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Asta Nunaat Groenlandia: Fabio Olivari (sx) e Andrea Ghitti (dx) in vetta
Fotografia di Andrea Ghitti, Fabio Olivari
Asta Nunaat Groenlandia: Andrea Ghitti scala la larga fessura di L5
Fotografia di Andrea Ghitti, Fabio Olivari
Asta Nunaat Groenlandia: il ghiacciaio di Niaaligaq, al centro la cima Asta Nunaat
Fotografia di Andrea Ghitti, Fabio Olivari
Asta Nunaat Groenlandia: Fabio Olivari su L8 di Gioielli Viventi, salita il 9 agosto 2018 insieme a Andrea Ghitti
Fotografia di Andrea Ghitti, Fabio Olivari
INFORMAZIONI / informazioni e collegamenti:
    Fabio Olivari e Andrea Ghitti
    Siamo due ragazzi bergamaschi con la passione per la montagna e per l’avventura. Io sono Fabio Olivari, ho 23 anni ed abito a Sovere, un piccolo paese a pochi chilometri dal lago d’Iseo. Per anni ho praticato pugilato, poi, quando iniziai ad andare in montagna abbandonai la nobile arte e mi misi a scoprire il mondo verticale in tutte le sue forme, grazie al Cai Cedegolo faci le mie prime esperienze alpinistiche e mi innamorai di questa attività. Ora lavoro come operaio in una ditta siderurgica del posto e appena ho un momento libero scappo ad allenarmi in falesia o in montagna. Il mio grande amico nonché compagno di cordata Andrea Ghitti invece ha 27 anni ed abita a Fino Del Monte, un piccolo paese nella Valle Seriana, con lui ho instaurato un gran rapporto di fiducia che è indispensabile per affrontare un viaggio come questo, frequenta la montagna da molti anni, è un gran sciatore, alpinista ed ottimo compagno di avventura.

Asta Nunaat, in Groenlandia Andrea Ghitti e Fabio Olivari trovano Gioielli Viventi

di

Sulla cima Asta Nunaat nell’est della Groenlandia Andrea Ghitti e Fabio Olivari hanno aperto 'Gioielli Viventi', una nuova via d’arrampicata di 320 metri (VI+/A1) salita il 9 agosto 2018. Con ogni probabilità si tratta della seconda salita di questa montagna, dopo la prima effettuata nel 2006 da Andi Fichtner, Christoph Hainz e Roger Schaeli. Il report di Olivari

La Groenlandia è l’Isola più grande nonché lo stato meno densamente popolato al mondo. Ha una superficie vasta 7 volte quella italiana ma ha solamente 55 mila abitanti, stabiliti per il 90% sulla costa ovest dove appunto sorge la capitale Nuuk. Abbiamo scelto quest’isola perché eravamo alla ricerca di un luogo ricco di montagne ancora da esplorare, molte delle quali senza nome ed ancora in attesa di una prima salita, cercavamo un luogo dove praticare un alpinismo puro ed esplorativo, un po’ come quello che hanno vissuto gli alpinisti sulle nostre alpi nel 1700/1800.

Abbiamo scelto la Groenlandia dell’est prima di tutto perché è molto più selvaggia e isolata rispetto alla Groenlandia dell’ovest, poi perché a Tasiilaq (il paese che abbiamo scelto come punto base della nostra spedizione) vive da oltre 25 anni il grande alpinista ed esploratore estremo Robert Peroni il quale ci ha dato un grosso aiuto con gli spostamenti in barca oltre ad averci dato preziosi consigli sulla montagna da scalare.

La nostra avventura è iniziata il 2 agosto 2018 con partenza da Milano, dopo qualche problema con i voli arriviamo in Groenlandia e ci accorgiamo subito di quanto è isolato questo posto. Atterriamo in un piccolo aeroporto con la pista in terra battuta, in men che non si dica saliamo sull’elicottero, destinazione Tasiilaq, che con i suoi 2000 abitanti è la “metropoli” della Groenlandia dell’est. Li conosciamo subito Robert e dopo aver preso un telefono satellitare ed il fucile per difenderci dagli orsi ci facciamo portare in barca ai piedi del ghiacciaio di Niaaligaq, dove, secondo Robert c’è la montagna più bella e difficile della zona.

Una volta sbarcati ai piedi del ghiacciaio (situato circa 300 metri sopra il livello del mare) stabiliamo il nostro campo base dove lasceremo un po’ di attrezzatura superflua, abbiamo due zaini da 40kg e dobbiamo alleggerirli un po’ visto che dovremo camminare parecchio per arrivare ai piedi della nostra montagna. L’ 8 agosto partiamo dal campo base e ci portiamo verso il ghiacciaio passando su un instabile morena, una volta arrivati sul ghiacciaio riusciamo finalmente a vedere la nostra vetta in tutto il suo splendore, un dente acuminato dalla roccia perfetta. Per arrivare alla sua base dobbiamo batter traccia per diverse ore su 40 cm di neve marcia, tra buchi e crepacci enormi, gli zaini sono comunque pesanti anche se li abbiamo alleggeriti un po’, arriviamo ai piedi della nostra montagna molto stanchi e montiamo la nostra tenda su un blocco di granito sul nevaio posto a destra del ghiacciaio, la base non è liscia e nemmeno piana, come se non bastasse abbiamo una superficie utile poco più grande della nostra tenda, a valle abbiamo un salto di 10 m che arriva direttamente sul ghiacciaio, a monte abbiamo della roccia quasi verticale, non siamo comodi ma dormiamo benissimo da quanto siamo stanchi.

Il giorno seguente ci svegliamo ed il panorama è mozzafiato, alle nostre spalle una parete enorme, davanti a noi una distesa di fiordi ricchi di iceberg e in lontananza l’infinita calotta glaciale, di buon passo ci dirigiamo verso la parete che è incisa da una fitta rete di fessure, risaliamo un canale di neve con una pendenza di circa 50/60 gradi e arriviamo al nostro attacco. Senza incontrare troppe difficoltà apriamo i primi 4 tiri, le difficoltà sono contenute (massimo V+), la roccia è buona ma non delle migliori, ci si protegge comunque abbastanza bene grazie alle numerose fessure. Alla fine del quarto tiro si apre davanti a noi una cengia lunga circa 10 metri e subito dietro un muro verticale solcato da un evidente diedero leggermente strapiombante, lo saliamo in libera fin circa metà dive un grosso blocco granitico sbarra la strada creando un tetto, con una lunga staffata riusciamo a posizionare un 0.75 bd nella fessura soprastante, dopo un altro paio di staffate il diedro perde verticalità lasciando spazio alla libera che segue una stupenda fessura fino alla sosta. Proseguiamo aprendo altri tiri più facili che seguono una linea molto logica tra diedri, camini e fessure con vari passaggi sul VI/VI+ da non sottovalutare visto l’ambiente e l’isolamento.

Dopo diverse ore di arrampicata arriviamo in vetta, l’aria è gelida, ammiriamo le infinite cime attorno a noi, mangiamo qualcosa e ci idratiamo con neve e sali minerali, siamo felicissimi, è la prima volta che apriamo una via e farlo in stile tradizionale in un posto come la questo ci da un senso di infinita gioia, manteniamo comunque alta la concentrazione visto che ci aspettano le calate le quali si riveleranno una vera e propria odissea.

Cerchiamo fin da subito di fare calate corte ma la morfologia della montagna e la roccia con un grip veramente eccezionale complicano parecchio il recupero delle corde, già alla prima calata la corda ci si avvolge attorno ad uno spuntone, dopo averle provate tutte risaliamo e allestiamo una calata intermedia, la seconda calata non da troppi problemi, cosa che non succederà con la terza calata, mentre recuperiamo le corde il nodo ci si incastra in una fessura, noi cerchiamo di farlo saltare e cerchiamo di tirare ma anche questa volta non c’è nulla da fare, risaliamo le corde e oltre al danno anche la beffa, a forza di tirare il nodo si è incastrato a tal punto di diventare inamovibile anche tirando verso l’alto (cosa mai successa in anni di alpinismo sulle alpi) così abbiamo tagliato l’ultimo pezzo di corda. Da li in poi le calate sono andate via via migliorando pur facendoci affaticare le braccia a forza di recuperare la corda che faceva attrito sulla roccia. All’1 di notte arriviamo alla nostra tenda, dopo aver passato l’ultima ora sotto la pioggia, al buio e con le mani gelate senza che i guanti potessero far molto contro la pioggia. Senza nemmeno cenare entriamo nel sacco a pelo, siamo distrutti.

La probabile nuova via è stata aperta sull’ampia cresta/parete sud, informandoci il più possibile siamo giunti alla conclusione che la nostra dovrebbe essere la seconda salita di Asta Nunaat, dopo la prima effettuata nel 2006 da Andi Fichtner, Christoph Hainz e Roger Schaeli lungo la loro Tartaruga (18 tiri 7b+ A2) sulla parete ovest. Pubblichiamo questo report per lasciare una traccia di quello che abbiamo fatto e per capire se altre persone sono state a scalare su questa vetta. In parete non abbiamo trovato nessun segno umano quindi pensiamo sia una nuova via, noi abbiamo abbandonato 7 chiodi e circa una decina di cordoni sulle soste di calata.

La via abbiamo deciso di chiamarla Gioielli Viventi citando le parole che Robert Peroni ha usato per descriverci i bambini groenlandesi, qui i bambini non piangono e non si lamentano mai, vivono costantemente con il sorriso anche se hanno poco o nulla, molti di loro sono orfani, altri vivono situazioni difficili in famiglia (la popolazione groenlandese è stata messa in ginocchio dalle leggi che l’uomo bianco gli ha imposto, la limitazione della caccia alla foca e alla balena seguito dall’introduzione di un sostegno economico alle famiglie in modo da poter fare la spesa senza dover cacciare per vivere ha annientato lo spirito del cacciatore Inuit, l’uomo si è sentito sostituito da questo sostegno economico che permette di avere cibo e vari beni senza sforzo, ha iniziato cosi a sentirsi inutile candendo spesso in depressione ed alcolismo) ma trovano ogni giorno la forza per sorridere.

di Fabio Olivari

Link: Fb Fabio Olivari


SCHEDA: Gioielli Viventi, Groenlandia

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