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Luca Maspes in arrampicata alla Lancia del Ventina, Disgrazia
Fotografia di Luca Maspes
Luca Maspes in arrampicata alla Lancia del Ventina, Disgrazia
Fotografia di Luca Maspes
Sentinella della Vergine, Disgrazia: Tito Arosio in apertura sulla via di misto 'Arosio-Maspes', insieme a Luca Maspes
Fotografia di Luca Maspes
Sentinella della Vergine nel gruppo del Disgrazia e i tracciati delle vie: Arosio-Maspes (Tito Arosio, Luca Maspes), Cirio (Mario Fanchetti, Mario Vannuccini 1993), Ghostbuster (Stefano Mogavero, Mario Vannuccini 1992)
Fotografia di Luca Maspes

#1 Strisce Bianche sul Ventina del Disgrazia. Di Luca Maspes

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Iniziando dal bacino del Ghiacciaio del Ventina nel gruppo del Disgrazia (Valtellina, Alpi Centrali) la guida alpina Luca Maspes 'Rampikino' presenta una panoramica delle sue prime salite sulle montagne di casa, tutte ancora inedite ed effettuate negli ultimi anni. In questa prima puntata le vie di misto alla Sentinella della Vergine e la Lancia del Ventina.

Negli ultimi tempi i miei obiettivi in montagna sono stati scelti sulla base di ispirazioni del momento, anche se forse pure quelle erano già scritte da qualche parte nel mio inconscio di alpinista. Nell’età della più fervida immaginazione, l’infanzia e poi la giovinezza, i libri di scuola erano in fondo alla pila, ben schiacciati da quelli alpinistici: è stato a partire da allora che ho iniziato a costruire, fascicolo su fascicolo, un enorme archivio di salite possibili, ben catalogate nella mia mente. Ai famosi sogni giovanili, che portano avanti il tarlo, se ne sono aggiunti di nuovi: rivelazioni inattese diventate improvvisamente interessanti per via di un modo di fare alpinismo nuovo rispetto a 30 anni fa. Le voglio raccontare come invito alla scoperta e alla ricerca storica, a leggere storie di cime e pareti, a vedere da che parte sono saliti i primi e a ingegnarsi per risolvere i “problemi”.

Tra ricerche, avvicinamenti, ritirate e sorprese, ho trascorso gli ultimi anni non facendo nulla di particolarmente nuovo per me: inseguendo, cioè, la mia solita attrazione per montagne poco battute, rocce e ghiacci che avidamente vorrei scorrere tutti, anche se sono ben conscio che non ne avrò mai il tempo. Adesso le mie sono avventure non più in capo al mondo, ma intorno a casa, a chilometro zero, però mantengono quel carattere esplorativo che ho sempre inseguito, fin da giovane, quando rifiutavo di fare curriculum su vie classiche e famose, perché avevo fretta di fare qualcosa di mio sulle montagne. Quelli di oggi sono blitz rapidi, concentrati e intensi come non era quando il tempo libero abbondava e la montagna la potevo vivere full time e con tanta meno fretta di tornare a casa da compagna, figli e computer. Per questo sono giornate più preziose di quelle di allora.

Le racconterò in più tappe suddivise per tipologie: dalle strisce bianche in quota alle cascate di fondovalle, dal granito del Masino al serpentino della Valmalenco, dalle cime rivisitate a quelle vergini. Con l’augurio, alpinisti, che le nuove idee siano sempre con voi.

UNA SENTINELLA DI ROCCIA E DI GHIACCIO
Sentinella della Vergine, Disgrazia

La migliore materia prima rocciosa del Disgrazia è sparpagliata sui suoi satelliti, strategicamente collocati a vigilare i ghiacci sempre meno spessi di questa montagna che, per chi non lo sa, è la più alta interamente lombarda e non divisa dal confine italo-elvetico.


Giocare a fare gli esploratori vuol dire avere tanta curiosità e conoscere bene quello che c’è stato prima. Di spazi bianchi ce ne sono ancora in abbondanza e forse qui da noi sono di più, preservati nell’ignoto, a volte dalla scomodità di accesso e a volte dall’invisibilità agli occhi di chi non guarda oltre.

Il grosso piedistallo della lunga cresta Est della Punta Kennedy è chiamata la “Sentinella”, una bastionata di ottima e rugosa roccia rossa di formato 400 m di larghezza x 300 m di altezza, su cui Mario Vannuccini aveva già scrutato le sue strisce di neve/ghiaccio con le sconosciute salite di Ghostbuster (1992, con Stefano Mogavero) e Cirio (1993, con Mario Fanchetti), mentre io, con diversi compagni nel corso di anni più recenti, passai giornate divertenti ad inventare linee di scalata su roccia di ogni stile, dal "plaisir" al tradizionale.

Tanto tempo dopo torno a scrutare la “Sentinella” nella stagione fredda insieme a Tito Arosio, un amico distante ma con la stessa intesa per andare a rischiare la “ravanata” di dubbio esito. Anche a questo giro cerchiamo una salita cucita per noi, giusto dopo un mio sopralluogo che aveva preceduto la telefonata d’invito: “forse qualcosa c’è, ma dobbiamo vedere sul posto, anzi, toccare”.

Spesso ci va male, una volta su tre la pallina si ferma sul rosso quando noi abbiamo puntato nero, ma questa volta è di quelle che premiano. D’inverno l’attenzione alpinistica si focalizza sulle fessure più profonde, soprattutto quando da nord le perturbazioni regalano situazioni scozzesi, non tanto fatte di ghiaccio vero ma, se fortunati, di una buona neve pressata. Così, a sinistra delle due sconosciute e irripetute vie del collega Mario, saliamo una terza linea evidente e dritta, un open book imbiancato da quel tanto o poco di ghiaccio e di neve ventata che ci lascia passare.

Tito conduce con la sua solita maestria su questo tipo di terreno e nei tempi morti mi racconta del suo tentativo al “Moonflower Buttress” in Alaska, su una delle sacre pareti del terreno misto, insieme al suo mentore-amico Norbert Joss, che ci aveva appena lasciato facendo la guida sul Bernina, dopo la bellezza di 13 ottomila e tante scalate tecniche su tutti i terreni. Senza fantasia, sul nostro buttress, la nostra striscia bianca della goulotte si chiama solo Arosio-Maspes.

FREE SOLO OR NOT FREE SOLO?
Lancia del Ventina, Disgrazia

Le vie di roccia le possiamo riscoprire in una nuova veste che sostituisce quella più classica e conosciuta, quando il bianco si appiccica e crea delle situazioni temporanee che reinventano il modo di percorrerle. Così, se in una foto estiva le gambe posavano in spaccata, ora me le ritrovo diritte e obbligate in 50 centimetri di larghezza, tremolanti ed infilzate nella neve.

Nel diedrone della “Lancia” sono qui oggi, improvvisato e da solo, in un blitz venuto per caso, passandoci sotto mentre mi dirigevo verso la montagna più in alto a scrutare un’altra striscia bianca del futuro. Della “Lancia”, che qualcuno chiama anche la “Fiamma”, si capisce a cosa debba il nome solo quando la si guarda da sotto, da un prospettiva in cui diventa una “punta”. È fatta della solita bella roccia del Disgrazia, tagliata da nette spaccature, con muri lisci e forme geometriche dove salgono 3 o 4 vie intersecate tra loro. Oggi le spaccature sono quasi tutte imbiancate.

Come ai vecchi tempi delle rischiose scorribande giovanili, ho scalato slegato fino al diedro e guardando avanti mi trovo un’opportunità così favorevole che è da vigliacchi pensare di non coglierla. La neve cartonata è così giusta e la linea bianca che prosegue è così esteticamente perfetta, quella che in gergo assomiglia ad una “beyondata”, citazione in uso tra gli addetti ai lavori.

Salirla trent’anni fa sarebbe stato un gioco da ragazzi, con la calma e l’irriverenza del free-solo, ma oggi, slegato e senza corazza psicologica, un ragazzo non mi sento più. Ancora titubante uso l’astuzia e mi invento un salvagente senza complicarmi troppo con le autoassicurazioni di una corda da 7 mm e soste sicure che non potrei attrezzare. Il risultato migliore lo ottengo con le mie due Daisy chain già corredate negli anelli dai 3 friend e 2 nut che ho qui con me. Protezioni volanti e a tempo, per tranquillizzare almeno quei passi delicati nel raggio della protezione.

Vado su così, come una formichina operaia, per un centinaio di metri fino alla fine del diedro, la mia missione compiuta, perché il bello finisce qui, quando agguanto il primo spuntone alla fine della materia bianca e mi metto in modalità calata. Mi servono cinque doppie delicate dove abbandono i miei due nut e giro il cordino attorno a spuntoni. Non c’è vetta oggi, è stata solo un tuffo nel coraggio perduto, un rewind nel tempo. Mi giro verso la “Lancia”, fiero!

Quello che ho salito nella sua veste di neve-ghiaccio è indicato su una foto che si trova al Rifugio Porro come parte di una via aperta negli anni ’80. In realtà almeno il diedro era già stato salito da Sergio Mella, forte arrampicatore sondriese che in cordata con Lorenzo Giana negli anni ’40 aveva salito tutto il difficile di allora che c’era qui intorno, spingendosi oltre nella prima salita dell’ancora irripetuta e severa parete Sud della Sassa di Fora lungo la via “della pertica”, un sogno che cullo da 20 anni. Una foto con Mella che sale il diedro l’ho trovata negli archivi di una sua intervista.

di Luca Maspes

Luca Maspes ringrazia: Grivel, Marmot, Wild Climb

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