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Krzysztof Wielicki sul K2, inverno 2002/2003
Fotografia di Krzysztof Wielicki
Krzysztof Wielicki dopo la sua salita in solitaria del Nanga Parbat nel 1996
Fotografia di Krzysztof Wielicki
L'alpinista polacco Krzysztof Wielicki
Fotografia di Krzysztof Wielicki
Krzysztof Wielicki: la copertina di La mia scelta. Vita ed imprese di una leggenda dell'alpinismo polacco (Ulrico Hoepli Editore).
Fotografia di Krzysztof Wielicki

Krzysztof Wielicki, la vita, le scelte e l'alpinismo

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La mia scelta. Vita ed imprese di una leggenda dell'alpinismo polacco (Ulrico Hoepli Editore). Il libro in cui Krzysztof Wielicki racconta la sua vita e le sue scalate al giornalista Piotr Drozdz. Un testo denso e sincero per un alpinismo immortale.

Com'è aver vissuto un tempo di cui i più sembrano aver perso memoria? Ma, anche, cosa resta di una vita spesa tra montagne e salite, tra sconfitte, rinunce e imprese impossibili? Krzysztof Wielicki, polacco, classe 1950, grande alpinista (per destino e vocazione) sembra non far caso a queste domande. Nel fiume di parole raccolte da Piotr Drozdz, poi diventate questo libro, sembra infatti che per lui tutto sia ancora in divenire. E che tutto, montagne e salite, fatiche inenarrabili e viaggi, tragedie e successi, stia ancora compiendosi.

Wielicki racconta la sua storia, appunto come fosse quella di un inarrestabile fiume che deve continuare la sua corsa verso un destino ancora tutto da scoprire. Nel frattempo tutto cambia, tutto evolve, tutto sembra sfuggire. Ma non quella sua scelta, che l'ha portato verso le montagne e l'alpinismo, e che resta il suo riferimento e la sua stella polare.

E' una scelta fatta d'istinto la sua. Più con il cuore che con la testa. Perché c'è qualcosa che va aldilà della ragione per quel suo innamoramento per le montagne e per l'esplorazione. Qualcosa che ha a che fare con la sua curiosità ma anche con la libertà. L'alpinismo, per lui e per la sua generazione nata e cresciuta “oltrecortina”, significava anche questo: poter viaggiare. Un bene - e una libertà – allora praticamente impossibile nei paesi dell'ex “blocco sovietico”. E' uno spiraglio, verrebbe da pensare, in cui infilarsi, in cui trovare oltre alla libertà anche il proprio senso della vita.

Forse è anche per questa ricerca che Wielicki lascia il suo lavoro di ingegnere, un buon lavoro da dirigente, e che abbraccia l'alpinismo. Per lui sarà l'inizio di una vera avventura alla scoperta delle montagne ma anche di limiti che lui stesso neanche riusciva ad immaginare. In quegli anni, tra la fine degli anni '70 e gli anni '80, l'alpinismo polacco stava vivendo un'epopea irripetibile.

Jerzy Kukuczka, Wanda Rutkiewicz, Andrzej Zawada, Artur Hajzer, solo per citarne alcuni, sono stati protagonisti assoluti di quell'alpinismo. In Himalaya, ma non solo, scrissero pagine indimenticabili oltrepassando confini allora impensabili. Soprattutto per quando riguarda le salite invernali alle montagne più alte: allora un autentico tabù. Con loro, naturalmente, c'era anche Krzysztof Wielicki che colse il suo primo grande successo in Himalaya con una salita che resterà per sempre scolpita nella storia dell'alpinismo: la prima invernale dell'Everest ma anche la prima invernale assoluta di un Ottomila (naturalmente con l'ossigeno). Era il 17 febbraio 1980, ultimo giorno utile prima della scadenza dei permessi, e i due colsero l'attimo con un coraggio, un'abnegazione e, al tempo stesso, con una semplicità disarmanti.

Per l'alpinismo fu l'inizio di una nuova era: ancora una volta era stato superato il limite dell'impossibile. Ed in particolare era stato superato il limite del freddo, della fatica e della sofferenza che l'uomo può sopportare. Un limite che sembrava essere di stretta competenza, come per lunghissimo tempo fu, solo degli alpinisti polacchi e in particolare di Wielicki. Che, infatti, nel 1986 si “prese” (con Jerzy Kukuczka) anche la prima invernale del Kangchenjunga, senza ossigeno e senza portatori d'alta quota. Mentre nel 1988 centrò la prima invernale al Lhotse che l'ha anche reso l'unico uomo ad aver scalato da solo un Ottomila in inverno (dal campo 3 a 7.400m).

Ma non è finita. Molte altre salite di Wielicki brillano, per audacia e stile. Come la velocissima salita e discesa del Broad Peak in 22 ore nel 1984. La nuova via in solitaria sulla est del Dhaulagiri, in 16 ore dal campo base alla vetta, sempre nel 1984. A cui si sommano le nuove vie sul Manaslu (1984), Cho Oyu (1993) e Shisha Pangma (ancora da solo, nel 1993). Per continuare con la salita nel 1996 del K2 da nord seguita, subito dopo, dalla sua solitaria al Nanga Parbat che lo rese il 5° uomo ad aver salito tutti i 14 Ottomila.

Wielicki, va detto, non ha mai smesso con l'alpinismo. Anzi, è sicuramente un sopravvissuto a quell'alpinismo visionario. E questa forse è una delle cose più interessanti. Segno che quella scelta, fatta tanti anni fa e raccontata tanto sinceramente e anche con una buona dose di autoironia in questo libro, era la sua scelta. Quella della vita. Quella che tutti vorremmo fare.

di Vinicio Stefanello

La mia scelta. Vita e imprese di una leggenda dell'alpinismo polacco
di Krzysztof Wielicki
Da una lunga testimonianza raccolta da Piotr Drozdz (chief editor Gory Magazine)
Traduzione e adattamento di Luca Calvi
Ulrico Hoepli Editore

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