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Alberto Dal Maso sul tiro dei tafoni di Brébis et Chevre, Colonne di A Marcia, Corsica
Fotografia di archivio Alberto Dal Maso
Sara Segantin sul tiro del cammino di Brébis et Chevre, Colonne di A Marcia, Corsica
Fotografia di archivio Alberto Dal Maso
Alberto Dal Maso e Sara Segantin in vetta
Fotografia di archivio Alberto Dal Maso
Colonne di A Marcia, Corsica
Fotografia di archivio Alberto Dal Maso

Brébis et Chevre, via di arrampicata nell'Alta Corsica di Dal Maso e Segantin

Alberto Dal Maso e Sara Segantin hanno salito Brébis et Chevre, una linea di arrampicata (probabilmente nuova) sulle Colonne di A Marcia nella selvaggia zona di Ascu nell'Alta Corsica.

Le Colonne di A Marcia sono imponenti massicci granitici che sfidano con le loro fattezze umili, ma dalle inesauribili sorprese, la mole imponente di Monte Cintu, che si staglia di fronte a loro al di là della valle di Ascu. La roccia è impervia e selvaggia, con ben pochi segni di passaggio, che si tratti di sentieri o chiodi per le soste. Questo stile locale di aprire nuove linee lasciando rari indizi ad indicare la via, rende incredibilmente avventurosa l’arrampicata di Corsica.

Noi, dopo aver imparato ad apprezzare appieno - non senza qualche imprevisto - lo spirito del luogo, abbiamo anche avuto l’occasione di andare oltre: sfidare la sfida e aprire una via senza lasciare nessuna traccia! Per caso abbiamo individuato dall’alto dell’Arête Sud-Est una possibile linea di salita sulla colonna di fronte… due foto, quattro parole e nessuna esitazione! L’indomani siamo partiti con un set di friend, qualche nut, quattro cordini e tanta determinazione. Superate le caratteristiche difficoltà dell’avvicinamento, abbiamo iniziato la nostra avventura verticale. La direzione, lo strapiombo tafonato che tanto ci aveva incuriositi ed entusiasmati il giorno precedente. La strada per arrivarci: tutta da scoprire!

Il primo tiro non riserva particolari sorprese, se non un tetto inaspettato dopo una trentina di metri, che, a rigor di prudenza, ci induce a sostare subito sotto, su una stretta cengia comodamente proteggibile a friend. Aggirato l’ostacolo, le difficoltà decrescono progressivamente nella seconda lunghezza, che ci porta alla base di una canalone alberato. Un Eden di frescura, o un’erbosa scocciatura? Ai ripetitori l’ardua sentenza!

Dall’ultimo albero, attraversando nettamente a sinistra, si giunge alla base di un evidente diedro. Da lì la strada è lunga, ma ben tracciata nel granito. Dopo aver perso il conto dei metri percorsi tra fessure e placche, dopo aver incastrato malamente il penultimo friend dieci metri sotto, dopo aver quasi abbandonato ogni speranza di raggiungere l’agognata sosta, ecco che un solido blocco incastrato a mo’ di sperone diventa la nostra ancora di salvezza!

Un non banale traverso a sinistra ci porta finalmente alla base dei tafoni. La roccia traforata come groviera si staglia sopra di noi, preziosa peculiarità di quest’isola di granito. Le sculture e i ghirigori creati dal vento e dall’acqua rendono la salita più semplice di quanto ci aspettassimo, trasformando al contempo l’arrampicata in un’incredibile danza estetica e aerea in questo nido d’api di pura roccia. Affrontando la zona più strapiombante prima di aggirare lo spigolo, proteggersi diventa un’esigenza. É all’ultimo istante che un raggio di luce nell’ombra di un grosso tafone illumina un foro che attraversa da parte a parte la campana di roccia, trasformandola in una gigantesca clessidra.

Ancora qualche movimento esposto e passiamo oltre lo spigolo, dove la parete si appoggia e gli ultimi assolati metri di puro plaisir conducono alla base di un evidente camino. Quest’ultimo ci costringe a sfoderare la nota tecnica speleologica di appendersi lo zaino sotto il sedere, per poterci faticosamente strisciare dentro. Con le facce nere di terra e polvere di licheni, usciamo dalla strettoia finale, sorridenti come due spazzacamino nel giorno di festa.

A separarci dalla vetta, resta soltanto un ultimo tiro, zigzagante fra la giungla di un canalone e i massi della cresta. Primo segno di umano passaggio su questa torre è un timido ometto sulla cima. In lui e nei suoi colleghi riponiamo tutte le nostre speranze di trovare la via di discesa!

Dopo aver sgranocchiato un bel pezzo di formaggio e scattata la foto di rito, inizia la caccia agli ometti. Questi, non certo abbondanti, ci guidano verso il basso e, tra disarampicate poco rassicuranti e qualche passaggio esposto, siamo in vista della forcella. Un salto verticale di quindici metri costringe però a tirar fuori l’attrezzatura: un cordone marcio indica la clessidra da cui calarsi. Ancora qualche breve doppia nel canale e siamo alla base della Colonna.

Imprecando animosamente contro la graffiante macchia mediterranea, chiacchieriamo soddisfatti sulla bella avventura, che ha aggiunto un pizzico di sale a questi giorni di vacanza. È difficile esser certi che nessuno sia mai passato di lì, senza lasciare segno come abbiamo fatto noi, e ancor più difficile è accertarsene. Al riguardo non troviamo infatti alcuna informazione, nonostante la disponibilità dei locali. In fondo poco importa, di questo tracciato non esiste traccia né relazione da rintracciare, se non quella che proponiamo qui noi. Speriamo vivamente che grazie ad essa altre cordate avranno occasione di seguire questa linea coinvolgente. Una via che spicca senz’altro per qualità della roccia e varietà dell’arrampicata, con difficoltà classiche tutte da proteggere e da gustare!

di Alberto Dal Maso e Sara Segantin


SCHEDA: Brébis et Chevre, Corsica

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