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Roberto Iannilli sui primi tiri di Tangerine Trip, El Capitan, Yosemite
Fotografia di Diego Pezzoli
Diego Pezzoli e Roberto Iannilli su Tangerine Trip, El Capitan, Yosemite
Fotografia di Tom Evans
Diego Pezzoli su Tangerine Trip, El Capitan, Yosemite
Fotografia di Roberto Iannilli
Diego Pezzoli e Roberto Iannilli in cima a Tangerine Trip, El Capitan, Yosemite
Fotografia di Diego Pezzoli

Tangerine Trip su El Capitan per Iannilli e Pezzoli

di

Il racconto di Roberto Iannilli della ripetizione, effettuata assieme a Diego Pezzoli, di Tangerine Trip, la via in artificiale aperta nel marzo del 1973 da Charlie Porter e J.P. de St. Croix nell'oceano di granito di El Capitan, a Yosemite. Oltre ad essere una delle vie più famose di El Capitan, tranne per l'ultimo tiro Tangerine Trip ha la straordinaria caratteristica di essere, sempre e costantemente, sospesa in un immenso vuoto...

Tra il 28 maggio ed il primo giugno (tre bivacchi in parete ed uno in uscita della via), Diego Pezzoli ed io, abbiamo scalato Tangerine Trip, una classica del C3 (C: senza uso del martello), con la variante di attacco Virginia, quattro tiri di corda di A3 (A: con uso del martello). Le condizioni del tetto in discesa del quarto tiro, grondante di acqua, ci hanno obbligato a questa scelta, compiendo così una combinazione più difficile ma diretta e più bella (probabilmente l’ avremmo percorsa ugualmente). Contemporaneamente, sulla stessa parete ma più vicino a dove passa The Nose, Angelo Angelilli, il pacentrano della California e Luca D’ Andrea, mio abituale compagno di scalata, hanno salito Mescalito, di difficoltà analoghe alla nostra ma più lunga (una settimana di parete).

E’ STRANO O FORSE NO
Mercoledì 28 maggio 2014
E’ strano, o forse no, ho spesso arrampicato con compagni molto più giovani di me. Trent’ anni fa mi legavo a sedicenni e di anni io ne avevo il doppio, adesso il doppio rimane, solo che sto per compiere i sessanta e Diego ne ha poco più di trenta.
L’ analogia tuttavia si ferma all’ età dei componenti la scalata, in quell’ epoca ero io quello che viaggiava, oggi preferisco far viaggiare Diego. Il tempo è passato ed anche se non sembro poi tanto vecchio, antica e consumata è la mia determinazione.

Mi scuoto da questi pensieri, metto a fuoco il granito che ho ad un palmo dal mio naso e ragiono. Adesso non ha senso fare esercizi mentali, Diego è sul quinto tiro di corda e da questo punto è praticamente impossibile tornare indietro. Lo strapiombo e l’ obliquità del tratto di parete che stiamo salendo sono talmente accentuati che non permettono calate in corda doppia. "Il dado è tratto!", disse oltre duemila anni fa un romano di enorme successo appena traversato un fiume in Romagna, diretto alla riconquista della sua Roma. Noi non dobbiamo riprendere una città, ma comunque stiamo guadando un oceano di granito apparentemente sconfinato e come Giulio Cesare gettò il dado e attraversò il Rubicone, a me non resta che farmi assorbire dall’ azione e pensare all’ immediato, a come risolvere il prossimo passaggio, la prossima manovra di corda. So che lassù, mille metri più in alto, questo oceano termina in un pianoro roccioso a tratti alberato, come la vetta di un qualsiasi innocuo cucuzzolo del mio Appennino.

"Molla tutto!" La voce urlata di Diego interrompe le mie elucubrazioni e m’ informa che è arrivato in sosta.
"Mollato!" Rispondo, sempre ad alta voce.
"Bloccato il porco!" Ancora Diego.
Il porco è il saccone da recupero, una specie di terzo elemento della cordata. Un compagno prezioso, silenzioso, molto ozioso e che pretende di essere tirato su. All’ interno abbiamo tutto quello che ci serve: acqua, cibo, vestiario, portaledge … Gli lego alla base il capo della corda, lo sgancio e lo carrucolo verso la verticale della sosta su cui è ora Diego. Il pesante compagno penzola nel vuoto, ben oltre dieci metri dalla parete. E’ la conferma che anche questa lunghezza strapiomba, come tutto il resto della via.
"Recupera il saccone!" Urlo all’ indirizzo di Diego.
Pochi secondi e vedo il saccone iniziare a salire a balzi di circa mezzo metro. Sale bene, senza grosse difficoltà, la parete aggettante non permette attriti ed è facile recuperare il porco.
Posiziono le jumar nella corda, sistemo le staffe e attendo la voce lontana di Diego.
"Bloccata la mia?" Grido la mia impazienza al vento e alla parete.
Che idioti, avevamo le ricetrasmittenti e non le abbiamo portare. Sarebbe stato facile comunicare attraverso questo oceano pieno di flutti granitici e vento che porta via la voce.
"Posso venire? E’ bloccata la mia corda?" Insito, cercando di spingere la mia ansia cinquanta metri più in alto, verso le orecchie di Diego.
"Blo … ta!" Cosa avrà detto?
"E’ bloccata la mia corda!?" Cerco conferma.
In un flash immagino mentre mi appendo con tutto il peso e precipito verso gli abeti del fondo valle.
"Bloccata. Vieni pure!" Questa volta ho capito, posso iniziare a salire.
Mi alzo il più possibile sulle jumar e mi sospendo, la corda elastica mi fa scendere troppo per i miei gusti. Risalgo abbastanza da tornare all’ altezza della sosta, sgancio la mia sicura e pendolo inesorabilmente nel vuoto.
Inizio la risalita.
In una scalata come questa, una bigwall in artificiale sostenuto, il secondo di cordata ha il compito più ingrato e faticoso. Non deve inventare modi ingegnosi per progredire sulle lisce rocce altrimenti inaccessibili, ma è comunque obbligato ad usare tecniche raffinate e muscoli allenati per disgaggiare gli ancoraggi. Il primo di cordata può prendere tutto il tempo che gli serve per trovare il modo di salire, il secondo si deve sbrigare, altrimenti rallenta la scalata. Nonostante questo, resti comunque il secondo, un ruolo da sempre considerato di livello inferiore rispetto al coraggioso ed indomito primo di cordata. La realtà non è così semplice e tutte le volte che sono andato da primo ho tenuto in giusta considerazione il mio compagno di cordata, senza il quale non sarei andato affatto.
Questa considerazione e la fatica che affronto per questo ingrato ruolo, mi fa prendere coraggio e decido: dal prossimo tiro vado anche io da primo.
Ma adesso sono qui e smadonnando in una maniera per me insolita, cacciando degli urli di disperazione quando non riesco a togliete un beard-beack o un friend ben messo, salgo più in fretta che posso, riemergo dai flutti dell’ oceano di granito e rivedo Diego. Sorride con quel suo modo placido e rassicurante, trasmette serenità e stempera le mie ansie da prestazione.
"Com’ A3 m’ è sembrato … mica tanto difficile. … A te che t’ è sembrato?" Dico a con il fiato corto dovuto alla fatica.
"In effetti non era terribile, non ho avuto grandi problemi a mettere i pezzi." Mi risponde Diego.
Mentre sistemiamo la voluminosa attrezzatura concludiamo che se nel tempio dell’ arrampicata artificiale questi sono i gradi, le nostre di vie, i nostri A3, sono proprio A3; mica "stamo a pettinà’ le bambole" noi.
"Mi sa che è ora di fermarci!" Mi dice Diego e aggiunge: "Tra un po’ è buio, ci conviene montare il portaledge."
Dopo un inizio imbarazzante, tra tubi che si incrociano e fettucce che si annodano, quasi non ci crediamo ma abbiamo il nostro portaledge piazzato e coperto dalla tendina, con noi distesi dentro.
Chi non ha mai dormito in un portaledge non può immaginare quanto sia bello, dopo una giornata di lotta con il verticale, avere la possibilità di distendersi su una branda, sospesa nel vuoto assoluto.
Ceniamo con una scatoletta di ceci, due fette di pane in cassetta e una barretta energetica per ognuno. Quindi ci assestiamo nei sacchi a pelo e organizziamo in qualche modo dei cuscini. Per il mio utilizzo la custodia del sacco, che riempio con la giacca antipioggia e quella in pile, i guanti e i pantaloni. Non sono ancora le 21 e già stiamo dormendo.

Uno dei miei innumerevoli problemi è la pisciatina notturna. Tutte le notti, immancabilmente mi sveglio, sento il bisogno di urinare e non c’ è verso, se non piscio non riprendo sonno. Appeso nel vuoto, infilato in un sacco a pelo, sopra una sdraio d’ alta quota, la questione diventa molto complicata. Mentre prima di dormire, a turno, inginocchiati sul fondo del portaledge, pisciamo nella nostra bottiglietta, di notte questo non è possibile, le esigue possibilità di movimento mi costringerebbero a svegliare il compagno. Quindi ho escogitato un sistema particolare. Mi giro di fianco, verso il bordo esterno del partaledge, tiro giù la cerniera della patta dei pantaloni, estraggo il mio pisello intimorito e poco collaborativo e lo infilo al millimetro nell’ asola dove la giuntura dei tubi della branda crea uno spazio adatto a piegare il telo del fondo. Quindi libero i miei bisogni nel vuoto. Una spruzzata che si nebulizza istantaneamente nell’ aree vertiginose de El Capitan.

Giovedì 29 maggio
"Vado io! Passami la relazione della via." La decisone era presa ieri ed oggi mantengo l’ impegno, il periodo da secondo è terminato, sto bene e non mi sento distrutto dalla fatica come temevo.
Mi carico delle mille e una carabattole dello scalatore in artificiale e ben zavorrato parto per la mia avventura.
Non esiste paragone, scalare da capocordata sarà pure relativamente pericoloso, ma è un milione di volte più motivante, direi divertente, anche se non mi viene affatto da ridere.
Arrivo alla sosta superiore senza troppi affanni e in un tempo medio regolare per questo tipo di arrampicata. Urlo le frasi convenzionali, ascolto le riposte di Diego, sempre convenzionali e inizio a recuperare il saccone, che viene su come da previsione, senza problemi e grosse fatiche.
Nel frattempo Diego risale la fissa e schioda. Sento i tipici rumori metallici dovuti al lavoro e la sua voce, caratterizzata da un timbro che non avevo mai sentito.
"Pure questo? Allora mi prendi per il culo! … Figa! … Ma porca troja! … Tutti i dadi tolti col martello. Anche i friend … Ma porco dighel … Non è possibile, figa!"
L’ effetto secondo di cordata è implacabile, anche una persona educata e pacifica come Diego si trasforma in un incazzatissimo boscaiolo bergamasco.
Le lunghezze di corda si susseguono con la lentezza consueta a questo tipo di arrampicata. Il primo di cordata saluta con un "Vado!" e minimo due ore dopo, il secondo lo rincontra alla sosta successiva. Come un continuo lasciarsi e ritrovarsi lungo un viaggio che non porta ad altro che al superamento dell’ ennesimo esame.
E’ strano, o forse no, di esami come questo ne ho superati tanti eppure, ancora oggi, largamente fuori corso, sento la necessità di mettermi alla prova, di verificare se le mie innate insicurezze possono essere alleviate con un bel 30 e lode.

Prima che faccia buio ci fermiamo all’ ennesima sosta appesi nel vuoto e decidiamo di montare il portaledge. Sicuri del fatto nostro lo tiriamo fuori dalla sacca e lo apriamo.
Duo ore buone dopo, alla luce delle lampade frontali, siamo ambedue in preda alla disperazione: la branda non ne vuole sapere di aprirsi nel modo giusto. Una fettuccia-tirante si è accavallata ad un tubo della struttura e non c’ è verso di rimetterla in ordine. Disperati all’ idea di "dormire" – si fa per dire – appesi all’ imbragatura, tentiamo un’ ultima volta, chiudiamo e riapriamo il maledetto portaledge.
"Fermo! Fermo! Non muovere nulla! La fettuccia è tornata al suo posto!"
Non sappiamo come si sia verificato il miracolo, ma il portaledge è finalmente aperto nel modo corretto.

Venerdì 30 maggio
La mattina successiva il meccanismo ormai armonizzato della cordata riprende a camminare, lento ed implacabile verso la riva alta dell’ oceano. I flutti a volte paiono insuperabili, ma ad ogni ostacolo troviamo la soluzione e a sera siamo ancora alle prese con il portaledge.
Con tutte le precauzioni possibili attrezziamo la nostra cengia portatile.
"La sosta sta su uno spigolo. Il portaledge s’ appoggia solo in parte sulla roccia, non f’ abbastanza attrito p’ esse’ stabile. Dobbiamo st’ attenti a non sbilanciarlo, se no pendola." Faccio notare a Diego.
Ci sistemiamo all’ interno, ma come ci sediamo ecco che parte l’ altalena, molto meno divertente rispetto a quella dei parchi giochi. Cerchiamo di bilanciare al grammo i nostri pesi e in conclusione troviamo un equilibrio.
Finalmente stabili mangiamo la solita scatoletta di legumi e ci infiliamo nel sacco a pelo.
All’ ora solita, non smentendo le mie scomode abitudini, ecco che il fragile sonno dell’ alpinista si interrompe; mi scappa. Apro gli occhi e comprendo subito che qualche cosa non va, sono a testa in giù, quasi incastrato tra la sbarra di alluminio e la tendina che copre il portaledge. Il cuscino è in bilico nel vuoto, pronto a precipitare nell’ abisso notturno con il suo prezioso contenuto. Il portaledge si è nuovamente inclinato da una parte ed ora pende in modo sconcertante. Sono costretto a svegliare Diego che, beato lui, ha una vescica bionica, ed insieme recuperiamo l’ equilibrio perduto.

Sabato 31 maggio
Inizia il quarto giorno in parete. Siamo ad oltre metà della via e questa è sempre maledettamente strapiombante. In compenso le difficoltà sono leggermente diminuite e noi, per quanto sempre intimoriti dall’ ambiente, siamo certi di potercela fare … Anche perché non abbiamo alternativa, o si esce da soli o si deve chiamare qualcuno per tirarci fuori dai guai.
Ormai siamo perfettamente organizzati, la cordata funziona come un orologio. Il primo tiro di corda della giornata lo faccio io, poi toccherà a Diego.
Dalla sosta mi alzo a scrutare la desolante compattezza della placca. In alto, troppo in alto, c’ è la fessura, buona per piccoli nut o friend. Aguzzo l’ ingegno e scruto le piccole asperità della roccia. C’ è una ruga buona per un cliff. Piazzo il gancio, lo provo e salgo i gradini delle staffe. Mi sollevo il più possibile, riprendo a studiare la roccia e le possibilità che mi da. Non ho altra scelta che utilizzare un secondo cliff, dal quale riesco a raggiungere la fessura. Ora è una pacchia.
Senza problemi piazzo i pezzi, come dicono a Sulmona, e progredisco lungo un diedro molto strapiombante, fino al punto in cui proseguire in artificiale non ha senso. L’ arrampicata e relativamente facile, ma la roccia è friabile - la scaglia che devo tirare suona in modo preoccupante - e passare dall’ artificiale alla libera è, come sempre, difficile. Senza contare che ai piedi ho le scarpe da avvicinamento e non quelle di arrampicata.
"Hai fatto migliaia di metri di scalata su roccia pessima e senza protezioni, non vorrai mica cagarti addosso per quattro passaggi, pure facili?" Dico a me stesso.
E’ strano, o forse no, ho la stessa sensazione che avevo agli esami universitari, quando mi capitava di sentirmi preparato. Ricordo quei momenti magici in cui ero conscio di avere i numeri giusti per pigliare un bel voto, sapevo quello che dicevo e procedevo sicuro illustrando il mio progetto. Adesso ritrovo quell’ autocontrollo, dato dalla consapevolezza di aver studiato e tanto. So quello che sto facendo, procedo concentrato nella realizzazione del mio progetto, ennesimo esame da superare.

Le ore scorrono e anche i metri di granito sotto di noi. Manca poco ormai, due tiri di corda e siamo fuori. Tocca ancora a Diego che continua con la regolarità che lo caratterizza, sperimentata ed efficiente.
D’ improvviso inizio a fare fatica a stare al suo ritmo e sono costretto a dare corda in modo insolitamente rapido. Pochi minuti e sento la sua voce gridare "molla tutto".
"Libera!" Rispondo.
"Sali quando vuoi! Il porco lo recupero dopo!"
Risalgo la corda fissa e percepisco che la parete inizia a perdere inclinazione. Esco dall’ ultimo strapiombo e vedo la sosta, senza Diego. Poi, eccolo spuntare da destra, si affaccia.
"Non ce la facevo più, se non cagavo me la facevo addosso."
Lo raggiungo mentre inizia a recuperare il saccone, ancora sospeso nel vuoto all’ altezza del punto di sosta di sotto.
"Ho iniziato a sentire lo stimolo mentre salivo, ho dovuto accelerare perché non resistevo più. Poi, quando sono arrivato ho visto questo bel terrazzo con la terra e l’ albero e non ho potuto fare altrimenti"
Sulle pareti dello Yosemite e, più di tutte su quella de El Capitan, è giustamente vietato sporcare con le proprie feci, ognuno deve portare con se un contenitore dove metterle. Anche noi siamo attrezzati con il nostro bravo barattolo a chiusura ermetica, appeso sotto il saccone da recupero. Anche se è un caso di estrema necessità, quella di Diego è pur sempre merda e, da bravi ragazzi la raccogliamo in una busta di plastica e la mettiamo insieme a quella già collezionata.
C’ è da dire che Diego ha sofferto più di me la scomodità e non si è liberato abbastanza in questi giorni, l’ essere all’ ultimo tiro impegnativo e penultimo della via, gli ha determinato un effetto liberatorio, in tutti i sensi, fisici e mentali.
"Sono le cinque del pomeriggio, non facciamo in tempo a scendere in valle entro sera e sopra non sappiamo se ci sono posti comodi per bivaccare. Questa cengia mi pare perfetta; che ne dici?"
"Dico che finalmente siamo con i piedi che appoggiano su qualche cosa di orizzontale e che hai ragione. Fermiamoci qui e godiamoci la serata!" Rispondo concorde.
Per un’ altra volta si ripete il miracolo della soddisfazione. Siamo stati promossi tutti e due a pieni voti, siamo fuori dalla via e restiamo una notte a goderci il piacere di esser stati all’ altezza.
"Che c’ è rimasto da mangiare?" A Diego, come a me del resto, si sono finalmente liberati gli istinti naturali. Se fino a ieri sopravvivere era salire senza cadere, da questa sera la fame e la sete tornano a richiedere il loro spazio nelle esigenze umane.
"Poco o gnente!" Rispondo e aggiungo: "C’ abbiamo ‘na scatoletta di olive snocciolate e mezza barretta a testa. Sempre se vogliamo lasciarci l’ altra per domani mattina a colazione."
La piccola scatoletta di olive nere, ma proprio piccola, mica quelle da 250 grammi, la dividiamo con ingegneristica perfezione: turni di tre olive a testa e poi di un cucchiaio della salamoia restante. Quindi spezziamo come fosse il pane del dio degli scalatori la barretta e la mangiamo lentamente in modo religioso. Per fortuna di acqua ne abbiamo in abbondanza, non è stato affatto caldo in questi giorni e ce ne sono avanzati due galloni pieni.
E’ strano, o forse no, ci corichiamo nei sacchi a pelo con la percezione dello stomaco che brontola ma senza soffrire il bisogno di altro cibo, l’ emozione irraccontabile dei promossi con lode ci riempie di esaltazione che fa dimenticare la fame.

Domenica 1 giugno
Dopo tre notti appesi come salami, finalmente una notte come si deve.
Apriamo gli occhi e sopra di noi c’ è il cielo color azzurro imperturbabile della California e non la tenda gialla del portaledge. Non sentiamo neppure l’ appetito, talmente siamo sazi di soddisfazione.
Facciamo colazione con la residua barretta divisa in due e poi ci prepariamo per salire l’ ultimo tiro di corda.
"A te l’ onore!" Mi fa Diego ed io me lo piglio, questo onore. Questo ultimo è l’ unico tiro della via completamente salibile in arrampicata libera, si arrampica come da noi, con le scarpette ai piedi per gli appoggi e le mani per gli appigli.
E’ strano, o forse no, ma credo di sentirmi come i simpatici anziani che fanno il bagno nella piscina di Cocoon e ringiovaniscono. Ritrovo in me quella voglia che credevo perduta e tutti i miei progetti si irradiano dell’ energia dell’ universo, sprigionata dalle rocce magiche de El Capitan. La riuscita di questa salita, fatta di giorni di fatica e stress, ha sorpreso le mie aspettative, non immaginavo di aver ancora forza e voglia per fare una scalata del genere.
Diego ed io ci stringiamo la mano, consci di aver fatto una gran bella arrampicata e di aver iniziato una altrettanto gran bella amicizia.
Luglio 2014

28 maggio/1 giugno 2014, Via Tangerine Trip (VI 5.8 e C3f, di Charlie Porter e J.P. de St. Croix 03/1973) per la variante di attacco Virginia (5.8 e A3), El Capitan, Yosemite Valley: Diego Pezzoli & Roberto Iannilli

Ringraziamo per la collaborazione il CAI di Roma, quello di Valgandino, Wild Climb e la palestra Il Gabbiano di Ladispoli.

di Roberto Iannilli

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