La grotta Qanaf Cave in Oman, un’esplorazione al limite per La Venta
La regione del Dhofar è una catena montagnosa calcarea che domina la pianura dove si estende la grande città di Salallah e sovrasta la cittadina di Mirbat, affacciata sull’Oceano Indiano.
Due anni fa, giunti sul fondo della grotta chiamata Qanaf Cave alla profondità di 210 m, ci eravamo imposti dei limiti per motivi di sicurezza a causa dell’altissima percentuale di CO2: ora abbiamo alcuni strumenti in più per provare ad andare avanti. Allestiamo il campo base nei pressi della grotta in una zona semidesertica tra rocce ed erba secca e con qualche albero d’incenso vicino alle piste carovaniere dove ogni giorno passano mandrie di dromedari che vanno ad abbeverarsi. Cercano l’acqua presso le poche pozze che ne hanno ancora… anche in Oman il cambiamento climatico comincia a farsi sentire. I pastori ci raccontano che non hanno ricordi di una siccità così intensa. Qualcosa sta cambiando, tutto sta cambiando.
La Qanaf cave è un gigantesco inghiottitoio: un lungo canyon che termina su un pozzo di circa 100 metri, enorme, e trascina al suo interno acqua carica di materiale organico proveniente da un’area di circa 10 km2. Acqua che, in alcuni laghi interni, ribolle a causa della formazione di CO2 dovuta alla decomposizione della materia organiza.
Siamo un gruppo di 15 speleologi con molteplici specializzazioni; dal medico al geologo, dal film maker al tecnico di soccorso, dallo speleosub al biologo. Un gruppo pronto a lavorare in ambienti difficili con temperature vicine ai 29°C e il 100% di umidità, oltre a valori di anidride carbonica superiori al normale e progressivamente crescenti verso il fondo attualmente conosciuto della grotta.
E’ soprattutto questo fattore a dettare legge: il livello normale di CO2 in atmosfera è 0,03 %, mentre per l’uomo i problemi cominciano oltre lo 0,5%. Dove andiamo noi le misurazioni del 2024 danno il 4,5%.
Quest’anno l’obbiettivo è andare oltre, topografare, fare campionamenti geologici e anche biologici dato che tutto quello che vive lì dentro lo fa in condizioni estreme. Per farlo in relativa sicurezza abbiamo trovato in Germania, e sperimentato in Italia, dei dispositivi a ricambio di CO2 che ci permetterebbero di affrontare la grotta senza pericoli: ma come spesso accade, se la fortuna è cieca la sfortuna ci vede benissimo.
Dopo aver attrezzato la grotta in tutte le sue parti, armato le calate dei pozzi, predisposti gli ancoraggi per un eventuale soccorso, trasportato nelle vicinanze del fondo i canotti gonfiabili e tutte le attrezzature necessarie, organizzato con il medico di spedizione le squadre al meglio delle loro condizioni fisiche… siamo pronti ad entrare: ma ci viene comunicato che, a causa di problemi di spedizione e doganali, i respiratori non arriveranno in tempo. Peraltro siamo in Oman, un paese dove non è facile trovare soluzioni arrangiate, e il tempo stringe.
Parte il piano B: noleggiare alcune bombole di aria compressa presso un Diving Center (anche questo complicato visto che non le useremo in mare) e affrontare la grotta con 15 delicati kg in spalla, più tutto il materiale tecnico per avanzare in sicurezza. Il giorno della punta esplorativa entriamo in 12, ognuno con il suo compito ma sapendo che tutti fanno parte di un progetto più grande: percorriamo con calma tutta la grotta, dove in molte zone la presenza di un infido strato di limo rende scivoloso e pericoloso ogni passo. I pozzi ci mettono a dura prova con i carichi appesi all’imbrago, dovendo stare attenti a non far urtare contro la roccia le bombole caricate con una pressione di 200 atmosfere. Poi il calore, che con questa umidità produce una temperatura percepita di 42°C ... e infine la CO2 in aumento. Ma piano piano si procede. Qui la lunga esperienza speleologica gioca un ruolo fondamentale. Al lago finale arrivano in quattro con tre bombole, due sacchi di corde, trapano e due canotti. Sopra di loro un pozzo da 10 m e alla sommità una seconda squadra di recupero, anche con paranco, pronta ad ogni evenienza: nel caso dovranno issare le persone sopra il pozzo e portarle nella zona della tenda medica, cioè un piccolo presidio emergenziale all’interno della grotta che abbiamo installato a una quindicina di minuti di distanza, più in alto e fuori dalla CO2 letale.
Siamo a 200 metri sottoterra, quasi 2 km dalla luce del giorno, e ci sentiamo ad un’eternità dal resto del mondo. Il gruppo di punta si divide ulteriormente: due vanno avanti lungo il lago e altri due aspettano per emergenza sulla riva, respirando aria buona dalla bombola.
Ecco il diario di quei momenti. “Il viaggio è surreale: si sente solo il rumore dell’erogatore subacqueo, aspira ed espira, l’acqua nera ed oleosa stenta a muoversi, le pagaie la fendono senza smuoverla. Dopo circa cento metri di lago arriviamo alla riva opposta. Lo sbarco è difficilissimo, in salita, tutto estremamente fangoso: dobbiamo togliere le bombole per non annegare in caso di scivolamento a causa del loro peso. Cadiamo comunque in acqua, riusciamo a restare attaccati al canotto e raggiungere la riva fangosa, tirarci su, arrivare all’asciutto ed ancorare il canotto... se andasse alla deriva sarebbe la fine.
Da qui con tutto il materiale percorriamo ancora altri 100 metri, con l’anidride carbonica che raggiunge picchi del 9% e gli strumenti di misurazione impazziti. I bip risuonano nel buio. L’ambiente si restringe fino a sbucare su un salto di circa 8 metri affacciato su un lago d’acqua cristallina: una nuova galleria proveniente dall’alto, dove si intravedono in lontananza altri laghi pensili di acqua limpida, il contrario di quelli oscuri e fangosi che abbiamo appena superato. Quindi il fondo della grotta è alle nostre spalle, nel lungo lago finale che evidentemente custodisce un sifone nascosto, dove l’acqua durante le piene prosegue la sua corsa.
Valutiamo per un attimo l’idea di iniziare a percorrere la nuova grotta in risalita ma non è possibile. L’aria non dura in eterno in una bombola e dobbiamo tornare indietro. Lo facciamo consci del fatto che, anche se siamo arrivati alla fine della grotta, non è finito nulla: dovremo trovare il nuovo ingresso, l’inghiottitoio ora sconosciuto da dove arriva tutta quell’acqua; dovremo continuare a campionare e studiare geologia, biologia e microbiologia della grotta. Ora però l’unica cosa da fare è tornare tutti velocemente in un luogo più sicuro, fino a uscire assieme nell’aria fresca della notte sul Dhofar”
La spedizione rientra in Italia poco prima dello scoppio della guerra nella regione, con la speranza che presto le cose tornino alla normalità. Come spesso accade nelle grotte, quando sveli un mistero se ne presenta subito un altro. Se tutto andrà bene saremo pronti per il 2027.
- Luca Imperio e Tullio Bernabei
Main sponsor: Ferrino Outdoor - VIGEA -Virtual Geographic Agency – MilesBeyond Sponsor tecnici: Prevent,bPRAIT (Formazione lavoro), Amphibious Dry Equipment, Primus Equipment, Tiberino 1888, Temc DE-OX – Work secure, UFO - Quality & Safety, Northwall Innovation, Dezega (Mine Rescue Equipment), Fenixlight
Foto: Alessandro Beltrame – Francesco Lo Mastro – Ada De Matteo – Gaetano Boltrini – Tullio Bernabei
Info: www.laventa.it














































