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Tamara Lunger che ha perso cinque amici mentre tentavano il K2 in inverno: Sergi Mingote, Atanas Skatov, Muhammad Ali Sadpara, Juan Pablo Mohr e John Snorri Sigurjónsson
Fotografia di archivio Tamara Lunger
Tamara Lunger durante una fase di acclimatamento sul K2, il 04/01/2021
Fotografia di Alex Gavan
Sergi Mingote, Juan Pablo Mohr e Tamara Lunger in tenda al Campo 1 del K2
Fotografia di Tamara Lunger
Tamara Lunger, l'ultimo sguarda verso il K2
Fotografia di archivio Tamara Lunger

Su Tamara Lunger e il K2 d'inverno

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L’alpinista altoatesina Tamara Lunger è tornata a casa dopo il tentativo di scalare il K2 in inverno. Un'esperienza importante ma anche tragica segnata dalla perdita di Sergi Mingote, Atanas Skatov, Muhammad Ali Sadpara, Juan Pablo Mohr e John Snorri Sigurjónsson.

Come sta Tamara Lunger? Come sta l'alpinista che sul K2 ha perso 5 amici e compagni di cordata? Chi sopravvive spesso è come dovesse scalare un'altra montagna. Tutta dentro di sé. Quasi una discesa fin nel profondo dell'anima. E non conta essere alpinisti professionisti, per essere pronti a farlo. Non basta sapere che tutto ciò può accadere. Non basta neppure essere tra i più bravi e forti. E non serve neanche dire che tutto è successo mentre tentavano di salire una delle montagne più difficili del pianeta in inverno. Un'impresa assoluta, in condizioni a dir poco proibitive. Insomma, le parole quasi non bastano per descrivere cosa si prova.

Tamara sembra voler trasmetterci tutto il suo spaesamento insieme a tutto il suo immenso dolore. E lo fa da par suo, regalandoci tutto quello che sente dentro, senza filtri, senza sovrastrutture. Tamara non è cambiata. Così, più che una conferenza stampa al tempo del covid, il suo sembra quasi un lucido sfogo. Lei, rifugiata per la quarantena tra le sue montagne, è un fiume in piena. E a momenti sembra quasi che parli a se stessa.

Racconta l'incidente a Sergi Mingote come ne rivedesse il film. Lei era già al Campo Base Avanzato. Sergi era ancora in alto e stava scendendo dal Campo 1. Poi il volo e le urla. Tamara ha visto tutto e, subito, ha anche intuito l'indicibile tutto. Specialmente quando l'hanno raggiunto e hanno capito che con quelle ferite non aveva speranza. Non c'era nulla da fare. Si sono fatti coraggio, gli hanno fatto compagnia. Per più di un'ora sono stati con lui. Gli hanno parlato. Poi ci sono volute altre 4 ore per prepararlo e riportare il corpo al Campo base. Uno strazio. Un colpo pazzesco. Anche per organizzare il suo materiale al Campo base. Anche per evacuare il corpo senza vita dell'amico con il quale aveva condiviso gioie e fatiche fino al giorno prima. E' stato durissimo.

Intanto, in quelle stesse ore, l'incredibile team sherpa-nepalese festeggiava la prima storica invernale al K2. Un risultato che molti indicano come uno spartiacque nella storia degli Ottomila. Sia per il risultato in sé, ma anche e soprattutto per il suo valore simbolico: dopo 80 anni di accompagnamento degli alpinisti "i sahib" occidentali, gli sherpa avevano girato la pagina della storia.

Così al Campo base convivevano gioia e dolore. Anche Tamara ha salutato l'impresa nepalese onorando il lavoro "bestiale" e l'incredibile realizzazione del team. E la gioia per quella grande performance si scontrava con la sua profonda tristezza. In un attimo tutto l'entusiasmo di Tamara, tutta la sua voglia di cima, si è dovuta confrontare contro la realtà. Allo stesso tempo al campo base nascevano nuovi progetti. Juan Pablo Mohr, Muhammad Ali Sadpara e John Snorri progettavano un nuovo tentativo.

Naturale per Tamara pensare che quello era il suo team. Juan Pablo JP, il cileno, il fortissimo suo compagno di tenda era già stato a 7000 metri. Per Tamara è sicuramente uno dei più forti alpinisti che ha visto in azione in Himalaya. Alì, è il compagno della prima invernale al Nanga Parbat (con Moro e Txicon). Un eroe per il Pakistan. John è preparato e fortissimo. Sono tutti motivatissimi, forse anche per l'improvviso e per certi versi inaspettato successo dei nepalesi. Vogliono la vetta. E Tamara pensa che un tentativo si possa fare. Anche se non si illude più di tanto, perché fino a quel momento era arrivata solo a 6600 metri. In ogni caso in quel campo base pieno di alpinisti, alcuni anche improbabili e privi di qualsiasi background, quella era l'unica chance.

Così partono. Subito è dura, se non durissima. Ogni passo è una conquista. Sembra proprio che la montagna opponga davvero una resistenza innaturale. Rispetto all'invernale al Nanga è tutta un'altra storia. Lì era dura ma ogni passo era una scoperta, una felicità. C'era entusiasmo. Qui, al K2, Tamara si sente fuori posto. Non è il suo momento, lo sente. La montagna non la vuole. Nonostante la stanchezza, cerca di ascoltarsi, di capire cosa fare. Fa oltremodo freddo. Al campo base si toccano i -35 °C. Più o meno la stessa temperatura che ha affrontato al campo 4, a 8000 metri, quando ha raggiunto la vetta del K2 d'estate. Ora tra campo 2 e 3 la temperatura è di 60° sotto zero. E non sente più i piedi. Pensa di essere lei la più sensibile ma anche gli altri sono nelle stesse condizioni.

Fa sempre più fatica. Sente che i giochi per lei sono finiti. Tra l'altro sa che non riusciranno più a installare il Campo 4, cosa che lei ritiene indispensabile per contenere un po' il rischio. L'alternativa è la quasi sicura discesa notturna dalla cima fino a campo 3, un terno al lotto impensabile in quelle condizioni. Così, mentre sta salendo al Campo 3, prende la sua decisione. Saluta JP, gira i tacchi e inizia la discesa. Sarà Alì che sta salendo che la convince a ritornare su. Dai Tamara, le dice, al C3 ti riposi e ti ricarichi. Poi, dice Ali, è troppo tardi per scendere da sola. Lei si lascia convincere.

Arriva al Campo 3, ma le cose non cambiano. Continua ad essere squassata dalla tosse, non mangia e quel poco che mangia lo vomita. Così si mette dentro il sacco pelo e si sposta in un cantuccio per non disturbare i preparativi per la vetta degli altri. Ha deciso: lei scende. Non prova nemmeno a convincere JP a restare. D'altra parte è giusto così: lui una chance ce l'ha. JP la rassicura, le promette che se mai lei vorrà fare in seguito un altro tentativo, lui la sosterrà. Una cosa enorme ma è per dire com'era JP...

E' ancora notte quando partono. Tamara vede le luci delle loro frontali perdersi nel buio. Lei ancora non lo sapeva, ma quella era l'ultima volta che li avrebbe visti. In seguito si è convinta che siano andati in cima. Ma forse, lassù, sono arrivati troppo tardi...

Intanto, mentre tutto questo sta succedendo, lei deve ancora una volta scegliere cosa fare. Per un po' aspetta notizie da JP: sono d'accordo che si aggiorneranno sul gps. Ma non succede. Così Tamara decide di scendere, non prima però di preparare la tenda con tutto il necessario, un po' di cibo, il fornelletto e il resto, per il suo compagno. Poi inizia la discesa. E' sola. Fa freddo e le nuvole cominciano a coprire anche il campo 3. Non è una situazione facile. Lei ha bisogno di andare giù, di abbassarsi di quota, di togliersi da quel freddo che la paralizza e magari di ricongiungersi anche agli altri alpinisti della spedizione Seven Summit.

Si caccia giù quindi. E va più veloce che può. Ma, quando raggiunge i primi, arriva anche l'ennesima tragica notizia, Atanas Skatov, l'alpinista bulgaro con 10 Ottomila all'attivo, è caduto e ha perso la vita. Per Tamara è un altro colpo. Il pensiero e le lacrime vanno a quell'alpinista e a quell'uomo che con la sua profonda spiritualità aveva saputo animare il Campo Base. Sembrava, o almeno così lei cominciava a percepire, che la montagna non la volesse. "Sembrava che mi gridasse in faccia vai via da qui". Tutto sembrava mettersi storto. Un vero incubo. Adesso la fuga dalla montagna diventa ancora più impellente. Bisogna scendere ma bisogna anche aumentare ancora di più l'attenzione. Ogni calata, ogni manovra deve essere perfetta. Bisogna controllare le corde. Non si può commettere il ben che minimo errore.

E' così che a notte fonda si ritrova sul ghiacciaio. Tamara è senza pila frontale. L'alpinista irlandese che è insieme a lei ne ha una solo, una lucina fioca che sembra una candela. Il percorso per il Campo Base presenta dei punti pericolosi. Loro sono avvolti dalle stelle. Le più belle che Tamara abbia mai visto. Intanto, si perdono e vagano per i ghiacci. Poi l'intuito li porta nella direzione giusta. Hanno vagabondato per 5 ore.

Ad un certo punto, in lontananza, vedono la luce di una pila. Tamara è sicura che sia JP che li segue. Lo chiama. Lui risponde... Sembra proprio JP. Ma non è così. Dopo due giorni Ali, John e JP non sono ancora scesi. Tamara lo sente, capisce che non ci sono più speranze. Ancora una volta, dopo il Nanga, ha fatto la scelta giusta, ma questa volta i suoi compagni non torneranno mai più. Lei si sente "quasi morta dentro". Ora il racconto di Tamara sembra guardare lontano. Quasi si distacca dai fatti per prendere un'altra dimensione.

"Anche nella sua brutalità sono molto grata di aver vissuto tutto questo e di aver potuto conoscere queste belle persone. Il loro spirito lo voglio tenere un po' dentro di me e andare avanti così... Perché non si può fare altro che seguire la propria passione". Ora c'è solo da "Piangere quando c'è bisogno di piangere e dare tempo al tempo".

di Vinicio Stefanello

Link: www.tamaralunger.com, www.sportsandbeyond.itLa Sportiva, Camp Cassin, Garmin

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