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Federica Mingolla su Bellavista alla Cima Ovest di Lavaredo, Tre Cime di Lavaredo, Dolomiti, giungo 2022. Aperta da Alexander Huber in solitaria in quattro giorni nell’inverno del 1999, la via era stata liberata dallo stesso climber tedesco nel 2001 con difficoltà stimate attorno a 8b+/c.
Fotografia di Lorenzo Morandini
Federica Mingolla sul famoso tetto di Bellavista alla Cima Ovest di Lavaredo, Tre Cime di Lavaredo, Dolomiti, giungo 2022
Fotografia di Lorenzo Morandini
Niccolò Bartoli e Federica Mingolla su Bellavista alla Cima Ovest di Lavaredo, Tre Cime di Lavaredo, Dolomiti, 16 giungo 2022
Fotografia di archivio Federica Mingolla
Le Tre Cime di Lavaredo, Dolomiti
Fotografia di Lorenzo Morandini

Federica Mingolla e Bellavista alle Tre Cime di Lavaredo

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Il racconto di Federica Mingolla che giovedì 16 giugno, assicurata da Niccolò Bartoli ha salito Bellavista alla Cima Ovest di Lavaredo (Dolomiti), aperta in solitaria da Alexander Huber nel 1999. Mingolla e Bartoli sono scesi da dove la via si congiunge alla Cassin

Federica Mingolla ha iniziato la sua stagione estiva in montagna alla grande salendo a-vista  La cruna dell’ago (8a) nel silenzioso Vallone di Forzo nel Parco Nazionale Gran Paradiso, in Francia sul calcare perfetto delle Tours d’Areu la via Golden Tower (8a), sul granito del Monte Bianco il famoso tetto d’incastro Ma Dalton (7b/c) e, la settimana scorsa nelle Dolomiti, Bellavista sulla nord della Cima Ovest di Lavaredo.

Aperta da Alexander Huber in solitaria in quattro giorni nell’inverno del 1999, la via era stata liberata dallo stesso climber tedesco nel 2001 con difficoltà stimate attorno a 8b+/c. Da subito la via è diventata un ambito banco di prova per molti dei migliori. La prima femminile risale al 2013 e porta la firma di Sasha DiGiulian, mentre due anni più tardi Barbara Zangerl si era aggiudicata la seconda femminile.

Mingolla l’anno scorso aveva provato i tiri per due giorni prima del suo incidente. Poi giovedì 16 giugno dopo soltanto un altro giorno in parete, è riuscita a salire in libera tutti i tiri difficili. Da segnalare che la 27enne aspirante guida alpina e il compagno di cordata Niccolò Bartoli si sono calati dopo le difficoltà, dove la via si congiunge e segue la storica via Cassin, essendo questa fradicia in seguito al violento temporale della notte precedente.

Manca per certi versi la ciliegina sulla torta, la cima, come Mingolla stessa ammette nel suo report pubblicato sotto, ma come ci ha raccontato “Non ci ho pensato due volte. Avrei voluto continuare fino in cima volentieri, ma piuttosto che morire…”


BELLAVISTA ALLE TRE CIME DI LAVAREDO di Federica Mingolla

Bellavista è una via di più tiri che affronta l’evidente strapiombo che caratterizza la parete nord della Cima Ovest di Lavaredo nelle Dolomiti. È impressionante, anche per chi scala e ha molta esperienza nelle multipitch, e quando si vede per la prima volta il traverso che affronta il grande strapiombo non si può che rimanere senza parole. Ti fa sentire piccolo e impotente. Ti mette paura.

Basta pensare che una caduta durante la progressione può significare perdere anche 5 o 6 metri di quota, senza nessuna possibilità di ripartire se non quella di risalire le corde con un sistema autobloccante fino a raggiungere l’ultimo chiodo passato. Insomma, la prima volta che ho provato il traverso del grande tetto di 8c mi sono sentita come quando ho scalato per la prima volta su una via lunga da proteggere: ero terrorizzata!

Eppure a fine agosto del 2021 avevo deciso di mettermi in gioco su questo capolavoro di Alex Huber del 1999, aperto in solitaria, una cosa da pazzi! Dopo due giorni avevo liberato tutte le lunghezze ad eccezione di quella di 8c e 8a. Mi sentivo bene e sapevo che avrei potuto farcela se solo avessi avuto ancora qualche giorno. Purtroppo però i miei impegni all’epoca mi richiamarono all’ordine e solo qualche giorno dopo mi ruppi entrambi i calcagni. La mia statica rimase appesa al tetto per tutto l’inverno.

Finalmente la scorsa settimana ho trovato il tempo per tornare in Lavaredo, e anche il socio di scalata giusto, Nicolò Bartoli. Io sono parecchio stanca a dire la verità, perché arrivo da 10 giorni di chiodatura e pulizia e scalata in Kosovo ma le temperature e il vento mi convincono che è il momento perfetto per provarci.

Perciò mercoledì 15 giugno sono di nuovo sotto il grande tetto dopo aver scalato tutte le 5 lunghezze precedenti. Questa volta ho meno paura. Inizio a scalare e dopo 2 tentativi riesco a passare la sequenza più dura trovandomi però a gomiti altissimi poco dopo. Cado e poco dopo inizia a tuonare. Quella notte piove moltissimo.

Giovedì mi alzo e sono distrutta, butto giù dei sali e qualche vitamina sperando che l’effetto placebo possa aiutarmi il più possibile. Quando arrivo di nuovo sotto il grande strapiombo sono mentalmente scollegata. Affrontando il primo tiro di 7b ho avuto una brutta visione, come un flashback: me in carrozzina. Il tiro di 7b è molto poco protetto e probabilmente è stato quello a spaventarmi. Comunque sono di nuovo in sosta prima di partire per l’8c e il mio cervello è altrove, come se poi alla fine non fosse così importate quello che stavo facendo. Nik mi sostiene fin dal primo appiglio. È importante avere qualcuno con cui hai un buon feeling nella scalata e, per me, lui ha fatto il 50% del lavoro nella buona riuscita di questa avventura.

Questa volta supero il passaggio chiave del tetto e mi accorgo che invece che gonfiarmi come un tacchino nei riposi, riesco anche a riposare. Dopo 1 ora di lotta sono in sosta e, credo, per la prima volta nella mia vita, urlo fortissimo, così forte che dalla malga sotto mi arrivano applausi di risposta. Sono felice ma non è ancora finita!

Nik mi raggiunge velocissimo sulla statica e così riprendiamo la progressione con solo il materiale necessario e uno zaino leggero. L’8a lo percorro in pochissimo tempo, come se lo avessi fatto almeno 100 volte in passato. Le lunghezze dopo sono più facili ma molto da ricercare, e nel complesso la roccia non è male, come quella dei tiri sotto al tetto.

Quando arriviamo sui neri della Cassin, al termine della nostra via, ci rendiamo conto che ci sono le cascate d’acqua, probabilmente per colpa dei violenti temporali. Impossibile la progressione, o comunque è da pazzi. Decidiamo così che la via l’abbiamo conclusa e che salvarsi la pelle è più importante del raggiungimento della vetta della Ovest. In qualche modo ci caliamo e non senza difficoltà raggiungiamo la base.

Penso che non potesse andare meglio di così, per come era iniziata, e ancora non mi capacito di come sia riuscita a scalare la lunghezza di 8c in così poco tempo. Sono semplicemente felice. Mi dispiace per la vetta che è una gioia toccare dopo un bel viaggio su una parete così, ma dopo quello che ho passato credo che rischiare la vita per qualche tiro di V grado non ne valesse la pena.

Magari un giorno tornerò per provare Panaroma, che è un’altra via di Alexander Huber che mi incuriosisce sempre sulla nord della Ovest, ma per il momento è ora di preparami per un bel viaggio sempre in compagnia del mitico Nicolò Bartoli. Kyrgyzstan arriviamo!

di Federica Mingolla

Federica ringrazia: La SportivaPetzlSalewa, Alba Optics, Sherpa Mountain Shop

Link: www.federicaguidaalpina.com

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