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Durante la salita di 'Per aspera ad astra' sulla parete Nord del Campanile S. Marco, Marmarole (Giovanni Zaccaria, Alice Lazzaro)
Fotografia di Giovanni Zaccaria
Durante la salita di 'Per aspera ad astra' sulla parete Nord del Campanile S. Marco, Marmarole (Giovanni Zaccaria, Alice Lazzaro)
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Il bisogno di piantare chiodi, di perdersi per ritrovarsi. Di Giovanni Zaccaria

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Il racconto di Giovanni Zaccaria della salita, effettuata a dicembre 2015 insieme a Alice Lazzaro, di 'Per aspera ad astra'; non necessariamente una via nuova ma un’avventura sulla parete N del Campanile S. Marco (Marmarole) in memoria del nonno Giuseppe Suppiej.

"Giuseppe Suppiej, avvocato veneziano, è morto qualche giorno fa all’età di 87 anni. È stato uno dei più insigni studiosi e docenti di diritto del lavoro. Ha insegnato nelle Università di mezza Europa e alla fine della sua carriera anche a Padova. Veneziano illustre e famoso, amante della sua città." Giuseppe Suppiej è stato da me chiamato prevalentemente "Nonno", o al massimo "Nonno Beppi". E leggendo i trafiletti dei giornali, sento che manca qualcosa, della figura del nonno che non c’è più. Infatti, oltre che giurista, professore, padre e nonno, lui era un alpinista, in montagna e nella vita. Per aspera ad astra, ripeteva spesso. Mi ha insegnato a camminare sui sentieri e tra le roccie, ad apprezzare la fatica, godere della cima e ad amare la montagna. Come a me, lo ha insegnato anche agli altri 16 nipoti, magari qualcuno dei più piccoli per via indiretta.

Mentre giuristi e giornalisti preparano discorsi funebri, e la famiglia si stringe a Venezia per organizzare la cerimonia, sento anche io il bisogno di fare qualcosa mentre penso al nonno, non pensarlo e basta: voglio portare il suo pensiero in montagna. Non so dove andare, non voglio un posto conosciuto e penso così alle Marmarole, un gruppo montuoso che non mi evoca ancora niente, solamente un nome letto su qualche cartina. Quando non sai dove andare, spesso viene in aiuto il caso, sotto forma di inutili quanto talvolta apprezzate coincidenze. Infatti, incuriosito dall’inchiostro che recita "Campanile S. Marco" su di una cartina di montagna, mi informo riguardo al bivacco posto alla sua base. Questo è dedicato a Musatti, un insigne giurista e valido alpinista veneziano: non ho più dubbi, è là che devo andare.

A fare cosa non lo so, ma visto che è inverno e neve non ce n’è, forse le picche e il materiale da alpinismo invernale sono gli strumenti che potrebbero ipoteticamente essere utili. Prendo soprattutto tutti i chiodi da roccia del nonno: li ho ereditati, piantati e tolti svariate volte: portano i segni ed il sangue di molti anni in montagna, ma ora sento che non mi appartengono più, devo piantarli e lasciarli, questa volta per sempre, alla montagna. Per fortuna Alice, come sempre, ascolta, segue e accompagna il filo dei miei pensieri farneticanti, per aiutarmi a realizzare la mia idea: forse pensa che così mi sentirò meglio.

Nasce così Per aspera ad astra (70° M5/IV 550mt), un’avventura (non per forza una via nuova) in memoria di Giuseppe Suppiej. Abbiamo salito senza relazione la grande rampa al centro della parete N del Campanile S. Marco, fino a raggiungerne l’intaglio sulla cresta sommitale. Per noi sono stati tredici tiri di neve, roccia, e un po di ghiaccio, saliti con gli occhi di chi vuole esplorare una zona poco conosciuta, con la testa libera da informazioni, e con mani e cuore che, insieme, hanno piantato i chiodi del nonno. Sono stati lasciati al Campanile San Marco nove chiodi di sosta, che ci hanno permesso di scendere in corda doppia, al buio, lungo la via. Il tratto chiave della nostra salita è stato il superamento del primo breve muro slavato (M5), che permette l’accesso alla rampa. Abbiamo trovato tre soste nella prima parte della parete, scoprendo a posteriori che la linea da noi immaginata, logica come salita invernale, interseca all’inizio la via estiva Casara-Cavallini. Quest’ultima piega presto a sinistra in direzione della cima, ma noi, quel giorno, non avevamo una cima da raggiungere.

La mattina dopo, nella chiesa di S. Canciano, oltre agli occhi, avremo le mani un po’ gonfie.

di Giovanni Zaccaria

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