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Gran Sasso: la vetta orientale del Corno Grande con il Paretone
Fotografia di archivio Ivo Ferrari
La copertina del libro Tu non conosci Tiziano. La vita e l'alpinismo di Tiziano Cantalamessa di Massimo Marcheggiani (SER Società Editrice Ricerche)
Fotografia di archivio Ivo Ferrari
Sul Secondo Pilastro durante il concatenamento, tratto dal libro del libro Tu non conosci Tiziano. La vita e l'alpinismo di Tiziano Cantalamessa di Massimo Marcheggiani (SER Società Editrice Ricerche)
Fotografia di archivio Ivo Ferrari
Alpinismo d'inverno, Storia all'ombra di grandi pareti. Di Ivo Ferrari (Alpine Studio)
Fotografia di archivio Ivo Ferrari

I 4 Pilastri del Paretone del Gran Sasso - Inverno 1989

di

Ivo Ferrari ci presenta un concatenamento invernale storico e, a torto, forse poco conosciuto: quello effettuato, nel 1989, da Tiziano Cantalamessa e Franchino Franceschi sui 4 Pilastri del Paretone del Gran Sasso. Si tratta di grande alpinismo invernale (da ricordare!) e di due grandi alpinisti come è evidente anche dal racconto di uno dei protagonisti, Franchino Franceschi.

Così Ivo Ferrari ci ha presentato questo concatenamento invernale dei 4 Pilastri del Paretone del Gran Sasso realizzato, nel 1989, da Tiziano Cantalamessa e Franchino Franceschi:
Sono sempre stato affascinato da questo genere di salite, i “concatenamenti”. Se poi le linee vengono unite d’inverno, il fascino diventa anche stupore. Di questa “gelida galoppata” nel Cuore del Gran Sasso, si è parlato e letto molto poco, a torto! Due formidabili alpinisti uniti da vera Amicizia e stima, due amanti del freddo... due artisti... “...Era sufficiente osservare il movimento della corda per capire cosa stesse facendo il compagno...”

I 4 Pilastri del Paretone del Gran Sasso - Inverno 1989
di Franchino Franceschi

L’inverno successivo, di idee ne avevamo tante, ma quella di scalare tutti i quattro pilastri del Paretone prevalse. Partimmo un tardo pomeriggio e salimmo sull’ultima corsa della seggiovia. Pernottammo in rifugio e la mattina successiva ci muovemmo verso la Ricci che era ancora notte. C’era molta neve, e chi andava avanti doveva battere una profonda traccia. Avevamo due zaini molto pesanti, ma nonostante ciò avanzavamo abbastanza rapidamente. C’era ora da scendere sul canale Jannetta, che con tutta quella neve non era per niente simpatico. Si avanzava aprendosi un varco nella neve con i ramponi che grattavano la roccia sottostante. In breve eravamo alla base del 3° Pilastro. Modificammo il carico degli zaini, facendo uno più pesante e l’altro più leggero per il primo di cordata.

Portammo tutta l’attrezzatura con noi, perché non eravamo sicuri di riuscire in giornata. Cominciammo la salita e ci alternavamo al comando ogni 2/3 tiri.

Il secondo non riusciva a scalare con lo zaino sulle spalle, per cui lo legammo con un'altra corda e lo tiravamo su con una maniglia. Il freddo si faceva sentire, c’erano 20° C sotto zero. La roccia aveva le fessure incrostate di ghiaccio e quando si arrivava sulle cenge e terrazzini, si incontrava neve fresca che offriva poche possibilità di una presa sicura sia per le mani che per i piedi.

Tiziano, all’inizio della via, aveva perso una scarpetta da arrampicata, per cui arrampicava con una scarpetta e uno scarpone. Non trovò nessuna difficoltà, anzi disse che forse era anche meglio.

Le difficoltà non sono elevate su quel pilastro, ma in quelle condizioni, e con le mani sempre guantate erano notevolmente limitate, nonostante ciò, in 6 ore eravamo fuori. Avevamo portato a spasso inutilmente il materiale da bivacco e le provviste per 4 giorni. Bivaccammo sotto la cima dell’Orientale battuti da un vento fortissimo che ci martoriò per tutta la notte.

Dormimmo assicurati, anche se il posto era comodo, perché temevamo che il vento ci potesse fare qualche brutto scherzo. Il mattino dopo scendemmo sul secondo pilastro carrucolati in quanto il vento non ci permetteva di lanciare le corde doppie.

Arrivati sulla cengia obliqua, ci spostammo sopra il 1° pilastro. Sarebbe stata la prima invernale e Tiziano mi concesse l’onore di tirarlo tutto da primo: accettai con ovvio entusiasmo. Impiegammo circa due ore scarse per raggiungere la vetta e senza esitazione scendemmo di nuovo sul 2° pilastro, che risalimmo anche questo in circa due ore con Tiziano sempre da primo. Scalammo i due pilastri super imbottiti e senza mai dire una parola perché il vento ci impediva di sentirci, ma l’intesa era perfetta: era sufficiente osservare il movimento della corda per capire cosa stesse facendo il compagno.

C’era totale fiducia e con questa quantità e qualità di ingredienti non avevamo nulla da temere. Eravamo molto veloci, non perdevamo tempo sulle soste e si avanzava piazzando poche protezioni: giusto le più comode o le necessarie. Alle 14 eravamo sull’Orientale, ma bivaccare li era impossibile, non c’era neanche la possibilità di accendere il fornello e di acqua non ne avevamo, tra l’altro sula cresta la neve era stata totalmente spazzata via. Dovevamo andarcene da li e la cosa non ci faceva piacere perché sarebbe stata tutta fatica in più. Decidemmo di abbassarci verso il Calderone, ma li ci rendemmo conto che c’era un fortissimo pericolo di valanghe per cui continuammo ad abbassarci fin quando non si rese visibile sotto di noi il rifugio.

In quel punto potevamo bivaccare scavando una buca nella neve, ma vedere il rifugio a un paio di cento metri di dislivello sotto di noi ci fece sentire coglioni.

Decidemmo senza ulteriore esitazione di raggiungerlo. E’ vero, probabilmente eravamo stati vigliacchi perché non avevamo avuto il coraggio di affrontare la montagna e la natura a viso scoperto, perché non avevamo bivaccato sulla cima della vetta Orientale senza la possibilità di alimentarci e bere, perché non avevamo avuto il coraggio di bivaccare in una buca nella neve nel Calderone, correndo il rischio di non uscirne vivi il giorno dopo, e la scelta del rifugio sicuramente sminuiva il valore dell’impresa, ma quella sera è stata sicuramente una delle più belle della nostra vita e questo per noi era abbastanza.

Il giorno dopo di buon’ora risalimmo verso l’anticima e scendemmo nello Jannetta fino alla base del 4° pilastro: era totalmente intasato di neve e ghiaccio. Iniziammo a salire con i ramponi ai piedi (che avremmo tenuto fino in cima).

Riuscivamo a guadagnare metri soltanto dopo aver pulito un po’ la roccia togliendo neve e il secondo sotto veniva letteralmente sommerso. Non era una scalata, ma una lotta furibonda con quella materia bianca e noi eravamo totalmente ghiacciati, nonostante tutto ciò impiegammo quattro ore per guadagnare la vetta. Soddisfazione alle stelle, erano stati due giorni e mezzo molto intensi, duri, ma anche incredibilmente divertenti.

Franchino Franceschi

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