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Rolando Larcher sul 8° tiro di '40 on the Rock', Punta Argennas, Sardegna
Fotografia di Maurizio Oviglia
Francesco Mich sul 5° tiro '40 on the Rock', Punta Argennas, Sardegna
Fotografia di archivio Rolando Larcher
Rolando Larcher sul 7° tiro di '40 on the Rock', Punta Argennas, Sardegna
Fotografia di Maurizio Oviglia
Punta Argennas in Sardegna e la linea di '40 on the Rock'
Fotografia di archivio Rolando Larcher

40 on the Rock - a Punta Argennas la decima Sarda di Rolando Larcher

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Il report di Rolando Larcher che a Punta Argennas vicino a Baunei in Sardegna con Maurizio Oviglia e Francesco Mich ha aperto 40 on the Rock. Liberata a maggio con Herman Zanetti, la via di più tiri presenta difficoltà fino a 8a max e 7a+ obbligatorio.

La prima volta che vidi l’Argennas fu nel maggio del 1998. Seguendo le indicazioni del Vigio (Roberto Vigiani), che a breve mi avrebbe raggiunto, ero alla ricerca di una parete spettacolare dove scaricare l’energia della nostra giovinezza. Volevamo aprire una via nuova che fosse un manifesto del nostro stile: l’alpinismo-sportivo.

La mattina andai a vedere Punta Giradili, il pomeriggio Punta Cocuttos nelle Gole di Gorropu. Decidemmo per Gorropu, non fosse altro perché era completamente vergine! Il resto si sa, qui aprimmo il nostro fiore all’occhiello: Hotel Supramonte. Anche il Giradili era una gran parete e successivamente nacque Mezzogiorno di Fuoco, assieme a Maurizio Oviglia.

Quel giorno di maggio del 1998 successe che, sbagliando strada, mi imbattei anche in una terza parete… Scendendo la sterrata, appena intravidi il Giradili parcheggiai e mi incamminai sul fondo della codula. Dopo un salto attrezzato in modo “precario” con tronchi di ginepro, mi ritrovai in un grande anfiteatro, da un lato il Giradili dall’altro una grande parete bianca, l’Argennas.

All’epoca la parete contava pochissimi itinerari e benché interessante, forse perché spesso nascosta dall’ombra, non la presi in considerazione, nemmeno successivamente nelle molteplici peregrinazioni in terra sarda. Solo nel giugno 2020, assieme all’inossidabile Franz Mich, tornai sull’isola e per la prima volta decisi di scalarla, tentando la via: La mia dolce vita. In questa occasione ho capito la reale qualità della parete: una Cenerentola silenziosa, offuscata dalla vistosa sorella…

In anni recenti le vie su questa parete sono proliferate, grazie ai suoi splendidi muri di un calcare esigente ma lavorato e alla provvidenziale ombra dell’esposizione ad est. L’occhio dell’apritore non riposa mai e anche in questa occasione una linea molto originale destò il mio interesse. Un’ipotesi che se fosse andata in porto, si sarebbe certamente distinta per diverse lunghezze strapiombanti a canne, genere totalmente insolito per l’Argennas.

Così un anno dopo ci siamo ritrovati assieme a Franz alla sua base, unitamente a tutto il materiale necessario e una giornata freddissima. L’incognita più grossa ci aspettava subito nel secondo tiro, un fantastico cupolone strapiombante obbligato. Per uscire serviva un pizzico di fortuna, ma da lì in poi le alternative c’erano.

Con il dubbio di trovare la strada sbarrata, per guadagnare tempo e materiale, raggiungemmo l’accogliente boschetto sospeso, sfruttando il primo tiro della via L’incredibile De Walt, aperta nel 2010 dall’amico Guido Cortese, assieme a Renato Delfino. Di questa via ne riparleremo dopo…

Nonostante il freddo e qualche fiocco di neve portato dal vento, dopo le consuete tre orette, aiutato da una sequenza di incredibili appigli, il rebus era risolto. Intirizzito misi la prima sosta e in fretta scappammo a riscaldarci. Avevo aperto solo il primo tiro, ma il più era fatto! Dopo un meritato rest day, per il secondo giorno di apertura ci raggiunse Maurizio Oviglia: lui aprì il secondo tiro ed io proseguii con il terzo. Visti i gradi più modesti ed il conseguente minor sforzo ad aprire, in aggiunta a temperature gestibili, il giorno dopo proseguii con Franz.

Ora ci aspettavano le lunghezze clou nel diedro strapiombante: canne meravigliose e gran vuoto. Con delle belle opposizioni, interessanti incastri punta ginocchio, qualche solido friend ed un comodo seggiolino in legno di fico, riuscii ad uscire dagli strapiombi e raggiungere uno scalino per una sosta confortevole.

A questo punto non mancava ancora molto per finire e spinti dalla curiosità di arrivare in cima, il mattino successivo eravamo nuovamente operativi. Non male reggere tre giorni consecutivi d’apertura, per dei “ragazzi” che totalizzano 120 anni in due…. Una partenza ancora impegnativa, un friend, due spit, un bel passo obbligatorio e poi una lunga splendida placca lavorata fino al pianoro sommitale.

Un’altra bella linea era risolta: anche questa volta l’occhio non mia aveva tradito, aiutato dal consueto e necessario pizzico di fortuna. In realtà mancava il primo tiro originale, ma l’unico corridoio disponibile confluiva nel finale del tiro di Guido, pertanto per evitare confusione decisi di lasciare le cose come stavano.

Quando partimmo per questa settimana, avrei firmato per riuscire ad aprire la via… invece, dopo solo 5 giorni avevamo già raggiunto l’obbiettivo. Ora ne rimanevano ancora due da giocarsi, uno di assoluto riposo e l’altro per tentare la libera.
Così eccoci nuovamente in azione, ingordi nel voler concludere tutto e subito. Questa volta però siamo accolti da un umido vento di Scirocco e, complice la stanchezza, volo per 5 volte all’ultimo movimento del tiro chiave. OK, game over, adesso la cosa migliore è proseguire, investendo le ultime energie per capire il resto della via per quando ritorneremo.

Dopo un mese sono già a bordo del traghetto, questa volta mi accompagna Herman Zanetti, un altro caro amico di vecchia data. Troviamo condizioni perfette, risolvere la via sarà una formalità. Per cogliere l’attimo attacchiamo immediatamente. Un buon riscaldo sul primo tiro, un veloce ripasso del secondo e sfilata la corda, agevolmente chiudevo questa entusiasmante lunghezza (un tiro che se fosse in falesia avrebbe la coda dei ripetitori). Da lì proseguivamo rilassati fino in cima, godendo la scalata e la grande bellezza circostante.

Nel concludere la via ho realizzato che nella primavera del 1981 iniziavo a scalare. 40 anni prima in un giorno di sciopero della scuola, scoprii questa attività grazie a due compagni di classe. Fu l’occasione per conoscere una cosa a cui ambivo da tempo. Ricordo come fosse ieri l’emozione di quella giornata: ebbi la nitida intima sensazione che la scalata sarebbe stata la mia strada e mi avrebbe riempito la vita.

Per tutta questa serie di concomitanze, unite al fatto di aver aperto praticamente tutta la via da capocordata, ho deciso di ricordare questo mio felice traguardo chiamando la via: 40 on the Rock.

L’incredibile De Walt

Dopo l’apertura contattai Guido Cortese, per comunicargli che avevo preso in “prestito” il suo primo tiro. Così mi raccontò la storia di questa via: la sua prima esperienza d’apertura dopo la ripetizione di Hotel Supramonte. Il nome della via deriva dal gran volo del trapano fino a terra e dal fatto che una volta ripescato funzionasse ancora…

Alla via mancava il tiro finale ed immaginavo che la causa fosse dovuta a questo inconveniente, invece Guido mi disse che per l’inesperienza e la stanchezza, si fecero spaventare dalla vegetazione e terminarono là il progetto. La linea di questa via mi incuriosiva e sapendo di finire in fretta con la mia, con il consenso di Guido mi proposi nel dare una degna conclusione alpinistica a questo itinerario.

Così il giorno dopo aver liberato la mia via, abbiamo intercettato l’ultima sosta e tolti due cespugli, Herman ha aperto l’ultimo piacevole tiro di 6b+. Riposati, siamo ritornati ancora una volta alla base della parete, per scoprire cosa c’era tra il primo e l’ultimo tiro… Nonostante Guido fosse alla sua prima esperienza con i cliff, non mi aspettavo una passeggiata di rose, perché conoscevo bene il suo gran livello in falesia.

Di fatto non mi sbagliavo e già sul secondo tiro, valutato 7a+/7b, tribolavo a-vista fino ad arrendermi davanti all’ultimo spit. Qualche bel volo e poi, dopo esser riuscito a moschettonare, gran runout fino in sosta. Altro che 7a+/7b, questo tiro era almeno una lettera in più, con due runout pepati, due maillon d’abbandono di precedenti tentativi e chiaramente zero segni 11 anni dopo l’apertura!

Bastonato, partivo ad orecchie bassissime per la terza lunghezza di 7c+… Arrivavo senza grossi problemi fino all’ultimo spit, trovando un grado coerente. Da lì alla sosta, non visibile, un altro lungo runout, ma questa volta su roccia appoggiata, delicata e con muschio ed erba. Dopo vari tentativi in diverse direzioni, amareggiato, mi sono arreso: per proseguire dovevo osare quel qualcosa in più che supera la soglia del divertimento, con la prospettiva di una scavigliata garantita.

In conclusione faccio i complimenti a Guido per averla mollata alla grande ed invito i giovani leoni nel cimentarsi con questa impegnativa estetica linea. Ringrazio Franz, Herman e Maurizio per la grande e lunga amicizia.

P.S. Prima di ricordarmi dell’anniversario, rimanendo sul tema delle ricorrenze, per il nome avevo pensato a: “La decima sarda”… ;-)

di Rolando Larcher

Rolando ringrazia: La SportivaPetzl, Montura, Totem Cam, Dinamiche Veticali e Maurizio Oviglia per le foto

SCHEDA: 40 on the Rock, Punta Argennas, Sardegna

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