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La Mucca fa Mu, L'ira di Giò e L'Ira di Beppe in Valneda (Val Daone)
Fotografia di Matteo Rivadossi
Matteo Rivadossi in libera a metà di L1 de L’Ira di Giò in Valneda (Val Daone)
Fotografia di Simone Monecchi
Matteo Rivadossi e Simone Monecchi, autoscatto da incolumi su L’Ira di Giò in Valneda (Val Daone)
Fotografia di Matteo Rivadossi
Giorgio Tameni nel 2014 in apertura sulla stalattite di L2 de L'Ira di Giò in Valneda (Val Daone)
Fotografia di arch. G. Tameni 2014

Prima ripetizione de L’Ira di Giò in Val Daone per Matteo Rivadossi e Simone Monecchi

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A sei anni dall’apertura di L’Ira di Giò in Valneda in Valle di Daone arriva per mano di Simone Monecchi e Matteo Rivadossi la prima ripetizione e prima libera integrale del capolavoro di misto moderno aperto da Giorgio Tameni, Jeremy Faccini e Luca Tamburini. Il report di Rivadossi.

Soffiata dall’artico Burian, Domenica 14 febbraio è stata la giornata più fredda dell’anno. E i -15°C al parcheggio all’alba come le tre ore di avvicinamento non erano di buon auspicio per prestazioni atletiche su misto difficile.

A metà strada, quando è il momento di mettersi le ciaspole, l’allacciatura in gomma completamente cotta mi rimane in mano: nel mio folto repertorio non trovo comunque una bestemmia adatta, non mi resta che riprendere a battere traccia a testa bassa come sempre.

La Val Remir alla sua testata intorno ai 1500 metri di quota, si apre nella Valneda, il Canada della Val Daone: ripidi pendii che incombono su pareti grigie a sinistra e al centro, gialle e rossastre a destra. Un paesaggio selvaggio a partire dalla sua straordinaria geologia metamorfica. Ovunque segnato da lingue di ghiaccio: la superba quanto pericolosa Helios spicca come una regina tra poderosi colonnati e aeree stalattiti. La nostra linea è appena a sinistra dell’Ira di Beppe. Bellissima, dura e non ancora ripetuta, anche se le velleità sportive oggi sembrano spengersi con la neve alle ginocchia e il viso paralizzato dal freddo: arrivare qui è già stata un’impresa.

Nello scaverno alla base giusto un goccio di tè poi, a fatica, trovo il coraggio di mettermi le scarpette da dry e parto. I primi spit sono una lotta contro il freddo alle mani, goffo per la Skisky mai tolta. Il sogno di fare quel tiro strapiombante a vista naufraga a metà quando un buchetto ghiacciato sputa la becca. A questo punto salgo in perlustrazione fino alla tenda di ghiaccio per giocarmela il successivo, scoprendo un tiro ben più difficile di quanto dichiarato. Giò, sei stato stretto! Pur con i rinvii fissi non è solo M9 e soprattutto non siamo al Quai.

Un giro anche per Simone è obbligatorio per non congelare! A terra ripasso con lui le prese poi riparto deciso osando con i guantini da golf. Mi ritrovo sereno in libera sghisando a 2 spit dal ghiaccio quando da burba in un cambio mano mi pianto una becca Race nell’occhio destro! Un urlo di dolore e la sensazione di averlo perso quando il guantino bianco si tinge di sangue alla Dario Argento. "Cala, cala subito!" urlo piangendo!

Solo a terra Simone ridimensiona la cosa tranquillizzandomi anche se il dolore è alle stelle e l’auto è in culo a Giove. Al pronto soccorso qualche ora più tardi confermeranno i 5 mm di buco nel bulbo ma senza conseguenze. E visto che per dieci giorni non dovrò prendere freddo, aria, sporco e fatica, martedì 16, solo 2 giorni dopo, tolgo la benda per ritornare belligerante in Valneda. D’altronde non sarebbe carino non sfruttare le ferie tecniche di Simone!

Pazzia pura, certo. Ma questa volta i 10 gradi di più ed il sentiero tutto tracciato suonano meglio: in 2 ore secche siamo all’attacco. Certo che, a saperlo, lasciavamo tutto il materiale. Stavolta a -5°C solo un pile leggero e la libera sul primo infido tiro non mi scappa, anche se il ghiaccio ad uscire è marmoreo. Mentre sale Simone avvertiamo i primi boati delle slavine di fronte, impressionanti ma per fortuna lontani lassù sui pendii al sole.

La grotta del secondo tiro è profonda e spettacolare: che postaccio! Gli spit sopra la sosta obliquano a destra tra macchie di ghiaccio verso il vuoto. Parto deciso trovando movimenti congeniali quanto atletici. Un rovescio da urlo poi battuta su ghiaccio e spaccata assurda, fantastico! Poi una serie di hook su placca strapiombante di resistenza e finalmente il pezzo forte: la grande stalattite da rimontare salutando l’ultimo fix per il solito bel viaggio di testa. Spettacolo, massima ammirazione per l’apritore, quel selvatico visionario dell’amico Giorgio Tameni, addirittura coscritto e compaesano!

Nella nicchia di sosta, mentre recupero il fido Simone mi godo il bellissimo tiro stampato, anche se il nervosismo per le slavine, sempre più frequenti, comincia a farsi sentire: "E quel canalaccio lisciato a 45° che ci aspetta appena sopra, come sarà?"
Sono ben 70 metri e non 50 come indicato, oggi da fare rigorosamente di corsa fino all’ancestrale grotta del terzo tiro. Qui si può tornare a giocare sugli strapiombi. E che strapiombi! Un paio di tetti netti di facile lettura ma che richiedono una bella pompa poi il muro finale che, senza ghiaccio come quest’anno, negli ultimi metri friabili mi ha fatto sputare l’anima pur di non fare resting!

Giunto in sosta non riesco a proseguire come consigliatomi da Giorgio: urlo a Simone che mancano giusto 2 metri di ghiaccio e che preferisco recuperarlo lì per aggiungere eventualmente un tassello e salire così gli ultimi facili 10 metri.

Simone è con le picche ai miei piedi quando, appena sopra le nostre teste, arriva il terremoto di un’enorme slavina. Ci siamo: il fragore immenso, il cielo completamente oscurato da quella cascata blu con il cuore in gola. Almeno per 20 secondi siamo sbattuti dal vento ma solo sfiorati da quella massa. Eppure bastavano 2 metri di ghiaccio, forse meno, e sarei stato spazzato all’albero di sosta. E iniziano così i se dei periodi ipotetici, dei condizionali: "Ca..o Simo, se non perdevo tempo sotto avrei messo quel tassello e sopra ci avrebbe preso tutti e due, oppure se traversavamo ci avrebbe preso dopo!" Ma non era il nostro momento, tutto qui. E ancora una volta siamo pervasi da una sensazione irreale di leggerezza mentre guadagniamo le doppie tutte fuori a sinistra.

Alla base il tè, i complimenti reciproci al riparo dei boati e dei fiumi di neve che cadono attorno a noi.
Le emozioni di una via superlativa e di una valanga sfiorata si mescolano in un cocktail adrenalinico mentre la razionalità proprio non perdona di aver sottovalutato che, 800 metri sopra, un canale laterale era già al sole. Strana questa vita, penso per l’ennesima volta.

di Matteo Rivadossi

Matteo ringrazia: Camp - Cassin, Montura, Kayland, Elbec

SCHEDA: L'Ira di Giò, Valle di Daone

LINK: Vai a tutte le vie in Valle di Daone nel database di planetmountain.com

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