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Lunga vita all’alpinismo!
Fotografia di archive Tadiello-Zangrando
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Coffee Break #09 - Lunga vita all'alpinismo!

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Può morire l’arte? E l’alpinismo? Morirà l’alpinismo?... Daniela Zangrando dedica il suo Coffee Break #09 allo spirito eterno dell'avventura, e quindi dell'alpinismo, che sempre cambia, che sempre è presente in ognuno di noi e che mai scomparirà. Dalle solitarie di Alexander Huber alla recentissima Dawn Wall su El Cap di Tommy Caldwell e Kevin Jorgeson a tutte quelle che, tra sogno e realtà, tutti gli alpinisti mettono in campo su tutte le montagne del mondo.

Ricordo una lezione universitaria sulla morte dell’arte. Può morire l’arte? Si può immaginare una civiltà priva d’arte? La si può seppellire? Assisteremo mai, quale lugubre corteo, al suo funerale? No. Riponiamo i fazzoletti. Lasciamo stare le nostalgie decrepite. E l’alpinismo? Morirà l’alpinismo? O forse è già in fase di putrefazione senza che ce ne siamo accorti? Mi è capitato di pensarci spesso. In fondo non ci sono vette infinite. Abbiamo scalato, percorso, attraversato. Forse sarebbe il caso di porre la parola fine. E metterci una pietra sopra.

Qualche settimana fa ho sentito parlare Alexander Huber. Nel suo italiano stentato, nella sua retorica didattica a tratti arrancante, riesce comunque a spostare il limite della pietra sepolcrale. Si è saliti ovunque. Bella scoperta! L’uomo ha già cercato di arrampicare ogni sasso, ogni ottomila, è arrivato a mete insperate. E i gradi? Inutile parlarne. Anche in quel caso non si fa altro che blaterare di numeri vertiginosi ed elevatissimi. Sembra non esserci altro da fare. Nessun nuovo obiettivo figurabile. Ma basta guardare le pareti in modi diversi. Si può salire la Hasse-Blandler da soli, con l’attenzione spalancata. O si può anche decidere che quel tetto lì, proprio quello per il quale fino a poco tempo fa l’alpinismo avrebbe aperto un cantiere di ferri e pensieri artificiali, si può superare in libera. Senza nemmeno pensare al grado. Con in mente un nuovo concetto di purezza, di rigore. Basterà soppesare ogni forza, accettare interminabili riposi. Vigili.

E non ci fermiamo qui. Non c’è solo un nuovo sguardo. Ci sono nuovi strumenti. Nuovi mezzi. Una vera e propria rivoluzione dello stare al mondo che, al di là che sia positiva o negativa, non ha alcun precedente. Tommy Caldwell e Kevin Jorgeson sono arrivati in cima alla loro “Dawn Wall”. In questo momento non mi interessa soffermarmi sulla “Scalata del secolo”, sulla “Via più difficile del mondo”. Caldwell e Jorgeson hanno tentato un’impresa dall’aderenza eroica. L’hanno sognata per anni. Hanno tentato e ritentato. E poi hanno colpito. Diretti. Un’azione memorabile la loro. Senza dubbio. Ma andiamo ancora oltre. Eccoli su Facebook, a postare panini, pile frontali, momenti di riposo, mani provate. Su Twitter a chiedere ai seguaci di porre loro domande e curiosità sulla Dawn Wall. Ad aggiornare costantemente, segnalare ogni progresso, tiro dopo tiro. Eccoli spargere la voce. Fare presa. Allertare. Le principali testate gli hanno fatto eco. Non si sono tirati indietro il New York Times o il National Geographic. Nemmeno il presidente Obama ha resistito e si è ritrovato a dedicar loro un tweet. Sulla cima, una folla di giornalisti e curiosi, pronti ad acclamare la vittoria. Persino Tom Evans, fotografo che li ha seguiti giorno per giorno nella loro avventura – aggiornando peraltro costantemente il sito http://www.elcapreport.com – ha dovuto fare un passo indietro di fronte alla foresta di teleobiettivi che li attendeva.
Stupiti da tanta presenza mediatica, si fatica persino a comprendere la portata della loro fatica. E intanto l’alpinismo muta ancora, prende le forme del tempo. E ringiovanisce.

Che sia un cambiamento di modalità di sguardo. O un mutamento di mezzi. Che sia anche semplicemente il vecchio desiderio di esplorare, l’antico “voglio vederle io, voglio conoscere il Messico, il Sahara, la Nuova Guinea, l’Alaska, l’Himalaya”, ma voglio farlo io, in prima persona o lo spirito di Ulisse che spinge l’uomo a muoversi senza posa sul dorso della Terra, e a “interrogarla risvegliandola dal suo sonno eterno”, a me sembra che l’alpinismo goda di ottima salute. Non fidatevi dunque delle sue lacrime di coccodrillo. Puntate un po’ sullo scandaloso nuovo, senza dimenticare che Ulisse è ancora nei dintorni.
Lunga vita all’alpinismo!

Daniela Zangrando

La conferenza con Alexander Huber si è tenuta per “Cortina InCroda White Edition”, Cortina d’Ampezzo, 5 gennaio 2015.

Le citazioni virgolettate sono tratte da Massimo Mila, Scritti di montagna, Giulio Einaudi Editore s.p.a., Torino 1992.

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