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Le montagne e il profumo del mosto di Alberto Paleari (Monterosa Edizioni)
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Le montagne e il profumo del mosto di Alberto Paleari

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Dall’apprendistato alpinistico alla saga familiare, dalle valanghe ai vini del Monte Rosa: nel suo ultimo libro Le montagne e il profumo del mosto (Monterosa Edizioni) Alberto Paleari racconta la sua vita tra le Alpi e i vigneti.

Ci sono libri che ti rapiscono a partire dal titolo; altri che, dopo poche pagine, se non addirittura poche righe, sai già che non li vorresti finire mai e sei indecisa se farne una scorpacciata oppure degustarli a sorsi, per diluire il più possibile il piacere della lettura. "Le montagne e il profumo del mosto", l'ultimo libro di Alberto Paleari per Monterosa Edizioni, è tutte queste cose insieme. Se dovessi trovare un solo aggettivo per descriverlo, direi che è un libro generoso, perché l'autore affronta con grande limpidezza di sguardo e leggerezza di penna le pietre miliari della sua esistenza e di quella di ognuno - l'amore, la passione, la morte - alla luce della perduta arte di essere sempre sinceri a se stessi, perché il segreto della grande scrittura “è soprattutto avere il coraggio di dire sempre la verità”.

Una famiglia borghese di Gravellona Toce, dedita da quattro generazioni al commercio del vino: il padre, dopo alterne fortune, decide di congedarsi dal mondo suicidandosi la mattina di Natale del 1970 e il figlio, studente svogliato di filosofia, prima di seguire la propria strada, prova ad accollarsi la pesante eredità di portare avanti l’azienda di famiglia: "Continuai ed economicamente alla fine fu un vero disastro, ma umanamente sono sicuro che fu meglio così; sono sicuro che in quei dodici anni (...) imparai molte più cose che se avessi continuato ad andare all'università."

E le montagne? Anche loro sono in qualche modo un regalo del padre e dello spazio da lui lasciato. "Mio padre, col suo fallimento, mi salvò dal mio: entrando a lavorare nella ditta Rossi ebbi l'alibi per non laurearmi e dedicare tutto il mio tempo libero all'alpinismo che, molto più della filosofia, era la mia vera vocazione".

Trovo che scrivere di montagna, per qualche motivo, sia più complicato rispetto a scrivere di tante altre cose; lo diceva già Casarotto che «Raccontare, parlare, è molto difficile» e mi piace pensare a questo tipo di scrittura come a una camminata di cresta, dove bisogna stare attenti a non scivolare nella retorica da una parte e nell'autocelebrazione dall'altra (e nella noia da tutte e due). Paleari si muove su questa cresta con il passo sicuro della guida alpina e con la saggezza di Seneca, mi verrebbe da dire, che tratta i vasi d'argento come fossero di ferro e quelli di ferro come fossero d'argento. E così, capita che nella sua autobiografia si legga – cito in ordine sparso - del salvataggio di due capre incrodate, del soccorso prestato a un parente caduto dalle scale, del recupero di un collega finito sotto una valanga, di una salita al Weisshorn “senza storia, come tutte le salite che finiscono bene” e di una valanga a Crans Montana che gli mostra il volto più pericoloso della montagna d’inverno. “Ma diciamo la verità, lassù tra le nevi di Crans, della mia vita che è stata dolce come un grappolo di uva matura non c’era più nulla da spremere. Se fossi morto sotto quella valanga me ne sarei andato senza soffrire (ormai era fatta non ci si pensava più) prima del declino che dopo i sessant’anni è certo. (…) Invece quel giorno, quando la vita tornò con un sospiro, come Lazzaro mi toccò ricominciare tutto da capo.”

Se non è troppo tardi per un disclaimer, ad Alberto, che è anche un amico, direi qualcosa del tipo: “Ma che diavolo dici?” La verità è invece che credo di capire benissimo cosa intenda e queste parole, a prima vista stranianti, suonano come un inno laico di gratitudine da parte di chi, tra l’amore per il vino, per le donne, per i monti, per la scrittura e anche un po’ per la filosofia, nella vita è finalmente uscito dalla trappola odiosa del chiedere.

Simonetta Radice

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