Misty Mountain alla Mezza Luna in Vallaccia (Dolomiti) di Emanuele Andreozzi e Fabio Tamanini
La poco nota parete nord della Mezza Luna si trova in cima alla Vallaccia, più precisamente forma la testata del noto anfiteatro costellato di vette e torri che circondano il Bivacco Zeni come la Punta della Vallaccia e la Torre di Mezzaluna. Mentre esse sono un po’ tutte percorse da numerosi itinerari storici e moderni, la nord della Mezza Luna è rimasta poco esplorata, a causa di roccia e morfologia meno invitanti rispetto alle "sorelle" vicine. La caratteristica più marcata della parete nord è l’enorme gola che la solca lateralmente e su di essa mi era caduto l’occhio due estati fa, durante una salita su roccia. Anche osservandola da lontano si presentava chiaramente friabile e grondante d’acqua, ovviamente in estate sarebbe pura follia salirla, ma inevitabilmente pensai all’inverno, quando tutta quell’acqua poteva trasformarsi in ghiaccio...
La cosa mi tornò in mente lo scorso fine dicembre e andai ad esplorarne le possibilità. Mi diressi speranzoso verso la base della parete con binocolo e macchina fotografica, ma con grande disappunto da nessuna angolazione riuscii a vedere cosa si nascondesse nelle profondità della gola. Era piuttosto fastidioso, per esperienza so che questo tipo di formazioni sono imprevedibili, dentro può esserci di tutto, dalle cascate di ghiaccio alla nuda roccia, o anche un banale canale di neve. Si, perché per quanto da lontano possano apparire verticali e ostiche, la probabilità che poi dentro ci sia un deludente canale di neve con solo qualche piccolo e insignificante saltino di ghiaccio o roccia è piuttosto alta. Difatti appena a fianco, la gola "gemella" che divide questa cima da Punta della Vallaccia presenta proprio tali caratteristiche, in questo caso però fortunatamente ben visibili.
A quel punto con Fabio Tamanini dovevamo decidere se accettare la sfida con la sorte o virare verso un obbiettivo dove avevamo maggiori possibilità di successo. "Se dovessi scommettere il mio euro, lì dentro ci sarà qualcosa di interessante per noi", dissi telefonicamente ad un intrepido Fabio che ascoltava le mie impressioni al rientro dal sopralluogo. Gli ricordai anche come due anni fa sul Monte Fop una spaccatura molto simile ci aveva regalato grandi soddisfazioni quando insieme a Vaida Vaivadaite aprimmo Per Elisabetta (500 m, WI6 ed M6+). Quella volta però eravamo riusciti a sbirciare dentro, individuando alcune promettenti porzioni di ghiaccio, adesso invece era un vero salto nel vuoto. "Va bene, dai proviamo", disse Fabio alla fine delle telefonata.
Il 28 dicembre, dopo due ore di cammino giungemmo all’attacco ed entrammo dentro la gola. Un canale di neve con facili saltini rocciosi ci condusse alla base del primo sasso incastrato. Lo superai agevolmente, grazie ad un piccolo caminetto e a degli ottimi ganci per le piccozze, poi Fabio si avviò verso quello successivo, molto più grande e ostico all’apparenza. Fabio ha una chiara avversione per i camini, così invece di optare per uno dei due leterali formati dal gigantesco sasso incastrato a forma triangolare, decise di scalarlo al centro, seguendo una vaga rampa diagonale in aperta placca. Venne fuori tiro su piedi e gancetti aleatori. Il povero Fabio ancora non poteva sapere che quel giorno era nel posto più sbagliato possibile per uno scalatore che non ama i camini. In quel momento però ci trovavamo dentro un largo canyon dalle pareti laterali molto alte. La peculiarità era che i tratti su neve tra un salto verticale e l’altro, non avevano la classica pendenza sopra i 50 gradi, ma al contrario spesso andavano dentro quasi in piano o comunque raramente oltre i 30 gradi. Cosicché man mano che avanzavamo, invece di guadagnare quota regolarmente, entravamo sempre più in profondità nella montagna. Le pareti laterali attorno a noi si facevano ad ogni passo più maestose, rendendoci minuscoli e insignificanti al loro cospetto. Stavamo respirando a pieno polmoni il fascino dell’esplorazione, ci trovavamo in un luogo incantevole mai battuto prima da alcun essere umano e tutto ciò ci faceva provare una grande emozione. Ed eravamo nelle Dolomiti, non in chissà quale angolo selvaggio e remoto della terra, a dimostrazione di come con un po’ di spirito d’avventura, l’esplorazione può essere ancora attuale sulle nostre montagne.
Ad un certo punto, mentre Fabio guidava un lungo tratto in conserva, facendo due conti valutai che dovevamo essere giunti a circa metà altezza della gola, che però manteneva intatto il suo mistero, non svelando nulla della sua parte soprastante. Per quanto in quel punto fosse larga, la conformazione ci impediva di vedere qualunque cosa oltre la ventina di metri sopra noi. Pur trovandoci al momento su un canale di neve, distanziati da 60 metri di corda, non potevamo vederci. Quando Fabio si fermò a fare sosta e lo raggiunsi, il mondo attorno a noi si era fatto improvvisamente più ristretto. Non prometteva niente di buono. Andai avanti, ma ben presto sopra di me la gola venne chiusa del tutto da pareti strapiombanti. Mentre mi guardavo attorno preoccupato, scorsi alla base degli strapiombi un buco e ci entrai dentro speranzoso. Era la nostra unica possibilità d’uscita, scalare direttamente gli strapiombi era impensabile. Mi ritrovai a percorrere un cunicolo buio e strettissimo, dal fondo innevato, presto dovetti girarmi lateralmente per riuscire a proseguire, perché frontalmente e con l’imbrago carico di materiale era impossibile. Il tunnel mi condusse quasi orizzontalmente dentro le viscere della montagna e quando ormai ero in prossimità del fondo, le corde finirono e con mille acrobazie attrezzai una sosta e urlai a Fabio di raggiungermi con la frontale accesa. In quello spazio così ristretto, afferrare qualsiasi materiale dall’imbrago era un’operazione da contorsionisti. Difatti misi il mio compagno in piastrina per recuperarlo in sicurezza, ma non feci l’ulteriore sforzo di assicurarmi alla sosta, incastrato lì dentro non correvo alcun rischio di precipitare.
Quando Fabio mi raggiunse, non era proprio a suo agio in quello spazio ristretto e buio, devo ammettere come anch’io ero preoccupato, pur essendo uno specialista dei camini, non mi ero mai trovato ad affrontare un qualcosa di simile. Ad ogni modo il richiamo dell’esplorazione prevalse su ogni altro aspetto ed eravamo intenzionati a produrre il massimo sforzo per trovare una via d’uscita. Il buio camino era costellato da sassi incastrati di ogni misura e la luce diurna che filtrava in alto da alcune fenditoie creava un’atmosfera spettrale.
Potevamo provare a salire, ma obbiettivamente non sapevamo ne se saremmo stati in grado e ne se vi fosse una via d’uscita. Visto il buio, il camino avrebbe potuto diventare troppo stretto e impedirci il passaggio, oppure essere chiuso in cima da un tetto invalicabile. Trovarselo ad un passo dall’uscita, sarebbe stata la più atroce delle beffe. I sassi incastrati sopra le nostre teste toglievano qualunque prospettiva, al massimo riuscivamo a illuminare quello immediatamente sopra di noi, solo una volta arrampicato e superato potevamo guardare oltre, ovvero a come arrivare a quello seguente...
Proseguimmo salendo, o meglio strisciando verso l’alto, da un sasso incastrato all’altro per un paio di tiri, cercando con pazienza di trovare la strada in quell’opprimente labirinto. Il ghiaccio era del tutto assente, ma il calcare a buchi tipico della Vallaccia, offriva dei ganci morfologicamente molto adatti per le picche e dei precisi e affidabili appoggi per i nostri ramponi mono-punta. Anche agganciare con le picche i sassi incastrati era un gesto tipico di una piacevole scalata su terreno misto, in fondo non avevamo nulla di cui lamentarci.
La cosa sorprendente fu trovare alcuni dei buchi pieni di mirtilli. Probabilmente sono stati depositati lì dai gracchi alpini durante l’estate, come scorta di cibo per l’inverno. Almeno questa è la nostra teoria, visto che non ci viene in mente nessun altro animale in grado di trasportare dei mirtilli dalla valle fin lassù. Ovviamente abbiamo evitato accuratamente di toccare i buchi ripieni di mirtilli.
Ad un tratto, rimontato uno dei tanti grossi massi, dove poi ci sembrò logico attrezzare una sosta, capimmo di essere sotto l’ultimo tiro. Avremmo dovuto ancora tenere le frontali accese per salirlo, ma finalmente l’ambiente circostante era diventato più luminoso e la nostra visuale aveva acquisito anche un minimo di prospettiva. Speranzosi mi avviai, strisciando nel camino che riprese a farsi sempre più stretto man mano che salivo. Poi tornò ad allargarsi e una serie di ottimi buchi per le picche collegavano i vari sassi incastrati, formando una linea ideale e concedendo una scalata fluida. Ad un tratto, dopo un ultimo passo atletico, mi ritrovai in piedi sulla neve che ricopriva un ultimo grosso masso, alla piena luce del giorno. Puff puff che sollievo! Da lì infine un breve canale nevoso mi condusse sul sul filo di cresta, dove attrezzai l’ultima e tanto sospirata sosta.
Ai posteri, facendo i "conti" comodamente seduto sul divano di casa, pensai come le difficoltà si erano rivelate anche piuttosto abbordabili, ma la realtà del momento era che fino all’ultimo sasso incastrato non sapevamo se ce l’avremo fatta. Con la visuale così ristretta, quando partivamo dalla sosta non eravamo in grado di scegliere una direzione ideale, ma navigavamo a vista da sasso in sasso. Oltre ognuno di essi, poteva sempre sopraggiungere un tratto troppo liscio o stretto per essere scalato, invece la montagna ci ha voluto bene, lasciandoci passare e con un pizzico di fortuna siamo riusciti a scovare il proverbiale "facile nel difficile" in quel buio labirinto. Questa esplorazione, così incerta fino all’ultimo metro, ci ha lasciato dentro un profondo senso di avventura.
A seguito di accurate e non facili ricerche, siamo riusciti a trovare un unico altro itinerario su questa parete nord, aperta il 26 giugno 1927 da Harm, Paula Wiesinger e Spinger per un imprecisata via di circa 350 metri su roccia friabile di III grado (fonte libro Andare per monti, "Bepi" Pellegrinon 1979). In letteratura non sono riportate altre salite, dunque la nostra ascesa di Misty Mountain è stata effettuata quasi un secolo dopo la prima ed unica altra via aperta sulla parete.
- Emanuele Andreozzi, Trento
Info: emanuele-andreozzi-alpinista.com
Andreozzi ringrazia: Elbec e GrandeGrimpe














































