompagnato da Herman Zanetti e dal suo consueto buonumore.

Con vaghi ricordi e la relazione in tasca, all'alba abbiamo attaccato la via. Sapevo che ci sarebbe stato da tribolare e non solo per il caldo di questo aprile anomalo. Già sui primi tiri facili, la roccia friabile e le scarse protezioni, mi hanno fatto capire che la giornata sarebbe stata lunga e delicata. Nei successivi più impegnativi, per fortuna la roccia dei tratti chiave era solida, ma con protezioni sempre rarefatte e con gradi ed indicazioni errati e discutibili... La cosa cominciava ad irritarmi, ma in questo paradossale contesto autarchico, con chi potevo prendermela oltre che con me stesso? Avanzavo da capo cordata, con nello zainetto un trapanino leggero ed un paio di spit. Avevo pensato che già che ero lì, tanto valeva fare un lavoro ben fatto e duraturo, pertanto non solo sostituivo le vecchie placchette, ma aggiungevo anche un nuovo spit inox da 10mm per ogni sosta.

Dopo alcune lunghezze lo sconforto ha quasi preso il sopravvento. Non capivo se ero nella direzione giusta, tutto si muoveva, c'era poco da integrare ed un eventuale volo sarebbe stato disastroso. Sono momenti in cui ti chiedi se ne vale la pena e quanto margine rimane al divertimento e al piacere. Il problema non sta nella inferiore resa del fisico invecchiato, ma è interamente psichico e mentale; in pratica si diventa fifoni!

La prima conclusione spesso non è quella giusta o forse non del tutto... Se confronto la mia descrizione della via di allora con quella attuale, è tutta una contraddizione! Siamo passati da: "La roccia, salvo brevi tratti, è solida ed offre un'arrampicata divertente, atletica e molto aerea." a "Via alpinistica aperta a vista su roccia di qualità mediocre-scarsa, tranne sul tiro chiave in placca, il grande diedro e poche altre sezioni della parte alta.". E' possibile cambiare così tanto? Invecchiare non è solo diventar paurosi, si cresce e si matura, cambiano le motivazioni e soprattutto cambiano le responsabilità. Non rinnego nulla di quanto ho fatto: all'epoca avevo 20 anni e non c'erano le alternative odierne. L'arrampicata sportiva era poco più che agli albori e per esprimere la propria capacità, vitalità, ambizione questo era il terreno d'azione. Nemmeno le multi pitches esistevano, la prima della valle ed una delle prime in Italia fu Scirocco al Dain, l'iniziai nel dicembre dello stesso anno.

Nelle foto di allora rivedo la mia spavalderia nell'affrontare un ambiente simile senza casco. Ora la reputo una stupida abitudine, ma allora non avevo ancora preso "legnate", mi sentivo invulnerabile ed era insita del movimento del freeclimbing ed i suoi atteggiamenti di ribellione. Per quanto riguarda il giallo, era e rimane uno dei miei colori preferiti, ognuno ha i suoi difetti...

Per me ora la scalata è divertimento, piacere e qualità. Cerco ancora impegno e difficoltà, ma con pericoli gestibili dalla preparazione e dall'esperienza. Qui su Viaggio mi sono ritrovato agli antipodi: gradi modesti su roccia friabile, impossibilità di proteggersi adeguatamente, poco divertimento, precarietà totale non gestibile, con ortopedia garantita in caso di volo. Ma oramai ero in ballo e volevo proseguire, sorretto dalle ultime due motivazioni rimaste, la sicurezza del prossimo e l'entusiasmo di Herman; almeno lui da secondo si divertiva.

Trovate le motivazioni, ho ripreso determinato la scalata, entrando in una bolla di totale concentrazione e lucidità: prestando attenzione a tutti i minimi particolari che fanno la differenza nell'emergenza. Non pensavo più a quanto fosse lunga la via, avanzavo metro per metro, tiro per tiro, finché sono arrivato alla penultima sosta senza timore. Qui all'improvviso mi son distratto, perdendo la concentrazione per la stanchezza o forse per la fretta di arrivare in cima. Ero stufo di tanta esposizione, volevo solo uscire, ma questo ultimo tiro non finiva mai. All'imbrunire finalmente il diedro terminava e su due solidi carpini recuperavo Herman per l'ultima volta.

Questa avventura mi ha obbligato a ritornare Alpinista, facendomi rivivere sensazioni forti da vero Alpinista con la A maiuscola. Non ho ricevuto gioia, solo tranquillità; opportunità per ricordare un io che probabilmente non mi appartiene più.

di Rolando Larcher

Rolando ringrazia gli sponsor: La Sportiva  - Petzl - Montura


SCHEDA:Viaggio nel Passato, Monte Casale, Valle del Sarca

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