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Agostino Gazzera
Fotografia di Stuffilm
Agostino Gazzera sul Breithorn nel 1956.
Fotografia di Agostino Gazzera
Agostino Gazzera, Grandes Jorasses, 1952
Fotografia di Agostino Gazzera
Agostino Gazzera
Fotografia di Marcello Bertorello
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Agostino Gazzera e l'alpinismo che non ha età

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Il ritratto di Agostino Gazzera, l'88enne alpinista piemontese che, ancora oggi, continua a sognare ed esplorare la montagna. Di Edoardo Falletta.

Nel 1945 Agostino Gazzera, detto Gustin, ha 17 anni e come molti giovani della sua età ha sperimentato sulla propria pelle le terribili privazioni di una guerra che è appena finita. Gli stenti del conflitto non hanno però minato la volontà di questo giovane che, muovendosi con disinvoltura nell’ambiente degli alpinisti-pionieri, percepisce le terre alte come massima espressione di una libertà a lungo sognata e finalmente raggiunta. Con grande intraprendenza si spinge, sempre in sella alla sua vecchia bicicletta, sulle strade e sui sentieri che da Torino conducono ai rifugi alpini e poi anche oltre, sulle crode fino alle croci delle vette.

Nei rifugi, frequentati dagli alpinisti più anziani di lui, vestiti con braghe di feltro e con gli scarponi chiodati abbandonati dai soldati americani, Gustin presta orecchio ai discorsi e alle discussioni, decidendo quali scalate intraprendere e come affrontare i passaggi da superare in libera, senza i chiodi e la spessa corda di canapa legata in vita. In quegli anni di attrezzatura ce n’è poca, quella sul mercato è costosa e Gustin di soldi in tasca non ne ha.

Soldi che vengono faticosamente guadagnati con diciassette ore di lavoro al giorno, prima lavorando in fonderia, dalle 6 del mattino fino alle 14.30 e poi, per arrotondare lo stipendio, in una piccola officina fino alle 11 della sera.

Nel 1949 sono cinque anni che Gustin frequenta le montagne. Già diverse volte sente parlare di una cima che si erge maestosa e solitaria sul confine italo-svizzero. E’ il richiamo del Cervino. Parte così dalla città, in sella alla sua bicicletta, per cercare la via che da Cervinia porta fino ai 4’478 metri della vetta. Trovare i giusti passaggi non è semplice avendo come unico riferimento una sbiadita cartolina con la linea di salita tracciata a matita. Molto presto si perde e sbaglia strada e anziché al Colle, si trova sulla Testa del Leone da dove tornare indietro per il sentiero appena percorso risulta troppo lungo. Decide così di scendere a fil di piombo ma la roccia sfuggente che caratterizza quel tratto è tutto uno sfasciume e lo zaino ingombrante rende insidiosa la discesa al punto che più volte è tentato di disfarsene, lanciandolo nell’abisso.

Arrivato stremato al Colle del Leone, lascia finalmente lo zaino. Benché già stanco decide di continuare l’ascesa fino alla cima. Giunto al ghiacciaio pensile del Linceul, Gustin si avvede della scelta sbagliata di aver lasciato in basso lo zaino con dentro piccozza e ramponi. La liscia e trasparente coltre nevosa che gli sbarra la strada non lo scoraggia e procuratosi due scaglie di roccia si apre la strada per continuare a salire.

Arrivato sul filo della sottile cresta che conduce alla vetta del Cervino, il tempo peggiora rapidamente al punto che le folate di tempesta lo buttano ripetutamente a terra. Gustin decide perciò di rinunciare e si appresta ad affrontare una lunga e laboriosa discesa, resa ancora più insidiosa dalla grandine che bagna le cenge.

Dopo essere stato ventiquattr’ore in parete, Gustin è di ritorno a Cervinia. Il tempo per riposare non c’è perché la mattina bisogna essere puntuali in fonderia. Arrivato stanchissimo in fabbrica ma, con mezz’ora di ritardo appena, il capo-squadra lo rimprovera: “Voi giovani d’oggi non siete più seri com’eravamo noi. Una volta pensavamo solo alla famiglia ed al lavoro. Mica come voi che la domenica sera portate le ragazzine a ballare e poi al lunedì rimanete addormentati!”

Dopo che Piero Marchisio e Romeo Isaia, salgono "Ciucchinel”, dando così inizio all’era della Piolet Traction e delle cascate di ghiaccio, anche Gustin si avvicina a questo modo tutto nuovo di vivere la montagna durante l’inverno. Purtroppo le sue ascensioni da primo di cordata durano pochi anni perché, dopo aver subito l’amputazione di tutte le dita dei piedi per congelamento, gli diventa impossibile affrontare la verticalità dell’acqua ghiacciata.

Nel 1963, Gustin si trova nell’ultimo difficile tratto dello Sperone della Brenva, sul Monte Bianco, quando una terribile tormenta lo blocca in parete costringendolo a passare tre notti senz’alcuna dotazione da bivacco. A tempesta placata, raggiunge il rifugio del Grand Mulé ma i suoi piedi hanno ormai perso sensibilità e non resta che chiamare l’elicottero militare di Chamonix. Dalla Francia, Gustin viene portato a Torino dov’è ricoverato all’ospedale Maria Vittoria ma, la situazione è così irrimediabilmente precipitata che quando gli vengono tolte le bende tutte le dita sono ormai completamente nere.

La precaria condizione del suo equilibrio, reso fragile dalla mancanza delle dita dei piedi, non lo scoraggia affatto e, non perdendo per un attimo la forza che lo contraddistingue e l’entusiasmo che lo guida, continua fino ai giorni nostri la sua attività di Alpinista.

Edoardo ringrazia Mauro Marcolin e Wild Climb per il supporto

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