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Mal Sokolit in Albania visto da Tamara
Fotografia di Alfred Pepa
Spigolo Giacomo Deiana, Mal Sokolit, Albania: Nicola Lanzetta sullo spigolo finale
Fotografia di Marco Marrosu
Spigolo Giacomo Deiana, Mal Sokolit, Albania: luci del bivacco
Fotografia di Arjan Mernaca
Spigolo Giacomo Deiana, Mal Sokolit, Albania: Marco Marrosu, risveglio dal bivacco
Fotografia di Marco Marrosu

Mal Sokolit e lo Spigolo Giacomo Deiana, prima salita in Albania per Nicola Lanzetta e Marco Marrosu

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Il racconto di Marco Marrosu che, insieme a Nicola Lanzetta e con un bivacco in parete, ha aperto Spigolo Giacomo Deiana, la prima via d'arrampicata che solca i 1200 metri del Mal Sokolit in Albania.

Volevo parlare di musica rock a tutto volume, occhiali da sole, corpi scultorei appesi a un braccio e bicipiti che si contraggono e invece mi ritrovo a scrivere di paura, indecisione, perplessità, riflessione.

Mi ritrovo così nel vuoto, sospeso in questo oceano di pensieri e di roccia a noi ignoto ad osservare il mio amico Nicola Lanzetta che sale, decisamente con troppa corda libera sotto. Sale con titubanza, passo dopo passo, con attenzione e alla ricerca di sacri luoghi in cui inserire le sporadiche protezioni.

Quest’ultimo pilastro è veramente verticale, la parete non è mai stata scalata da nessuno e la roccia e l’incognita martellano la testa. Siamo in Albania, presso il confine con il Montenegro, sappiamo che in questo luogo non esiste il Soccorso Alpino e che qualunque imprevisto avverrà dovremo cavarcela da soli. Circa due anni fa, durante un trekking, ero già stato in questo luogo e la splendida parete del Mal Sokolit mi era rimasta profondamente in testa, tanto da finalmente tornare. Nicola invece l’aveva vista per la prima volta solo qualche giorno fà e già dalla base aveva valutato velocemente cosa voleva dire affrontarla: “un bel calcio nel culo”.

Scalare pareti così grandi, senza trapano, mai scalate da nessuno vuole dire non abbassare mai la guardia, salire con costanza ma senza sapere mai se sarai in grado di proseguire la tua salita e guardarti ogni tanto dietro per capire se sarai in grado di fare un’eventuale discesa. Divisi tra questi due mondi, salire o scendere, saliamo lottando con le nostre paure, le nostre perplessità, le indecisioni, la stanchezza e il nervosismo che cresce… ma saliamo.

Ed ecco arrivare la notte, la ricerca di un ripiano per il bivacco e constatare che la nostra acqua sta finendo. Nelle scalate di più giorni arrampicare diventa la tua dimensione naturale, da bipedi si diventa quadrupedi e l’orizzontale diventa vertigine. Anche il modo di porsi verso il mondo verticale cambia, perché diventa quella la tua nuova dimensione. Affronti molte paure che avevi dal basso e nella difficoltà acuisci i sensi amplificandoli.

Forse è una droga ficcarsi in questi che molti definirebbero guai e come sempre posso solo dire che mi sento spinto da voglia di esplorare e da spirito d’avventura. L’arrivo in cima del giorno dopo suggella l’amicizia e la stima mia per Nicola ma anche il rispetto per i 1200 metri di parete appena percorsi. Stringendoci la mano sulla vetta Nicola ha un sussulto e giustamente orgoglioso mi dice “Eh! Questa volta però il nome alla via lo voglio dare io!” Rido di gusto, ma ci mettiamo veramente poco a scoprire che entrambi pensavamo a Giacomo Deiana. Giacomo era un amico comune, morto su una cascata di ghiaccio a Cogne qualche mese fa, mentre si allenava per superare le selezioni per il corso di Guida Alpina.

Mi sarebbe piaciuto che fosse con noi, in questa spedizione tutta sarda, isolani sulla “terra ferma” come veniva chiamato in Sardegna, un tempo, “il continente”. Entrambi siamo sicuri che sarebbe diventato una bravissima guida e che avrebbe lasciato il segno sulle montagne di tutto il mondo.

Una volta rientrato in Italia, ora, chiudo gli occhi e rivedo le lacrime che rigano il viso della giovane Meli mentre guarda contrita la telenovela turca con sottotitoli albanesi, i ragazzi che a bordo strada vendono un piccolo coniglio vivo con un sacchetto di patate, Arjan, dietro il suo negozio di elettrodomestici che sembra più un bazar, o anche Luce, triste e commossa che racconta di quanto i medici italiani hanno fatto per salvarle la vita. Scalare in Albania vuole dire entrare in una dimensione strana, facendo un improbabile salto temporale che ti porta improvvisamente nell’Italia del dopo guerra. Siamo quello che facciamo e la vita è fatta di incontri e in ogni incontro ognuno lascia e ognuno riceve qualcosa. In contesti internazionali l’incontro è confronto di culture, religione, comportamento dove la scalata, quello che apparentemente è solo un gioco, diventa un mezzo e così può capitare che nella routine quotidiana ti soffermi un momento e ringrazi quelle incertezze che hai vissuto in parete, riscoprendoti più ricco dentro di quando eri partito.

di Marco Marrosu


SCHEDA: Spigolo Giacomo Deiana, Mal Sokolit, Albania

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