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Voyage selon Gulliver al Grand Capucin (massiccio del Monte Bianco), Maurizio Rossetto sul tiro dopo la placca
Fotografia di Maurizio Rossetto
Maurizio Rossetto in vetta al Grand Capucin (massiccio del Monte Bianco) dopo aver salito Voyage selon Gulliver insieme a Arnaud Clavel
Fotografia di Maurizio Rossetto
Niccolò Rossetto indica la vetta del Rocciamelone
Fotografia di Maurizio Rossetto
Rocciamelone: Maurizio Rossetto e suo figlio Niccolò in vetta
Fotografia di Maurizio Rossetto

Dal Grand Capucin al Rocciamelone

di

Maurizio Rossetto racconta l'estate in montagna che l'ha portato a risalire Voyage selon Gulliver al Grand Capucin (massiccio del Monte Bianco) insieme alla guida alpina Arnaud Clavel, e a salire con il suo piccolo figlio il monte Rocciamelone in Valle di Susa

"My father’s house stands like a beacon callin’ me in the night" Bruce Springsteen

Tempo e numeri sono formidabili creazioni umane. I numeri sono forse l’unica lingua parlata in maniera univoca da tutti gli uomini ed il tempo è stata una geniale trovata per la rappresentazione dello spazio.

A livello alpinistico il tempo si è dimostrato essere non solo mero parametro di riferimento per le performance in tutte le discipline del verticale, ma sempre più spesso guida nelle scelte di nuove sfide che guardavano, per una stessa impresa, al miglioramento del tempo necessario per realizzarla. E grazie al linguaggio dei numeri l'uomo ha dato voce a questi concetti di tempo.

Per quanto tecnicamente perfetta, e senza di vizi di forma, questa voce è però priva di particolare carattere, poiché quei numeri ancora oggi non sono in grado di rappresentare, e quindi adeguatamente comunicare, i tratti emotivi ed emozionali che sono l'anima del progredire per mete di verticalità.

Passo dopo passo l’alpinista, di qualsiasi livello tecnico esso sia, si muove spinto dalle vele dell’emozione, dispiegate ai venti dell’essere. Quei venti ne plasmano il carattere, la tempra, il fisico, ma soprattutto essi accompagnano l’alpinista verso quei vertici emozionali in assenza dei quali cotanto sforzo perderebbe di significazione.

Se si potesse redigere l’elencazione dell’intensità emozionale generata nei protagonisti degli innumerevoli palcoscenici alpinistici, ed in funzione di tale intensità venissero scelte le salite che hanno avuto la capacità di emozionare maggiormente i suoi protagonisti, a chi verrebbe assegnato il Piolet d’Or dell’emozione alpinistica? Non v’è certezza alcuna che alle più prestigiose salite da un punto di vista tecnico corrispondano anche le più grandi emozioni; esattamente come non v’è certezza del contrario…

Il fine ultimo del gesto alpinistico è la sua formalizzazione numerica (i.e. dislivelli percorsi, gradi di difficoltà, tempi di percorrenza, numero ripetizioni, temperature, etc.) o l'essere strumento per i battesimi emozionali degli stessi alpinisti?

A tal proposito vorrei richiamare una mia salita autunnale con l’amico-guida Arnaud Clavel, in cui mi propose di andare a dormire nel vecchio bivacco Gervasutti per poi proseguire verso la calma di un’alba montana alla base della Est delle Jorasses. Sebbene privo di particolare rilevanza tecnico-alpinistica quel momento fu, personalmente, un’istantanea di particolare intensità emozionale nel mio percorso alpinistico.

Il rosato di quell'alba, nella fredda ed asciutta aria sottile, sotto l’imponenza di quella bastionata rocciosa compatta, severa, macchiata solamente dai suoi perenni nevai, fu un momento emozionalmente così forte da renderne estremamente complessa – se non impossibile – la trasposizione nero su bianco, poiché rischierebbe di deviare o verso il tedioso o verso l'appiccicosa banalizzazione.

Le nostre emozioni non sono altro che tracce. Tracce che da una parte segnamo in noi stessi - e che ogni volta che le richiamiamo alla mente sono in grado di offrirci una nuova prospettazione emozionale dell'evento a cui esse sono associate - e che dall'altra lasciamo nelle persone che ci accompagnano nel nostro cammino.
In montagna mi è capitato spesso di percorrere gli stessi sentieri o gli stessi itinerari. Mai però che sia stato in grado di provare le stesse emozioni. Come se lo spazio di un’emozione racchiudesse in sé una sua unicità .

A luglio di quest’anno mi sono ritrovato con Arnaud al bar delle funivie dello Skyway per decidere la soluzione migliore per raggiungere la base della parte Sud dell’Aiguille du Midi, sulla quale intendevamo percorrere un’interessante via di circa 8 tiri. Visto però che la realtà è spesso ben diversa da qualsivoglia aspettativa, il caso ha fatto sì che nel mentre giungesse il suo amico Davide, il quale gli comunica che lui ed il suo compagno di scalata sarebbero andati a salire l’Echo des Alpages, una via piuttosto severa al Grand Capucin. Arnaud mi guarda e dice: "Scusa, ma perché non andiamo anche noi al Capucin a fare Voyage Selon Gulliver?" Fu un volo di rondine. Ritornai con la mente a quel lontano 2002 in cui, io ed Arnaud salimmo il primo giorno la Bonatti-Oggioni al Maudit e il giorno successivo Voyage al Capucin. 17 anni da allora. 17 anni di istantanee di montagna che giorno dopo giorno accompagnano la mia esistenza.

Ovviamente cambiamo meta. Prepariamo rapidamente il sacco e corriamo alla base del Grand Capucin, forse all’inseguimento della cordata Clavel-Rossetto partita 17 anni prima… Iniziamo allora ad affrontare per la seconda volta quella magistrale linea, a firma Piola-Steiner, che 17 anni prima ci aveva già visti transitare. Questa volta però ne guardavo ed affrontavo placche e fessure in maniera ben diversa. Non c’era certamente più l’emozione della prima o il timore di non riuscire a passare, anche perché negli anni ho imparato a scalare meglio. Essi no, non c’erano più. Avevano però fatto largo all’emozione del ritornare dopo anni a riabbracciare un caro amico.

Sia io che Clavel questa volta avevamo addosso i segni indelebili dello scorrere del tempo, poiché, come ben scrisse Neil Young "rust never sleeps". Ma questo non vale per lo sguardo, che è la rappresentazione dello stupore umano, il quale non conosce ruggine alcuna. Nei nostri sguardi c’era sempre quella carica di gioia che quelle linee sanno offrire ai loro salitori e in quello della parete il dolce sorriso di un nonno che abbraccia e culla uno dei suoi tanti nipoti.

Non sarei sincero se in queste colonne non ricordassi l mio desiderio di salire la via in libera. Ahimè non ci sono riuscito, avendomi "tradito" (in modo bonario) sia il tiro di 7a+ sia uno successivo di 7a, in cui i piedi mi facevano così male che ho avuto fin difficoltà nel tirarmi su da un rinvio all’ altro. Anche queste sono emozioni! Non certamente meravigliose, ma fanno parte del gioco. Non ci sarebbe massimo bene senza massimo male e non vi sarebbe il bianco se non vi fosse il nero.

Per l’ennesima volta Arnaud ha danzato quella linea, con la sua arrampicata efficace, morbida ed elegante. In sosta riguardavo i tiri che sarebbero seguiti. Mi ripensavo molti anni prima ad arrancare su per gli stessi appigli, lungo le stesse fessure e placche. Ostinatamente tiro dopo tiro cercavo nell’archivio della memoria le istantanee del tempo addietro e le sensazioni provate allora.

Da un punto di vista tecnico fu per me molto più complesso salire 17 anni fa, e il rapporto con la parete è stato questa volta più famigliare, complici anche tutte le linee salite di questi anni lungo le bastionate dei satelliti del Tacul.

Non ricordo più in occasione di quale salita ma un momento emotivamente forte fu quando, con gli sci ai piedi, io ed Arnaud, ci fermammo un attimo prima di affrontare la discesa del Flambeau. Arnaud indicò i satelliti e disse: "ecco là la nostra Arena". Arnaud non aggiunse altro. Io non dissi nulla. Quelle parole ben inquadravano il tutto del momento. Seguì quindi solamente un colpo di reni per far iniziare lo scivolamento degli sci verso l’ Arena. Anche allora ci portammo a confrontarci con quelle linee per guadagnarci il nostro piatto di gioie ed arrabbiature: elementi costituenti del brivido emozionale del verticale.

Dopo 14 tiri ho nuovamente raggiunto la vetta del Capucin. In primis ho pensato ai miei due piccoli, che avrei voluto avere lì con me per fargli assaporare la gioia di vetta. Poi ho rivisto il Maurizio di 25 anni prima, seduto sulla stessa vetta accanto a Mario Mochet, che per la prima volta lo aveva accompagnato lungo la via degli Svizzeri.

Lì seduto mi faccio fotografare da Arnaud, con alle spalle uno dei lati più stimolanti per ogni sognatore montano: quello della Brenva del Monte Bianco. Lungo quel lato Arnaud, negli anni, mi ha accompagnato in diverse salite, per superare le quali ho sognato, imprecato, gioito, provato grandi paure e sensazioni indescrivibili. Insomma ho profilato il mio essere nel mio viaggio alla "conquista dell’inutile". Dalla vetta sono poi seguite rapide doppie e la corsa per riuscire a prendere l'ultima funivia per il nostro rientro "alla base".

Nel giro di qualche settimana è poi tornato, come ogni anno, il 4 di agosto, che non solo è il compleanno di mia moglie ma è anche una data personalmente importante da un punto di vista alpinistico. Ricordo infatti che in quella data, sempre legato alla paziente corda di Arnaud, salii sia il Pilone al Freney che la Via Attraverso il Pesce in Marmolada. Due momenti anch’essi indimenticabili per tipologia di sensazioni. Le parole di Arnaud pronunciate a metà del Pilone Centrale, mentre sorseggiavamo un tea durante una pausa della salita, ("ma cosa vuoi più di tutto questo") sono diventate monito indelebile. Eh sì, cosa cerchiamo più di tutto questo camminare accanto al divino, nello slancio dell’essere?

Come dicevo è tornato il 4 di agosto e con esso è arrivata una nuova personale avventura, emozionalmente forte come il Pilone al Freney o la Marmolada sebbene priva di difficoltà alpinistiche.

Le mie radici provengono dalla Valle di Susa. Lì mio padre mi fece muovere, ancor bimbo, i primi passi in montagna: prima nei boschi selvaggi, in cui ancor oggi tendo a tornare assiduamente per riassaporare l’into the wild, e poi lungo le vette dell’anfiteatro montano Novalicence, in cui spicca per altezza il Rocciamelone che con i suoi 3538 mt sul livello del mare è una tra le montagne più alte del Piemonte.

Quella vetta è personalmente molto importante poiché la iniziai a frequentare che avevo poco più di 10 anni e svariate volte ne ho raggiunto la vetta. Ho quindi dedicato gran tempo a quella montagna, ed essa a me.

Il 2 agosto di quest’anno con mia moglie abbiamo deciso di pernottare al rifugio Cà d’Asti con i nostri due figli: Niccolò di 7 anni e Caterina di 2 anni. Inter alias l’obiettivo era anche quello di cercare di accompagnare in vetta il giorno dopo il piccolo Niccolò. Il caso vuole che l’amico Paolo ci chiami il giorno prima per dire che era libero per il week end ed avrebbe gradito andare con me al Rocciamelone, visto che sapeva che io lo conoscevo e lui non c’era mai stato. A quel punto era chiaro: si doveva andare al Rocciamelone.

Con Caterina sulla spalle ed il sacco pieno zeppo (insomma carico con oltre 20 Kg) partiamo sabato 3 aAgosto alla volta di Cà d’Asti, che raggiungiamo dopo un paio d’ore. Ciò che mi preoccupava maggiormente erano i timori che Niccolò si potesse lamentare (cosa che non avvenne grazie al "Santo" Paolo che lo ha distratto dal parcheggio a Cà d’Asti), che Caterina potesse soffrire la quota e che Luisa potesse iniziare ad accusare affaticamento per il suo poco allenamento. Per fortuna nulla di tutto ciò avvenne e il rifugio di Cà d’Asti ha potuto accogliere, in un assolato pomeriggio agostino, il sorriso dei due bimbi, la felicità dei loro genitori e la gioia di Paolo.

Poi però io e Luisa abbiamo iniziato a temere per la notte, pensando: "e se Cate non farà dormire nessuno? Cosa possiamo fare?". Anche questo si è dimostrato un timore infondato visto che Cate si è addormentata alle 23 e si è svegliata dopo le 9 del giorno successivo. Anzi conoscendo mia moglie è probabile che Cate l’abbia dovuta svegliare!

Alle 5:30 arriva l’alba e Niccolò aprendomi il giorno con un sorriso mi domanda: "Ho dormito bene, vero?". Quella sua singolare domanda mi fa sorridere, mettendomi di ottimo umore e verso le 7 ci accingiamo a partire.

Cammino ed ascolto la corda a cui ho legato Niccolò per averlo sempre sotto controllo, in modo da sentirne passi, fatiche, eventuali difficoltà od inciampi. La mente corre a quando bambino lungo lo stesso sentiero salii con papà ed il suo amico Silvio: uomo dal passo montano leggero. Dico allora a Niccolò di cercare di essere morbido nel passo, leggero, di respirare profondamente per cercare di ossigenarsi. Non so se oggi Niccolò si stia divertendo. Forse no. Sono però certo che quelle emozioni torneranno nel suo domani, e ripenserà a quando, per mano a suo padre, si è portato verso l’alto per abbracciare la "Madonnina" della vetta.

Niccolò si dimostra bravo. Cammina bene. Non si fa tirare. Mi ascolta. E canta. Eh sì, Niccolò ama cantare e così porta avanti i passi cercando di non annoiarli con canzoni di Neil Young, Bruce Springsteen, Rino Gaetano, ecc. A tutti coloro che ci passano accanto Niccolò chiede come vada ed augura buona fortuna per la salita.

Dopo circa 1 ora e trenta dalla partenza terminiamo i ¾ della salita in un punto che si chiama Croce di Ferro, dove il piccolo Niccolò viene accolto da un applauso degli altri che stavano dirigendosi in vetta. Mi emoziona. Poi però mi arrabbio poiché mi accorgo quanto sono stupido per aver dimenticato da bere giù a Ca D’Asti. Grazie al cielo un signore mi offre ½ litro di minerale.

Oltre ad aver dimenticato da bere ho anche dimenticato il cellulare e quindi siamo costretti a chiedere qualche foto agli altri presenti, che poi ci hanno successivamente inviato. Insomma più che una cordata ho organizzato un’armata Brancaleone della montagna. Dalla Croce di ferro inizia la parte di sentiero un po' più esposta. Chiedo a Niccolò massima concentrazione e lui in modo molto giudizievole mi ascolta.

Dopo una ventina di minuti arriviamo agli ultimi due ripidi e corti tornanti, percorsi i quali rimangono solamente gli ultimi 5 metri che portano al Santuario di vetta. Emozione enorme quell’abbraccio di vetta con il mio piccolo Niccolò. Emozione grande per Paolo, che leggo vibrante nel suo sguardo azzurro.

Paolo ama il mare, con il suo gonfiarsi e sgonfiarsi in un sempiterno borbottio, ed ama solcarlo all’alba con il suo surf. Paolo ama i suoi figli ("Giorgione" e Valerio), che vorrebbe avere in quel momento in vetta con lui per condividere l’emozione. Paolo ama sorseggiare la vita, in cui oggi ha riposto anche questi abbracci montani.

Sulla via del ritorno con Paolo condividiamo l'idea che in fondo mare e montagna non sono nient’ altro che strumenti attraverso i quali tentiamo di profilare in modo armonioso i nostri spiriti. Ognuno deve cercare la sua dimensione per tentare di approdare nella parte emotivamente forte del cammino umano, in assenza del quale il viaggio si farebbe insipido.

"Dal Capucin al Rocciamelone sulla cresta dell’emozione", rifletto scendendo. A chiosa il monito Luziano con cui cerco di insaporire le azioni del mio essere: "Crescere. Crescere sempre in amore e saggezza". Il 4 agosto 2019 in vetta al Rocciamelone, con Niccolò e Paolo, sono cresciuto.

di Maurizio Rossetto

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