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Bruno Detassis, l'alpinista trentino universalmente conosciuto come il 'custode del Brenta'.
Fotografia di arch. Ermanno Salvaterra
Marco Bernardi, Bruno Detassis
Fotografia di archivio INGARDA
Il fuoriclasse francese Christophe Profit e Bruno Detassis
Fotografia di arch. TrentoFilmFestival
4° CAMPANILE DEGLI ARMI SPIGOLO N.E. Via Detassis - IV° - 200m. Bruno Detassis si è sbilanciato dicendo che è “difficile”
Fotografia di Omar Oprandi

Bruno Detassis, il custode del Brenta

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L’8 maggio 2008 (esattamente 12 anni fa) è scomparso Bruno Detassis, l'alpinista trentino universalmente conosciuto come il "custode del Brenta". Una figura mitica come alpinista e uomo che ha legato il suo nome alla montagna e a un modo nobile di viverla. Per ricordarlo pubblichiamo un'intervista del 2004 e un video del 1992.

"Il bello del Brenta? Che si fa fatica ad arrivarci!" Anche se non li vedo, è sicuro che gli occhi di Bruno Detassis, classe 1910, brillano divertiti dietro agli occhiali scuri. Siamo seduti al tavolo della sua casa a Campiglio, e lui ci ha appena accolti con un sorriso che gli ha increspato la lunga, e bellissima, barba bianca. E' l'inizio del nostro viaggio nel Gruppo delle Dolomiti di Brenta. Logico essere qui: Bruno ha passato tutta la vita su quelle pareti, per tanti anni è stato gestore del rifugio Brentei, e per tutti è il custode di queste montagne. Stiamo cercando un filo che ci accompagni, una direzione da prendere. E confidiamo nei suoi ricordi, nella sua esperienza.

Intanto sto al gioco, e gli chiedo se è proprio necessario far fatica su queste montagne. "No, basta sedersi ogni tanto e riposare", mi risponde sornione. Ma poi, sarà anche per la presenza di Ermanno Salvaterra, che lui più volte ha indicato come il suo ideale successore, aggiunge: "Il Brenta attira l’alpinista, e quando sei passato fra queste montagne è difficile non ritornarci. Forse perché è unico, anche fra le Dolomiti, e il suo cuore è contornato da pareti". Le stesse pareti che attorniano il suo Brentei, penso. Si sedeva spesso a guardarle? "Quando non tagliavo la legna!" risponde pronto, mentre sfodera un altro sorriso. La domanda mi sembrava suggestiva, e poi ho voglia di accelerare i tempi. Ma con Bruno non è il caso di correre avanti.

E' lui che conduce, andando dritto all'essenza, al nocciolo. Appunto, senza fretta, è lui che riprende il filo: "Scherzi a parte, al Brentei sei proprio circondato da pareti. La Brenta Alta, il Crozzon, con in mezzo il canalone bianco della Tosa, poi il Campanile Alto, e poi il Basso che è la parete del Brenta, perché suscita attrazione per l’arrampicata solo a vederla. Certamente la mia storia è iniziata col Campanile Basso. Mi piaceva esserci attaccato su…". Ci sarà salito almeno duecento volte, commento. "Non le ho contate", taglia corto lui. Piuttosto gli interessa andare oltre: "Il Brenta è interessante in qualunque angolo. Al rifugio XII Apostoli, per esempio, la roccia è molto diversa dalla zona centrale, lì si vede ancora qualcos’altro. Si può scegliere, perché è grande il Brenta. Pensate: Vedretta dei Camosci, Tosa, Crozzon sono di dolomia principale mentre i Fracingli, i tre campanili, sono di calcare. Non so il perché…"

Però sa di tante altre cose, che tira fuori come provenissero da lontani voli. "Quello che so è che non basta far fatica: in montagna bisogna osservare il percorso che si fa, e bisognerebbe saperlo raccontare una volta tornati indietro. E anche saper allungare un po’ la via, se ci si rende conto che un passaggio è pericoloso…". Eccola, penso, rispunta la lentezza. Quei ritmi umani, che sembra non esistano più. Intanto Bruno fa una pausa, poi continua inseguendo i pensieri: "Nei tempi moderni c’è l’agonismo. Gli alpinisti che conosco io percorrono la montagna, e corrono solo se c’è un soccorso da fare. Da giovane non ero prudente, la prudenza me l’ha insegnata la montagna: in montagna la persona respira meglio, e osserva di più. Io sono per l'alpinista osservatore."

Siamo folgorati da questa semplice ma bellissima definizione dell'alpinista osservatore, tanto che merita un approfondimento. "La montagna dà una bella lezione che è la prudenza, e questa prudenza la porta in tutte le cose della vita", spiega Bruno, "di fronte a tante disgrazie ci si chiede: perché? Forse è perché non si è valutato bene quel che si voleva fare; basta un piede messo male... La prudenza porta alla vita!". Eccolo, questo sembra proprio il punto dell'esperienza di una vita, difficile proseguire oltre. Così gli domando com’era Ettore Castiglioni, e la voce di Bruno s'illumina di rispetto per l'uomo e l'alpinista con cui ha girato le Dolomiti, per quelle famose Guide dei Monti d'Italia. "Era forte!", dice senza esitazione; "scriveva come se fosse stampato, era un preciso. Lui voleva sempre stare davanti e io lo lasciavo, non avevo mica vergogna - e forse avevo da imparare da dietro! A me interessava conoscere la montagna e, anche se ero guida, in alcuni posti non ci sarei mai stato senza Castiglioni."

Intuisco che è il momento dei ricordi che si affollano, e mi sembra giusto chiedergli quali erano le vie che gli piacevano di più. "Le più difficili. Mi dicevo: sarò capace o no? Cercavo anche delle belle paretine per divertirmi…" Sembra immerso in quei momenti Bruno. Così voglio sapere se era contento alla fine di una giornata in montagna. "Qualunque cosa facessi, difficile o meno, era un’esplosione di nervi che andavano". Dev'essersi divertito davvero molto, allora. "Non posso lamentarmi… la vita è bella!. E io ho fatto tutto quello che ho potuto". Ma quanto le piace stare in mezzo alla natura? "E’ la mia vita! A tutti noi la natura ci ha dato un bel servizio… Trattami bene che ti tratto bene, prendi la vanga e vai avanti… Se la coltivi, la terra ti dà la patata, ma se non la coltivi la patata non arriva!". Beh, mi sembra del tutto attuale questo pensiero, anzi oserei dire globale.

Metafora per metafora, allora lei quanto ha dato all'alpinismo? "All’alpinismo non ho dato niente. Dall’alpinismo ho copiato, mi ha dato la vita. L’alpinismo dà soddisfazione se uno riesce a fare quello che ha in testa in quel momento". A questo punto la domanda mi viene spontanea, sarà stupida, ma a lui devo farla: l’alpinismo risolve la vita? Bruno scuote la testa, mentre lentamente risponde: "L’alpinismo è un elemento che appartiene a chi lo fa, ma non risolve niente. E’ la gioia per ciò che si è stati capace di fare. E' la soddisfazione di poter dire: volevo andar là, e ci sono andato. Queste sono esperienze di tutti quelli che vivono la montagna. Perché la montagna è uguale per tutti, e dà eguali soddisfazioni a un arrampicatore come a un escursionista." Ecco, dopo l'alpinista osservatore, questa mi sembra un'altra prova della forza semplice e immensa dei pensieri di quest'uomo. Così, per contrasto, voglio anche sapere qual è stata la più grande stupidaggine della sua vita. "Come faccio a cercarle tutte… A parte la famiglia, ho continuato a farne… Eh, piacciono anche a me certe domande!".

Sembra proprio che si diverta. E allora via, si continua al ritmo di botta e risposta: Pensa mai ai giovani? "Questi giovani… c’è una rivoluzione mentale. Non sono più stato tanto a contatto con i giovani. Non so se la gioventù ha ancora la passione di sacrificio come i vecchietti, come me… Tu che dici?" chiede rivolgendosi ad Ermanno Salvaterra, ma poi senza aspettare risposte conclude: "Che si fan tirar su ce n’è tanti, ma che vadano davanti…". Anche lei diceva di non essere un campione, gli butto là di rimando. Bruno ride preparando la battuta: "Mi piaceva che lo dicessero gli altri!". Poi, è ancora lui a riprendere le fila del discorso: "Finché hai idee vai! Io ho fatto quello che ho potuto". E c'è qualcosa non ha fatto e che voleva fare? "Verrebbe fuori un libro così! Volevo fare troppo e non sono arrivato a far niente. Ma poi, quel che ho voluto fare, mi è sempre riuscito. E quello che non mi è riuscito, è perché non ho potuto! E’ difficile sapere di lasciare qualcosa di prezioso nella mente, nell’idea, per un domani".

Mi piace questo discorso delle idee lasciate nella mente, e voglio saperne di più: "E’ importante avere idee - dice Bruno - l’idea porta uno scopo, quello di attaccare. L’idea è sempre buona, è sempre un grande esempio di lavoro. Ma poi devono seguire i fatti. Anche se, alla fine, ognuno fa quello che può. A lui - continua indicando Ermanno Salvaterra - auguro di realizzare le sue idee, ma ognuno fa quello che può, non so se ce la farà. Non bisogna avere vergogna nella vita…"

"Bruno quanti sono quest’anno?" domanda all'improvviso Ermanno. "95! Sono del 24 giugno 1910". "Allora l’anno prossimo vieni con me a fare la gara di sci delle Guide alpine?" gli chiede Ermanno. E Bruno pronto: "Due gare faccio! Una mi distacchi, ma l’altra non arrivi a prendermi!". Tra le risate che seguono ho l'impressione che potrebbe anche essere vero, che potrebbe anche farcela. Magie di un pomeriggio in cui si è superato il tempo e i suoi confini. Magie di un gran vecchiaccio, che ci ha regalato un po' di vita.

di Vinicio Stefanello

(Dagli appunti di un pomeriggio dell'aprile 2004 passato in compagnia di Bruno Detassis, nella sua casa di Madonna di Campiglio, insieme a Linda Cottino, Ermanno Salvaterra e Marco Scolaris.)

pubblicato su Alp GM 29 Dolomiti di Brenta / Cda & Vivalda Editori, 2005

Video: Bruno Detassis nel 1992 sullo Spigolo della Madonnina, Cima Brenta Alta, Dolomiti di Brenta. Quel giorno Bruno aveva da poco compiuto 82 anni.

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