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Puerto Williams, il nostro trampolino, il nostro pontile proteso verso il Canale di Beagle prima, Capo Horn e poi il mare aperto dello Stretto di Drake.
Fotografia di Manuel Lugli
In cima al Cerro Bandera alla Fin del Mundo: qui finisce il continente Sudamericano. Qui semplicemente finisce la terra e comincia l'Oceano australe, rissoso a magnifico.
Fotografia di Manuel Lugli
La Tierra del Fuego: le foreste umide di lengas, i contorti alberi fuegini modellati dal vento
Fotografia di Manuel Lugli
La valle Robalo nella Tierra del Fuego
Fotografia di Manuel Lugli

El Fin del Mundo: parte dalla Tierra del Fuego il progetto Antartide

di

Il primo report di Manuel Lugli, attualmente impegnato insieme ad una manciata di altri alpinisti con il progetto Antartide, una spedizione sci-alpinistica alla penisola Antartica con Skip Novak e Stephen Venables.

Puerto Williams è il nostro trampolino, il nostro pontile proteso verso il Canale di Beagle prima, Capo Horn e poi il mare aperto dello Stretto di Drake. Qui tutto sa di frontiera estrema. Qui finisce la Terra del Fuoco, finisce il continente Sudamericano. Qui semplicemente finisce la terra e comincia l'Oceano australe, rissoso a magnifico. El Fin del Mundo. E' difficile immaginarsi sugli sci guardando il mare da qui. Ma il paradosso rende tutto ancora più affascinante e attraente.

E poi qui si tratta di luoghi davvero leggendari, di cui abbiamo letto tante cronache e storie incredibili. In questi mari e in queste terre si sono mossi grandi esploratori, scienziati e navigatori: Magellano, Darwin, Shackleton, Scott, padre De Agostini. Di questa terra hanno scritto tanti autori che abbiamo amato: Coloane, Chatwin, Sepulveda.

L’escursione sulle montagne intorno svela ancor di più di questi paesaggi selvaggi e primordiali della Terra del Fuoco. Salendo verso i Dientes de Navarino il panorama si allarga a dismisura, rivelando una valle, quella del Ròbalo, di splendente bellezza: laghi, guglie, foreste umide di lengas, i contorti alberi fuegini modellati dal vento. E sullo sfondo il canale di beagle che divide l’isola di Navarino dal resto della Tierra del Fuego.

Navigando lungo il canale Darwin – e gli esploratori prima di lui - videro i fuochi accesi sulla terra ferma dagli indigeni locali, Ona, Yamanas e Selk’nam, uno dei tre principali gruppi di aborigeni che abitavano le isole della Terra del Fuoco. I Selk’nam, miti cacciatori nomadi, furono una delle ultime popolazioni indigene raggiunte dagli europei verso la metà dell’ottocento. Con la complicità dei governi cileno e argentino, allevatori, agricoltori e cercatori d’oro provenienti da Argentina, Cile, Inghilterra, USA – ma anche da Italia, Croazia e Spagna – iniziarono un vero e proprio sterminio dei Selk’nam per eliminarli dalle terre che avevano occupato. Assoldando bounty killers e avventurieri, gli agricoltori più ricchi misero taglie sulla testa di ogni indigeno, pagate alla presentazione di macabre prove dell’avvenuta uccisione – orecchie, mani o addirittura l’intera testa. L’alcool, oltre alle deportazioni e alle epidemie portate dai missionari terminarono l’opera di sterminio. Se a metà del diciannovesimo secolo i Selk’nam erano circa quattromila, alla fine del 1930 non ne rimanevano che un centinaio. Con la morte nel 1974 di Angela Loij, ultima donna con sangue completamente indigeno nelle vene, i Selk’nam e la loro cultura e spiritualità sparivano dalla faccia della Terra. Un’altra storia di genocidio che è cifra distintiva degli uomini di tutte le epoche e a tutte le latitudini, ma che nell’America del Sud ha raggiunto livelli forse mai così terrificanti.

Ora, in questa mattinata di sole e nuvole, siamo pronti a imbarcarci in questa avventura antartica così attesa. Ogni avventura, per piccola che sia ha per i suoi partecipanti una sua epica, e così la nostra. Non ci sentiamo certo Shackleton o Darwin, ma privilegiati sicuramente sì. Privilegiati a percorrere questi mari e queste terre, a sperimentare quella sensazione, che sento magnifica ed educativa al tempo stesso, di essere l’elemento più insignificante nell’equilibrio gigantesco di questa natura selvaggia.

Tutti noi, almeno una volta nella vita dovremmo essere rimessi al nostro posto dalla Natura, dovremmo sentirci meno protetti, tutelati, imbozzolati. Forse ci aiuterebbe a non ritenere che tutto ciò che viviamo sia scontato e dovuto. Parafrasando Kapuściński, che il mondo ci appartenga.

di Manuel Lugli

Aggiornamento della spedizione live: public.wicis.com

Link: Ortovox

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