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Yann Borgnet durante la salita di Hypercouloir sulle Grandes Jorasses prima della discesa in parapendio
Fotografia di archivio Yann Borgnet, Martin Bonis
Yann Borgnet e Martin Bonis durante la salita di Hypercouloir sulle Grandes Jorasses prima della discesa in parapendio
Fotografia di archivio Yann Borgnet, Martin Bonis
Martin Bonis e Yann Borgnet in cima alla via Hypercouloir, Punta Walker, parete sud delle Grandes Jorasses prima della discesa in parapendio
Fotografia di archivio Yann Borgnet, Martin Bonis
Yann Borgnet inizia la discesa in parapendio dalle Grandes Jorasses nel massiccio del Monte Bianco, dopo aver salito la via Hypercouloir
Fotografia di archivio Yann Borgnet, Martin Bonis
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Grandes Jorasses: Yann Borgnet sale l' Hypercouloir e scende in parapendio

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Il racconto dell'alpinista francese Yann Borgnet che insieme all'amico Martin Bonis ha ripetuto la leggendaria via Hypercouloir, aperta nel 1978 da Gian Carlo Grassi e Gianni Comino sulla parete sud delle Grandes Jorasses nel massiccio del Monte Bianco, prima di scendere rapidamente in Val Ferret volando in parapendio.

Ancora una grande avventura per Yann Borgnet nel regno del Monte Bianco. Il fuoriclasse francese, da sempre atleta CAMP, nei giorni scorsi ha infatti ripetuto l'Hypercouloir delle Grandes Jorasses: una via leggendaria, aperta da Gian Carlo Grassi e Gianni Comino il 20 agosto 1978 nel cuore della parete sud della Punta Walker. Il tratto chiave della salita è la goulotte di 250 metri, caratterizzata da diversi salti verticali che Borgnet e l'amico Martin Bonis hanno trovato in cattive condizioni. Ma ecco, direttamente dalla voce di Yann, tutti i dettagli della scalata e della fantastica discesa.


HYPERCOULOIR DELLE GRANDES JORASSES
di Yann Borgnet

Hypercouloir: una parola che risuona nella testa di tutti gli alpinisti, un superlativo che identifica la via perfetta. Come il Supercouloir del Mont Blanc du Tacul, l'Hypercouloir del Brouillard e l'Hypercouloir della parete sud delle Grandes Jorasses: un tratto di matita, verticale e rettilineo, incastonato in una profonda gola.

L'appuntamento con Martin Bonis è in Val Ferret: uno spettacolo coi suoi magnifici colori autunnali, con tutte le sfumature giallo-arancioni dei larici che popolano il fianco meridionale della valle. Aggiungete una dolcezza da estate indiana e lo spaesamento è completo! Ma come sarà domani, lungo una via di ghiaccio in piena parete sud, con lo zero termico a quota 4000? In effetti siamo un po' preoccupati... Qui non c'è quasi traccia di neve: tutto è asciutto in questo universo minerale. Ed è quasi un miracolo che lassù occhieggi la nostra linea ghiacciata. Ma i dubbi restano: il ghiaccio che prende il sole va sempre trattato con circospezione!

Viste le condizioni del ghiacciaio, con numerosi crepacci aperti, decidiamo di effettuare l'avvicinamento di giorno: una faccenda delicata, con rocce rotte cascanti e imponenti seracchi incombenti sopra le nostre teste. Con un po' di attenzione riusciamo a scovare un angolo sicuro dove passare la notte: siamo senza attrezzatura da bivacco, miseramente appollaiati, ma ci sentiamo le persone più felici al mondo! In piena notte, assaliti dal freddo, prepariamo un paio di borracce d'acqua calda: una meraviglia, che ci permette di dormire fino al momento della partenza.

Ore 3.00: adesso che ci siamo quasi abituati a tanta scomodità, dobbiamo muoverci! La montagna ha brontolato per tutta la notte, a suon di scariche di pietre, ma per un paio d'ore resterà zitta: dobbiamo approfittarne! Ore 6.00: siamo all'inizio delle difficoltà e la situazione si presenta subito molto seria. La speranza è che il ghiaccio sia solido ma all'inizio, prudentemente, preferisco procedere su roccia piazzando buone protezioni. Al ghiaccio penserò più tardi, quando sarò davvero obbligato ad affrontarlo. Ma quanto è dura questa via! Una cascata verticale in alta montagna non è roba da tutti i giorni!

La seconda lunghezza è per Martin che, valutando il tutto sufficientemente solido, pianta viti da ghiaccio. La scalata è uno spettacolo: che gioia salire lunghezze del genere! Ma ecco il sole... dunque dobbiamo sbrigarci, visto che le pietre cascanti stanno per rientrare in servizio. Finisco la via con un tiro lunghissimo, concluso a corda tesa. Ma dobbiamo ancora raggiungere la vetta e... dopo due settimane in Sicilia per l'uno e in Spagna per l'altro, l'acclimatamento è pari a zero e l'andatura da lumaca. Ma eccoci finalmente sulla Punta Walker! La vista è straordinaria e ci sentiamo i padroni del massiccio: il Monte Bianco, con le funivie ferme, è davvero tutto per noi!

Spieghiamo le nostre vele e ci prepariamo a scendere. Il vento contrario a dieci chilometri l'ora ci regala condizioni superbe: non potevamo pretendere di più! È talmente raro poter decollare in questo modo a 4000 metri che cerchiamo di assaporare il più possibile questo momento: sappiamo che la partenza sarà senza problemi e il volo come una passeggiata.

Venti minuti dopo, al posto delle sei ore necessarie per la via normale, ritroviamo i dolci alpeggi colorati della val Ferret. Ed è qualcosa di irreale, per noi che siamo abituati a star loro aggrappati, vedere tutte queste cime dall'aria: siamo liberi di andare dove vogliamo, verso questo o quel versante, liberi di scrutare nuove linee e di seminare sogni! E naturalmente vediamo anche la nostra via, che ci fa tremare per quanto appare ripida! Una volta a terra provo una strana sensazione... Come la maggior parte degli alpinisti sono abituato a discese lunghe e complicate. Si dice sempre: la cima non è il traguardo ma soltanto la metà dell'avventura. Così ho come l'impressione di aver perso una puntata, di non aver davvero completato il mio lavoro, di aver in qualche modo barato. Ma in fondo è bello sentirsi così... ecco un bel momento di alpinismo con le ali! La prossima volta, però, il volo sarà verso un'altra cima!

Info: www.yannborgnet.fr

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