Strike a pose: Andrea Migliari e Alessandra Prato dopo aver salito Freerider su El Capitan in Yosemite
archivio Alessandra Prato

Freerider in Yosemite per Alessandra Prato e Andrea Migliari: senza portaledge, con un saccone e tanta testardaggine

Il report di Alessandra Prato che insieme a Andrea 'Cobretti' Migliari ha ripetuto la mitica Free Rider su El Capitan. Una salita non in libera ma '5 giorni e 5 notti di estenuante lotta' per vivere una grandissima avventura in Yosemite.
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Strike a pose: Andrea Migliari e Alessandra Prato dopo aver salito Freerider su El Capitan in Yosemite
archivio Alessandra Prato

Ogni tanto ci sta fare il passo più lungo della gamba: la conseguenza più probabile è tornare a casa con la coda tra le gambe, ma ogni tanto (raramente) fai centro. E questa volta per me e Andre è andata così: abbiamo fatto bingo, e torniamo a casa con il Cap in tasca e un sorriso stampato a trentadue denti.

Una toccata e fuga nel magico National Park di Yosemite, una delle mete più iconiche sognate da tutti gli arrampicatori, con il suo granito perfetto e le sue pareti affascinanti, tra cui spicca lui, maestoso e colossale: El Capitan.

Al nostro ingresso nella valle, è la prima cosa che ci si è parata davanti, o forse la prima e l’unica che volevamo guardare: i nostri occhi si sono illuminati con l’emozione di due bambini: adrenalina, ammirazione, riverenza, paura. “Hey Andre, è una bestia. Dici che arriveremo mai in cima?”

Non ci siamo sentiti in vacanza nemmeno un attimo: siamo arrivati motivati a palla, senza nessun piano B, con la sola idea di voler scalare quella magnifica e temibile parete di 1000 metri. Poco tempo, nessuna esperienza pregressa di big walls, e una sola grande cartuccia da giocare. Avevamo scelto la Free Rider, una mitica via dura e tutta da scalare, liberata dai fratelli Thomas e Alexander Huber nel 1998.

Abbiamo sfruttato i primi giorni di pioggia per ambientarci nel fantomatico Camp 4, lo spartanissimo campeggio degli scalatori, e per escogitare nel minimo dettaglio una salita di cui non riuscivamo a fare nessuna previsione di riuscita: studiare a menadito la relazione, immaginando dove potessero esserci delle cenge da bivacco, impacchettare taniche d’acqua, buste di liofilizzati, sacchettini d’avena, barrette e salamini, costruire il “poop tube” con un barattolo di proteine e tanto nastro americano, selezionare accuratamente i friends a cui non volevamo rinunciare per risparmiare qualche grammo… tutte cose di cui avevamo solo sentito parlare o che avevamo guardato in qualche video.

E poi siamo andati alla base delle interminabili corde fisse (e piuttosto marce) che portano al primo bivacco, per provare per la prima volta a risalire una parete con jumar, scalette, e un saccone dal peso spropositato. Lì abbiamo incontrato i pro: scalatori americani espertissimi di artificiale, che si sono mostrati estremamente gentili nel darci qualche trick sulle manovre ma che probabilmente non ci avrebbero una lira. Due sprovveduti come noi, così inesperti di paranchi e artif, senza esperienza di big walls e per giunta senza portaledge. Intendevamo davvero scalare tutti quei metri di roccia sul Cap?

Ma noi, testardi come i muli, metro dopo metro continuavamo a imparare e migliorarci, e seppellendo (non so dove) preoccupazioni e perplessità, abbiamo deciso di provarci lo stesso. “Tentiamola Andre, vediamo come va”.

Il giorno dopo partiamo sulla Free Blast, l’unico “acclimatamento” che ci concediamo, che costituisce i primi 10 tiri della via: è duretta, ma meravigliosa, e io mi sento bene. Vediamo così la prima cengia su cui si bivacca, lasciamo un po’ d’acqua e materiale, e ci caliamo sulle fisse fino a terra. Un giorno di riposo e partiamo per la nostra grande avventura.

Sì. Non c’è altro termine per descriverla: una grandissima Avventura: “vicenda singolare e straordinaria dall’esito incerto”. Avevamo preventivato 3 notti in parete, ma alla fine ne abbiamo passate 4 in via e una in cima, la più bella di sempre.

I tiri si sono rivelati uno più avventuroso dell’altro, sempre severi ed esigenti, ma in un ambiente sensazionale e con un’esposizione vertiginosa. Il saccone ci rallentava notevolmente: si incastrava, era pesante, e veramente laborioso da parancare nei camini e sui traversi. Grazie a Dio non abbiamo incontrato quasi nessuno, e non abbiamo dovuto metterci in coda sui tiri o peggio ancora, sulle cenge da bivacco: pochi scalatori sulla Free Rider, solo una coppia di austriaci e un eroe canadese che provava la via in libera in solitaria. Wow. Noi non ci preoccupavamo della libera… scalavo al meglio che potevo ma se c’era da tirare qualcosa, non mi tiravo certo indietro: l’obiettivo era uscire! Per lo stesso motivo abbiamo evitato la temibile Monster Offwidth, optando per un tiro più duro ma molto più facile da azzerare sulla vicina Salathè. Il prezzo per essersi sottratti a questa incombenza è stato incontrare inaspettatamente tanti altri camini bagnati e mostruosi e un’altra interminabile offwidth sulla Headwall, la parte finale della via.

Degna di nota è sicuramente la sosta 25: nonostante avessimo letto sulla relazione “poor bivy for one” il nostro cervello aveva scelto di non registrare l’informazione e di immaginare un comodo bivacco: invece era effettivamente una piccola cengia su cui riuscivamo appena a star seduti con le gambe a penzoloni, e su cui abbiamo invano tentato di dormire sdraiati metà contro le rocce e metà nel baratro. Non lo dimenticherò mai.

E poi il traverso della Headwall: all’alba ero in sosta su una bizzarra altalena di legno in cima all’Enduro Corner (montato con tanta fatica il pomeriggio precedente), e Andre spariva lentamente dal mio raggio visivo e uditivo, lasciandomi lì coi miei pensieri e i miei dubbi su come calargli i sacconi in traverso senza sentirlo. Quello era il punto di non ritorno: sapevo che da lì saremmo dovuti uscire per forza.

La Headwall cambia marcia: cambia la roccia, cambia l’ambiente, cambia il tempo, sembra di stare sulla luna. Per ottimizzare al massimo l’efficienza ci siamo divisi i compiti. Io avrei scalato tutti i tiri, e Andre avrebbe gestito e recuperato i sacconi: la mia schiena piena di ernie gli sarà grata per sempre. E così, metro dopo metro, insieme arriviamo, sempre più stanchi, fino alla cima del Capitan.

Non ci sono parole per descrivere la gioia provata nel raggiungere la vetta. Urla, abbracci, commozione, lacrime: e la consapevolezza che nessuno avrebbe capito da fuori quanto avevamo lottato e cosa avevamo provato dentro a quell’avventura, perché era un’avventura solo nostra, c’eravamo solo noi.

La notte in punta è stata la più bella di sempre, sotto una stellata mozzafiato a finire i biscotti, il cioccolato e il formaggio che avevamo conservato, e a chiamare le rispettive famiglie e amici che ci avevano supportato da lontano.

Io e Andre ci siamo conosciuti pochi anni fa: abbiamo preso un biglietto per scalare a Taghia insieme senza conoscerci e senza nemmeno sapere che faccia avessimo: siamo matti uguali insomma. E anche con quel viaggio abbiamo fatto bingo, perché ci siam trovati da Dio e abbiamo messo le basi per un’amicizia profonda e duratura. Lui ha una bella testa, è molto determinato ed è un padre meraviglioso: ha una famiglia bellissima a cui dedica la maggior parte del suo tempo dovendo spesso sacrificare la scalata. Pazienza, è toccato a me allenarmi in fessura per entrambi, ed è toccato a lui gestire tutto quel peso che io neanche riuscivo a sollevare. É l’unica persona che volevo a fianco per questo viaggio straordinario.

Oltre ad Andre, ringrazio tutti quelli che ci hanno supportato da lontano. In particolare mio papà, che anche alle 3 di notte mi faceva un tifo sfegatato dicendomi di tener duro, che le energie ce le avevo eccome. Ringrazio inoltre chi ha lasciato le taniche d'acqua sulle cenge, e tutti gli amici che ci hanno chiamato in punta e che sono stati felici con noi e per noi. Ringrazio infine Karpos e AKU, per contribuire sempre alla mia crescita come alpinista.

- Alessandra Prato, Milano




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