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Christian Casanova sulla via D.O.C.G. sul Sasso di Selvapiana in Val Comelico, Dolomiti
Fotografia di Filippo Menardi
Christian Casanova e Lorenzo Zanella sull'ultimo tiro della loro via D.O.C.G. sul Sasso di Selvapiana in Val Comelico, Dolomiti
Fotografia di Filippo Menardi
Christian Casanova e Lorenzo Zanell. sul Sasso di Selvapiana in Val Comelico, Dolomiti
Fotografia di Filippo Menardi
D.O.C.G. sul Sasso di Selvapiana in Val Comelico, Dolomiti (Christian Casanova, Lorenzo Zanella)
Fotografia di Filippo Menardi

Via DOCG sul Sasso di Selvapiana in Comelico, Dolomiti

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Il racconto di Christian Casanova dell'apertura dal basso e successiva libera, insieme a Lorenzo Zanella, di DOCG, una difficile via d'arrampicata sulla parete sudest del Sasso di Selvapiana in Val Comelico, Dolomiti.

Premessa: dalla ripetizione delle vie storiche-classiche, passando successivamente a quelle di stampo più sportivo ed infine alla ricerca dell’arrampicata libera delle vecchie vie aperte originariamente in stile artificiale, il mio interesse alpinistico negli ultimi anni si è concentrato nell’apertura di nuovi itinerari di difficoltà medio-alta su pareti poco frequentate o ancor meglio vergini. Attualmente ci sono molti stili di apertura e di etica nel mondo arrampicatorio, il mio segue queste semplici regole:
- Apertura esclusivamente dal basso;
- Evitare passaggi in artificiale;
- Ogni volta di utilizzo dei cliff si posiziona uno spit;
- Cercare di limitare il più possibile l’utilizzo di spit.

Queste sembrano regole semplici e banali ma se applicate correttamente consentono un’apertura di soddisfazione indipendentemente dalla difficoltà raggiunta. Per mia fortuna il territorio in cui sono nato e cresciuto (Val Comelico), pur essendo nelle Dolomiti, non è molto conosciuto dal punto di vista arrampicatorio e per questo si possono trovare delle pareti molto interessanti su cui potersi mettere in gioco, senza il rischio di incrociare o arrivare molto vicino a delle vie già presenti.

Il Sasso di Selvapiana fa parte di queste pareti poco conosciute. L’ho visto per la prima volta circa 5-6 anni fa facendo una gita di sci alpinismo, mi ricordo ancor oggi la visione di quella incredibile prua strapiombante alta circa 200m che termina su un enorme pianoro erboso denominato forcella Camosci. Su quella parete strapiombante non c’era ancora nessun tracciato, erano presenti solamente, nelle zone meno repulsive della parete, alcune vie aperte negli anni 80 dal forte alpinista Gildo Zanderigo con vari compagni di cordata.

Erano passati alcuni anni ma quella parete non me l’ero dimenticata, così nel maggio del 2017 ho effettuato un giro di perlustrazione più da vicino per rinfrescarmi la memoria e capire se valesse davvero la pena aprire quella via. Appena vista da vicino ho subito capito che i miei ricordi erano corretti, quindi ho scattato delle belle foto e ho iniziato a studiare la possibile linea di salita. Così il 17 maggio 2017 con il mio compagno Lorenzo Zanella è iniziata l’avventura.

L’APERTURA
Il primo tiro, quello che porta ad una grande cengia erbosa inizialmente l’ho salito attraversando un tratto di roccia instabile, non difficile e nemmeno bello. Il secondo tiro è stato risolto con un semplice trasferimento attraverso la cengia per portarsi sotto alla parete vera e propria. Il terzo tiro si è presentato fantastico, la roccia era ancora più bella di quanto me la fossi immaginata ma nello stesso tempo incuteva un po’ di timore. Sono partito carico di entusiasmo e ho salito in stile trad una incredibile fessura di calcare super lavorato, dopo circa 20m ho piantato il primo spit per poi superare una sezione fisica, e dopo 8-10 metri ho allestito la prima vera sosta della via. Da qui in poi l’inclinazione restava costante fino in vetta, non c’erano più punti di riposo, non c’erano più cengie o terrazze, le corde penzolavano nel vuoto e si era costantemente appesi all’imbragatura.

Dalla sosta sono partito per il quarto tiro leggermente verso sinistra, facendo alcuni movimenti atletici su buchi svasi. Ad un certo punto mi sono fermato su un cliff molto precario appoggiato ad un appiglio svaso, ho trattenuto il fiato e ho recuperato il trapano, per fortuna tutto è filato liscio e sono riuscito a piantare il primo spit del tiro senza ritrovarmi 5 metri sotto la sosta! Il tratto successivo lo vedevo molto difficile, per cui ho ricaricato le energie e sono partito. Dopo alcuni metri gli appigli sono svaniti, ho comunque cercato di resistere il più possibile alla ricerca di qualche debolezza della roccia ma niente….la gravità è stata più forte di me e così mi sono ritrovato 2-3 metri sotto la sosta appeso alla corda, il primo di una lunga serie di voli…

Sono ritornato al primo spit e ha cercato di capire come passare, ho visto un buon buco in centro ad una placca compattissima in alto a destra e ho capito che l’unica soluzione per passare era arrivare a quel buco, così nel tentativo di riuscire ad arrivare a quel target mi sono ritrovato in volo per 4-5 volte consecutive con Lorenzo pronto ad ammorbidire le mie cadute non proprio banali…

Dopo un buon riposo sono ripartito per un ulteriore tentativo, ho fatto i primi 5 movimenti atletici, mi sono caricato come una molla e mi sono lanciato…. preso… ero finalmente riuscito ad afferrare il buco. Ma non era ancora finita, non riuscivo a trovare nessuna asperità su cui appendermi con i cliff, l’unica possibilità di appendermi per chiodare era mettere un friend all’interno del buco, così ho fatto spazio e ho inserito il giallo, ma era troppo picco, il blu numero 3 era in sosta, così ho detto a Lorenzo di attaccarmelo sul cordino di servizio e l’ho recuperato sempre tenendomi con un solo braccio alla parete strapiombante. Preso il Friend ho cercato di infilarlo ma non entrava, era troppo grande….(il buco ha un bordo esterno). I minuti passavano e le braccia si riempivano sempre di più, il cuore si faceva sentire fino in gola e mi sono reso conto che non avrei avuto più molta autonomia, quindi ho deciso di provare a piantare lo spit tenendomi con solo una mano al buco. Ma quando ho iniziato a recuperare il trapano mi sono reso conto che non ce l’avrei fatta e che sarei caduto con il trapano in mano… così ho giocato l’ultimissima carta prima di volare. Ho ripreso il friend blu, l’ho chiuso il più possibile appoggiandolo sul bordo del buco poi con tre pugni di cattiveria miracolosamente è entrato. Non ho aspettato un secondo in più e mi sono appeso senza testarlo, per fortuna ha tenuto! A quel punto ho recuperato il trapano e ho piazzato il secondo spit. Prima di finire totalmente le energie, quel giorno sono riuscito a salire ancora una decina di metri per poi fermarmi stremato.

Il 24 giugno siamo ritornati per proseguire, ma non avevamo allestito le corde fisse e arrivare al punto precedentemente raggiunto non è stato uno scherzo… Sono partito sempre cercando di dare il massimo, nel corso della giornata sono riuscito a scalare dei tratti impegnativi piantando 2 spit, poi però mi sono dovuto arrendere difronte ad una sezione difficile che non mi ha permesso di proseguire oltre. La seconda giornata di apertura si è conclusa con una quindicina di metri guadagnati.

Il primo luglio eravamo nuovamente in parete. Dal punto più alto raggiunto ho cercato di capire come passare quella sezione fastidiosa e dopo due voli di routine finalmente ho capito la sequenza giusta e son riuscito a superare questo tratto. Ho piazzato l’ultimo spit del tiro e sono proseguito per altri 6-7 metri fino ad arrivare ad un’esile sporgenza dove ho piazzato la sosta del 4° tiro, che poi è risultato il più difficile

Ho recuperato il materiale e ho aspettato Lorenzo che salisse in jumar come un proiettile senza l’utilizzo di staffe, perché diceva che così almeno si allenava! Dalla sosta ho capito subito che anche il tiro successivo non sarebbe stata un passeggiata già dalla partenza. All’inizio sono salito dritto ma non ho trovato appigli, quindi ho deciso di provare a sinistra e dopo 3-4 metri ho piazzato il primo spit. Da questo sono riuscito a superare, dopo una decina di tentativi, un passo molto difficile su appigli minimali che mi hanno portato ad un buon riposo. Da questo ho proseguito rapidamente verso l’alto, scalando in maniera disinvolta e limitando al massimo l’utilizzo degli spit. Quel giorno sono arrivato a circa 10 metri dalla possibile sosta ma le energie fisiche e mentali oramai mi avevano abbandonato e così ho deciso di fermarmi.

La volta successiva sono riuscito a concludere il 5° tiro con un lungo run-out fino in sosta. Da lì mancava solamente un tiro, una bellissima lavagna strapiombante con roccia incredibile. Purtroppo quel giorno questa parte era un po’ bagnata e quindi sono salito per l’evidente fessura/diedro a sinistra per una quindicina di metri, per poi spostarmi al centro della parete vera e propria. Da questo punto non mancavano molti metri per arrivare in cima e dopo circa 2 ore ho raggiunto i mughi, felice, stanco e molto soddisfatto per quello che ero riuscito ad aprire. Una cosa però non mi convinceva, il primo tiro era proprio brutto rispetto a tutto il resto della via e volevo trovare un’alternativa per arrivare alla grande cengia. Al ritorno quindi ho cercato una possibile soluzione a questo tiro e ho notato, circa 10 metri a destra della rampa iniziale, una stupenda placca di calcare compattissimo nascosta da un faggio. Ho deciso che quello era il vero primo trio di D.O.C.G. Il 23 luglio sono ritornati alla base armati di materiale alpinistico più una sega per tagliare il faggio. L’apertura di questo tiro ed il taglio del faggio ci hanno tenuti impegnati per tutta la giornata ma il risultato era raggiunto! La via ora era davvero terminata, non restava che salirla in arrampicata libera, più facile a dirsi che a farsi…

LA SALITA IN LIBERA
Finita la fase di apertura ora dovevo iniziare a provare i tiri in libera per poi concatenare il tutto e chiudere il capitolo D.O.C.G. Nel 2017 riesco a fare 3-4 tentativi per liberare la via, con i primi riuscii a liberare il primo, secondo e terzo trio, e poi risolvere le varie sezioni dei 3 tiri successivi che risultavano essere ben più impegnativi. L’ultimo tentativo di quell’anno andai vicinissimo anche nel liberare tutta la via in giornata ma a causa di una rottura di un appoggio (che era anche un appiglio per la mano) all’uscita del quinto tiro, mi rovinò la festa, e mi fece chiudere l’annata su questa via appeso ad un microfriend a pochi metri dalla sosta.

L’anno successivo, ovvero il 2018, per me era carico di progetti ed impegni, tralasciando quelli lavorativi e familiari (nascita di mia figlia), uno dei più importanti era appunto quello di liberare D.O.C.G. e così sempre con il mio super compagno Lorenz riiniziai a riprendere confidenza con i singoli tiri e dopo 2 uscite di preparazione il 22 Settembre 2018 venne finalmente la volta della libera integrale.

Quel giorno per me è stato tra i più importanti, alpinisticamente parlando, della mia carriera, il famoso giorno perfetto! Il primo tiro lo scalo senza quasi accorgermene, tutto gira perfettamente, piedi e mani si muovo in maniera automatica e coordinata, le prese sembrano essersi ingrandite così in pochi minuti mi ritrovo in sosta appeso ad un maestoso larice, mi sento carico di positività e convinzione.

Anche il secondo e terzo trio scorrono via veloci e puliti, il quarto invece, il più difficile, mi mette un po’ di agitazione ed apprensione, so di averlo già liberato l’anno scorso ma sono anche consapevole che devo scalarlo pulito al primo tentativo per avere più chance di chiudere il mio progetto fino in fondo.

Parto agitato dalla sosta, passo il primo rinvio ed imposto in maniera approssimata il passaggio del famoso dinamico al buco, ma niente…dopo pochi istanti mi ritrovo appeso alla corda. Ritorno in sosta, mi slego, recupero la corda e cerco di tranquillizzarmi il più possibile, sono consapevole di potercela fare ma in questi casi tutto deve girare perfettamente ed in particolare la testa! Cosi dopo la pausa di riflessione riparto….sento il mio corpo diverso, mi sento molto più leggero e sereno, i primi 20 metri scorrono via facili e veloci poi arriva una sezione dura e delicata ma la supero agevolmente anche se le prese chiave sono umide, così arrivo all’ultimo rinvio. Da questo supero un altro passaggio delicato per poi arrivare in sosta....il tiro più impegnativo era andato ora ne rimanevano solamente altri 2.

Il quinto tiro non l’avevo ancora liberato, l’anno precedente ero caduto in cima per la rottura di un appoggio e da quel giorno non lo avevo più riprovato seriamente, anche se conoscevo perfettamente tutti i passaggi. Così parto convinto, il primo boulder è il più duro ma lo riesco a superare in maniera impeccabile, le piccole tacche le sento buonissime sotto le dita e così procedo velocemente verso l’alto. In pochi minuti mi ritrovo all’ultimo spit, da qui alla sosta mi separano circa 10 metri (in questa sezione l’anno scorso mi si ruppe la presa) con in mezzo un passo duro di dita, quindi mi concentro e parto, non voglio fare la fine dell’anno scorso e così strizzo le prese più di quello che serve, ma non importa, passo e chiudo i conti anche con questo tiro, ora rimaneva solamente l’ultimo!

Anche questo tiro non l’avevo ancora salito in libera ma non mi preoccupava più di tanto, lo conoscevo bene e sapevo che era più facile dei precedenti, così riparto per questa ultima cavalcata, i primi metri scorrono via veloci poi inizio a sentire un po’ la stanchezza, riesco comunque a superare il tratto chiave ma mancano ancora 15 metri strapiombanti di resistenza prima di uscire, combatto con tutto quello che mi rimane fino ad afferrare la manetta finale dove sfogo tutta la mia felicità con un urlo liberatorio, avevo finalmente realizzato un Sogno frutto di tanti anni di sacrificio e preparazione!

di Christian Casanova

Ringraziamenti: Un grazie particolare al mio compagno Lorenzo Zanella che mi ha sempre seguito e supportato, senza di lui non avrei potuto aprire e liberare questa via. Alla G.A. Filippo Menardi per le bellissime immagini. E a Linea Verticale di Feltre, Gruppo Guide Alpine Cortina360, Team Dragon Alated

Accesso
Arrivati al paese di Padola (Comelico Superiore) prende la strada per Valgrande fino ad arrivare al rifugio Lunelli dove si parcheggia.
Dal rifugio scendere per il prato in direzione Est ed imboccare il sentiero n°123 che porta al Biv. Piovan. Arrivati al bivio con il sentiero che porta al Col dei Bagni e Rif. Col la Tenda, da dove si vede già la parete, si prosegue per circa 150m in direzione del Biv. Piovan per poi deviare verso destra e salire un canale roccioso misto a pini mughi fino alla base. Circa 45min.

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