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Cesare Maestri, fortissimo alpinista trentino, guida alpina e scrittore, soprannominato il Ragno delle Dolomiti.
Fotografia di Giulio Malfer
Cesare Maestri, presidente delle guide alpine di Madonna di Campiglio e socio onorario del Trento Film Festival riceve la Genziana alla Carriera del Trento Film Festival 2019
Fotografia di Trento Film Festival 2019
Giancarlo Dolfi con Cesare Maestri e Bruno Detassis
Fotografia di archivio Giancarlo Dolfi
Cerro Torre in Patagonia
Fotografia di Planetmountain
PORTFOLIO / gallery Portfolio: Addio a Cesare Maestri

Addio a Cesare Maestri

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È scomparso oggi all’età di 91 anni Cesare Maestri, il fortissimo alpinista trentino, guida alpina e scrittore, soprannominato il Ragno delle Dolomiti. Il suo nome sarà per sempre legato non solo alle sue amate Dolomiti ma anche al Cerro Torre in Patagonia.

Con Cesare Maestri se n'è andato un pezzo dell'alpinismo ma anche della nostra storia. Con la sua irruenza e la sua forza, la sua leggendaria capacità di arrampicare in libera e quella voglia di lottare e di essere “contro”, Maestri aveva saputo conquistare le generazioni che l'hanno seguito. Soprattutto quella di quei giovanissimi che, tra gli anni '70 e '80, con la loro arrampicata in libera e “in libertà”, avevano messo in subbuglio e contestato l'establishment dell'alpinismo.

D'altra parte Maestri non è mai stato un regolare, uno che seguiva supinamente la massa. Nato a Trento nel 1929, dal padre Toni, attore girovago e poi impiegato, probabilmente ereditò un po' di quella capacità istrionica che lo contraddistingueva ma anche il bisogno di lottare per la libertà. Non a caso Cesare, giovanissimo, partecipò alla lotta partigiana. Poi nel secondo dopoguerra diventò un arrampicatore e un alpinista ed iniziò l'avventura che avrebbe cambiato e profondamente segnato la sua vita.

Iniziò nelle Dolomiti, le sue montagne, e subito si distinse per la sua capacità di arrampicare in libera sulle più difficili vie soprattutto delle Dolomiti. Di più, la sua specialità erano le salite solitarie in cui eccelleva. La sua bravura in arrampicata e in solitaria era diventata proverbiale (non solo in salita ma anche in discesa: tant'è che fu il primo a discendere in solitaria sul VI grado). Ma questo non bastò a farlo passare all'esame di guida alpina. La leggenda narra che alla bocciatura lui rispose, da par suo, con un vero e proprio coup de theatre. Discese la via delle Guide al Crozzon da solo e, ad un certo punto, quando era ben in vista dalle guide alpine, gettò la corda nel vuoto per poi continuare senza alcuna protezione la discesa.

Era così Cesare. Un po' bastian contrario, direbbe qualcuno. Tanto che ad un certo punto si dedicò, lui così forte e bravo nell'arrampicata libera, all'arrampicata artificiale, quella che seguiva l'immaginaria linea della “goccia d'acqua”. Poi, com'era naturale, nel 1952 diventò anche Guida alpina e naturalmente la sua attività continuò incessante tra prime salite e ripetizioni di gran classe.

La svolta, quella del destino, arrivò quando Cesarino Fava, alpinista trentino emigrato in Argentina e a lui fino ad allora sconosciuto, gli inviò una lettera per invitarlo a scalare l'impossibile Cerro Torre in Patagonia. Cesare non seppe resistere. Il Torre l'aveva conosciuto e visto l'anno prima con la spedizione trentina guidata da Bruno Detassis. E aveva sofferto dell'ordine di Detassis di non prenderlo nemmeno in considerazione per una scalata.

E' così che Cesare Maestri, nel 1959, partì con Toni Egger, fortissimo alpinista e ghiacciatore austriaco, per tentare quello che sarebbe diventato l' ”Urlo di pietra”. A loro si unì Cesarino Fava e l'avventura ebbe inizio. Maestri sicuramente non poteva nemmeno immaginarlo ma quella spedizione segnò tutta la sua vita, nel bene e anche nel male. Finì con Cesarino Fava che raccolse quasi morente Maestri alla base del Cerro Torre. Maestri disse che lui ed Egger erano stati in vetta ma che, in discesa, il suo compagno era stato travolto da una valanga mentre lui si era salvato con una fuga solitaria e disperata. Di Egger nessuna traccia, ed era l'alpinista austriaco che aveva con sé la macchina fotografica e le foto che provavano la vetta.

Come a volte avviene nell'alpinismo una grande prima salita era andata di pari passo con una grande tragedia. Maestri ne uscì provato. Non fu facile per lui ritornare alla normalità. Anche perché dopo qualche anno, anche per i tentativi falliti da chi tentava di ripetere la via Maestri-Egger, qualcuno cominciò a dubitare. Soprattutto negli ambienti dell'alpinismo anglosassone.

Chiaro che Maestri non la prese bene. Come avrebbe potuto? Così s'inventò la seconda spedizione al Cerro Torre. Era il 1970 e insieme ad Ezio Alimonta, Daniele Angeli, Claudio Baldessarri, Carlo Claus e Pietro Vidi aprì una nuova linea sullo spigolo sud-est del Cerro Torre. Naturalmente lo fece a modo suo, trascinando in parete un pesante compressore con cui perforò la roccia per piantare i chiodi ad espansione. Fu chiamata, non casualmente, la “Via del compressore”. E, per decenni, è stata di gran lunga la via più seguita dai ripetitori del Torre ma anche la più criticata, appunto per l'uso di quei chiodi a pressione.

In più le polemiche e l'incredulità per quella prima salita del '59, continuarono a montare. E non smisero mai. Fu quasi una maledizione, se non un vero e proprio tormento, che Cesare Maestri affrontò con grande forza, quasi da guerriero. In molti gli credettero e gli credono. Altri assolutamente no. In gergo si dice che quella prima salita del '59 è “contestata”. Resta che prove oggettive sia in un caso che nell'altro non ce ne sono. E sarebbe bello pensare che la parola di un alpinista, fino a prova contraria, potesse essere accettata.

Alla fine resta che Cesare Maestri era un grande arrampicatore, un uomo che ha lottato per le sue idee e che sicuramente ha sofferto molto. Noi vorremmo ricordarlo per quanto ha saputo ispirare una intera generazione di alpinisti. Vorremmo ricordarlo come un uomo con tutte le sue grandezze e debolezze. E vorremmo che in molti leggessero Duemila metri della nostra vita, il bellissimo libro che ha scritto insieme alla sua amata moglie Fernanda. Va da sé che quei Duemila metri sono quelli del Cerro Torre. Quelli del suo destino.

Vinicio Stefanello

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