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Il fortissimo climber ed alpinista francese Patrick Berhault
Fotografia di Alessandro Grillo
Patrick Bérhault durante la sua traversata delle Alpi dalla Slovenia al Mediterraneo. Partito il 26 agosto 2000, ha viaggiato per 167 giorni ed in totale ha percorso 141.863 m di dislivello positivo di cui 22.280 metri in parete...
Fotografia di Glènat Presse ®
Patrick Berhault
Fotografia di arch. C.A.M.P.
Giovanni Massari su Punta Figari negli anni '80
Fotografia di archivio G. Massari

Ricordando Patrick Berhault. L'intervista a Giovanni Massari

di


Intervista a Giovanni Massari di Maurizio Oviglia per ricordare il fortissimo climber ed alpinista francese Patrick Berhault scomparso il 28/04/2004. Seguirà a breve una seconda intervista ad Alessandro Grillo, un altro scalatore che conosceva bene il fuoriclasse francese che, con le sue idee e la sua vita, ha profondamente inciso sull'alpinismo e l'arrampicata sportiva dagli anni ’80 al nuovo millennio.

L'altro giorno fa ricorreva la scomparsa di Patrick Berhault. Mi è spiaciuto che sui social nessuno se ne sia ricordato, dal momento che considero Patrick uno dei più grandi alpinisti ed arrampicatori del nostro tempo. Ho pensato quindi di tracciarne un’immagine attraverso due scalatori che hanno condiviso con lui il capo della corda, e che sono rimasti profondamente influenzati dal suo carisma: Alessandro Grillo e Giovannino Massari. L’idea è nata quando Giovannino mi ha confidato di aver arrampicato varie volte con Berhault. Ho pensato dunque di porgli qualche domanda (Maurizio Oviglia).


Giova, in che circostanze hai conosciuto Patrick?

Patrick è stata una presenza costante fin dai primi anni delle mie arrampicate e ci capitava spesso di vederlo ad arrampicare a Monte Carlo anche se allora non era una vera e propria conoscenza. Certo conoscevamo bene la sua fama di alpinista e di arrampicatore e le sue vie sia in falesia che in montagna ci incutevano grande soggezione. Per noi ragazzi poi era un esempio anche per i suoi allenamenti con serie infinite di trazioni che abbiamo copiato per anni. La vera occasione di conoscerlo e frequentarlo è stata la comune amicizia con Alessandro Grillo che lo volle come collaboratore per la ditta di scarpette San Marco della quale, grazie a Sandro, ogni tanto anch’io provavo i prototipi. La prima volta che ci capitò di legarci insieme fu in occasione di una scalata su un monumento storico a Genova, a metà circa degli anni ‘80. Abbiamo poi condiviso varie avventure insieme sulle montagne di casa nostra (Liguri e Marittime) passando dal bouldering all’alpinismo e sempre in modo assai piacevole.

Che tipi di allenamenti faceva Patrick? Te ne ha mai parlato? Prediligeva la scalata lavorata o praticava anche l’on sight? Ed il free solo? Si è sempre parlato più di Patrick Edlinger che di lui sotto questo aspetto…
Si certo ne abbiamo parlato. All’inizio faceva quello che conociamo tutti, 100 trazioni al giorno e 5 piegamenti su una gamba. Poi negli anni, da quello mi ha raccontava, gli piaceva semplicemente tenersi in forma con stretching e un po’ di trazioni oltre naturalmente ad arrampicare. Scalava anche a vista e ricordo che all’inizio degli anni ‘90 fece anche un 8a on sight nella zona di Chamonix. Quando scendeva a Finale per lo più i primi anni liberava i tiri. Ne ha liberati diversi tra il 7a e il 7b. del free solo, non abbiamo mai parlato.

In quegli anni cosa si sapeva della sua attività, soprattutto nei dintorni di Nizza? Eri andato a curiosare?
Oltre all’attività in montagna certamente Patrick era un arrampicatore innovativo (Pichenibule (7c, Verdon) e La Haine (7c+, La Loubiere) sono rispettivamente del 1980 e 1981 e poi Périphérique ouest di... 8a+ del 1983, a La Turbie. Era un professionista ma dai discorsi e dalla pratica che ho avuto con lui non era un fanatico nel perseguire ossessivamente il grado. O meglio, teneva certo ai suoi progetti difficili ma non con l’ansia di chiudere un tiro dietro l’altro. Gli piaceva molto il “jeu escalade” e cioè fare blocchi facendo dei "truc" senza piedi, senza mani, con una mano sola... e fisicamente era molto performante. Ricordo un paio di volte in cui ci siamo cimentati con lui sulle sue varianti/eliminanti ed era molto divertente, un po’ come il boulder tutti insieme che si fa ora.

Ricordo di quei giorni la salita del famoso Tetto di Augusto e della sua scelta di non dargli un grado. Un gesto che fece molto discutere. Perché?
Retrospettivamente pensando al Toit d’Auguste capisco anche quel non dare il grado. Proprio in quegli anni si stava affermando una certa ossessione proprio del grado e ricordo bene che Patrick diceva che si può arrampicare per molti e diversi motivi ma per lui arrampicare sempre e solo per il grado indicava qualcosa di eccessivo. Per cui non dare il grado di un tiro gli dava una dignità diversa e più confacente a delle caratteristiche estetiche (linea, movimenti) che non semplicemente un numero. (Il Toit d’Auguste fu liberato da Patrick Berhault nel 1986 Ad esso Patrick non diede nessun grado. Poco più tardi (1987) esso fu ripetuto dal sedicenne Fred Nicole e stimato intorno all’8b+, ndr)

Nei primissimi anni ottanta la Loubière faceva indubbiamente da scuola. Ricordo che Marco Bernardi e più tardi altri si uniformavano ai gradi, strettissimi, dati da Patrick su quelle rocce. Forse lui era visto come un riferimento, che ne pensi? Credi che, come si dice, una certa severità e rigore nel dare i gradi a Finale Ligure derivi proprio da Patrick?
Sui gradi della Loubiere posso confermare che è senz’altro così. Noi da Finale conoscemmo proprio lì per la prima volta i gradi francesi e tornando a casa valutammo quelle vie nello stesso identico modo (Le mur de poussiere 6b, A priori 6c e altre più facili o più difficili, che avevano gradi severissimi sulle prime guide). Poi nelle guide seguenti, finito l’effetto Berhault, molti di questi gradi sono stati alzati mediamente di 2/3 frazioni di grado. Questo è il motivo per cui molti 6 “storici” del finalese sono così ostici. E anche se molti imputavano questo fatto ad una sorta di superbia in realtà è l’esatto contrario. Davamo gradi conformi alle difficoltà che incontravamo proprio a Montecarlo, proprio i gradi che dava Patrick.

Ho incontrato Patrick a Monte Cucco. Stava provando dei gesti di danza arrampicata su Zambarinik. Ne fui profondamente impressionato. Come vivevate voi, primi scalatori sportivi, questa cosa della danza arrampicata? Vi sembrava un’inutile atteggiarsi o piuttosto una ricerca personale?
La prima volta che vidi Patrick praticare quella forma di "dance escalade" fu agli strapiombi superiori alla Loubière su un lungo traverso a buchi. Ammetto che non ci capii molto ma era senz’altro affascinante e frutto di una sua ricerca. Molto bello e significativo a tal proposito il suo video con Robert Cortijo.

Patrick è stato sicuramente un precursore della scalata in strapiombo. Come vedevate quello che lui stava facendo?
Quello che faceva Patrick l’abbiamo sempre visto con ammirazione e abbiamo tentato spesso di emularlo. Non credo fosse superiore ma certo in linea con quello che si faceva al Saussois (Chimpanzodrome, 7c+ nel 1981 da parte di La Mouche – Jean Pierre Bouvier - che ho ripetuto nell’85).

Diversi anni fa scrissi su un forum che ritenevo Patrick il più forte scalatore di quella generazione. Ne seguì una discussione accesa e non molto simpatica. Alcuni arrampicatori famosi, asserivano che non aveva mai fatto nulla di veramente importante. Che posto dai tu a Patrick nella storia dell’arrampicata, visto con gli occhi di oggi, 40 anni dopo quelle realizzazioni?
Credo che come arrampicatore sia stato fortemente innovativo insieme a Patrick Edlinger e ai parigini (Le Menestrel, Tribout, Chambre) e che abbia lasciato un segno indelebile soprattutto nella prima parte degli anni ‘80, sia per quello che riguarda la difficoltà che per ciò che riguarda i primi tentativi di dare un aspetto sportivo all’arrampicata; poi si è gradatamente allontanato dalla "bagarre" nata in quegli anni proprio per il suo spirito particolarmente intimo, non omologato ma alla ricerca di un suo percorso poco incline alla competizione; non dimentichiamo infatti che è stato l’unico firmatario del famoso Manifesto dei 19 (di cui nessuno fa più cenno) a non ritrattare la sua decisione. Grazie alla sua bravura ed al prestigio conquistato in anni di alpinismo e arrampicata e a un indubbio carisma e senso di umanità (spedizioni con disabili, arrampicate in carcere minorile) ha saputo condurre brillantemente una bella carriera da professionista della montagna a tutti i livelli senza essere semplicemente uno sportivo.

Giovanni Massari, nato in provincia di Cuneo nel 1962, al secolo “Giovannino” o semplicemente “Giova”, è considerato uno dei più rappresentativi scalatori dei primi anni ottanta. Nella sua carriera è passato dal free solo alle cascate di ghiaccio, dall’alpinismo all’arrampicata sportiva. E’ stato tra i pionieri dell’alta difficoltà sulle rocce di Finale Ligure insieme ad Andrea Gallo, mentre sulle rocce di casa ha condotto un’attività più intima e lontana dai riflettori ma non per questo meno importante.

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