In Vietnam aperta la via Ciao Chao sul Cu Nhu San
Ci sono pareti che si incontrano per caso. E altre che sembrano chiamarti per anni prima ancora di averle viste davvero. Per me il Cu Nhu San è stato questo: un’immagine lontana, quasi astratta, che viveva soltanto in un paio di fotografie appese nella stanza di Vinh. Prima ancora di salirla, quella parete era già entrata nella mia vita. Il desiderio di affrontarla nasce più di dieci anni fa. Per Vinh è stata la ragione per iniziare ad arrampicare. Per me, invece, il motivo per non smettere.
Cu Nhu San - Ciao Chao non è stata solo un’impresa alpinistica. Grazie al supporto e al patrocinio del Club Alpino Accademico Italiano (CAAI), il progetto ha potuto svilupparsi non solo come apertura di via, ma come esperienza di scambio culturale e di valorizzazione dell’alpinismo esplorativo
Ci siamo conosciuti da ragazzi, nelle competizioni giovanili. Ma la cosa che più mi ha sempre colpito di Vinh è che l’arrampicata, per lui, non è mai stata solo uno sport: era un modo di stare al mondo. Scalare insieme significava sentirsi a proprio agio, senza dimostrare nulla, senza dover essere perfetti. Solo essere.
Negli anni abbiamo condiviso viaggi essenziali, zaini leggeri, corde consumate, pareti lunghe e decisioni prese sempre un passo oltre la prudenza. Ricordo una notte seduti su una cengia della Torre Trieste, stretti sotto una coperta termica. A un certo punto ci siamo guardati e abbiamo iniziato a ridere. Mi venne in mente una frase che condivisi subito con lui: “Chi va per questi mari, questi pesci prende.”
Accettare le conseguenze delle proprie scelte, buone o cattive, fa parte del viaggio. Molto tempo dopo, soffocato dal lavoro e dalla routine, gli confidai che stavo perdendo la motivazione. Sentivo il bisogno di tornare all’esplorazione vera, alla ricerca, all’incertezza. Senza quella dimensione, l’arrampicata — e forse qualcosa di più — avrebbe perso significato. Vinh mi rispose semplicemente che non potevo smettere. Da lì è nato tutto.
Una montagna remota ai confini del Vietnam
Raggiungere il Cu Nhu San significa attraversare paesaggi in cui la montagna è ancora parte della vita quotidiana: villaggi isolati, agricoltura di sussistenza, ritmi essenziali. In un contesto simile l’arrampicata torna a essere incontro tra persone e territorio, non solo prestazione.
La parete che abbiamo scelto di esplorare si sviluppa per oltre 500 metri nel settore centrale del versante settentrionale. La roccia è uno gneiss compatto, solcato da sistemi di fessure e intervallato da placche tecniche. Una parete che cambia carattere metro dopo metro.
Abbiamo passato giorni a osservare dal basso, cercando la linea più logica, più armoniosa. Poi la parete ha iniziato a raccontarsi davvero soltanto mentre la salivamo.
La prima sezione è dominata da sistemi di fessure verticali. Il secondo tiro è una fessura continua di circa quaranta metri. Sopra, la parete si distende progressivamente in placche più appoggiate che conducono alla cengia mediana. Qui le fessure scompaiono e resta solo l’equilibrio. Un balcone sospeso nella vegetazione tropicale, tra bambù e piccoli arbusti, segna il passaggio a un secondo mondo verticale.
L’accesso alla parte superiore cambia carattere: da un ingresso tecnico e intenso si passa a sezioni più strapiombanti lungo il centro del pilastro principale, che abbiamo soprannominato “Pilastro AHA”. Un nome dedicato alla ragazza con cui Vinh ha visto per la prima volta la parete.
La strategia è stata quella dell’apertura progressiva dal basso, privilegiando la libera dove possibile. Nella prima parte rientravamo al campo base. Oltre la cengia mediana abbiamo iniziato a vivere in parete. La portaledge è diventata casa per cinque notti. Cinque notti sospesi, tra temporali lontani, silenzi assoluti e il rumore del vento che attraversava la valle, regalandoci anche un giorno di temporale in parete.
Nel frattempo, i giorni al campo base scorrevano in un’atmosfera di condivisione e curiosità. La nostra guida, Sùa, un ragazzo di 27 anni con famiglia e due bambini, ci aveva accompagnato come traduttore e maestro di vita locale: parlando un dialetto diverso, ci ha aiutato a comprendere e vivere quei posti, insegnandoci i ritmi del villaggio e le abitudini della gente del luogo. Sùa ci dava suggerimenti e sorrisi, diventando un vero compagno di avventura.
Al campo base si è subito creata un’intensa collaborazione: i ragazzi del Viet Climb ci hanno accompagnato e sostenuto nelle fasi di preparazione della via, condividendo competenze tecniche e momenti conviviali. Anche la popolazione locale e i portatori hanno mostrato grande curiosità, partecipando non solo per aiutare con viveri e trasporti, ma per scoprire il nostro progetto e interpretarlo con il loro sguardo. Questa collaborazione ci ha permesso di allestire un campo base pratico e accogliente e di vivere insieme momenti preziosi, tra risate, storie e gesti di fratellanza.
Il giorno della cima è arrivato quasi in silenzio. Non eravamo soli: oltre a noi, anche i membri del campo base hanno raggiunto la vetta percorrendo altri itinerari. Ci siamo ritrovati insieme, sospesi tra fatica e incredulità, mentre il sole scendeva dietro le montagne. Abbiamo lasciato che il tramonto portasse via i pensieri. Non sappiamo se vivremo ancora qualcosa di simile. Forse è proprio questo il senso dell’esplorazione: non la certezza di ripetere, ma il privilegio di aver vissuto.
- Luciano Brucoli









































