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Gian Luca Gasca e il tentativo di traversata solitaria invernale delle selvagge Highlands scozzesi
Fotografia di Gian Luca Gasca
Gian Luca Gasca e il tentativo di traversata solitaria invernale delle selvagge Highlands scozzesi
Fotografia di Gian Luca Gasca
Gian Luca Gasca e il tentativo di traversata solitaria invernale delle selvagge Highlands scozzesi
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Gian Luca Gasca e il tentativo di traversata solitaria invernale delle selvagge Highlands scozzesi
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Così vicino eppure così lontano, storia di un'avventura solitaria nelle Highlands della Scozia

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Il racconto dell'avventura di Gian Luca Gasca nel suo tentativo di traversata solitaria invernale delle selvagge Highlands scozzesi, da Glasgow a Cape Wrath. Un altro esempio di come l'avventura, una grande avventura, possa essere cercata e vissuta in territori e spazi insospettabili.

Il cielo fa una breve pausa, per un momento la pioggia incessante che mi accompagna da questa mattina si placa. Ormai non faccio più caso al clima che cambia quattro o cinque volte nella giornata. Mi fermo un istante, devo far riposare il ginocchio destro dolorante per la caduta di ieri. Da terra si alzano fumi biancastri, la terra pare sudare. È il vapore che si leva dal terreno imbevuto come una spugna e che in breve renderà l’aria irrespirabile. Cammino senza più voglia. L’entusiasmo del primo giorno è svanito nel nulla. Oggi procedo verso ovest, verso il primo luogo abitato che rappresenta il mio “punto di fuga”.

Sabato sono partito da Glasgow diretto verso nord con l’intento di raggiungere Cape Wrath, l’estremo lembo nord della Scozia. Una traversata in terra selvaggia con solo bussola e cartina per orientarmi. Oggi di tutto questo rimane solo un misto tra rabbia, delusione e voglia di rientrare. Non riesco a camminare bene e lo zaino pare quasi una zavorra inutile. Quell’attrezzatura su cui avevo riposto parte delle speranze di riuscita ormai non c’è più o è da buttare. Una caduta stupida, per uno stupido errore. Stavo salendo su una montagnola per poter osservare dall’alto il territorio e capire dove andare. Mentre salivo la pioggia si è intensificata e il suolo, già ricco d’acqua, è diventato un acquitrino infangato dove si affondava fino alla caviglia. In più, stupidamente, mi sono portato lo zaino che avrei potuto lasciare a valle e recuperare dopo. Ma non ho voluto farlo, era il mio unico compagno di viaggio. A causa delle condizioni del terreno perdo l’equilibrio, mi sbilancio, cerco un appiglio ma non c’è nulla e il peso del mio bagaglio mi trascina con sé facendomi ruzzolare verso valle per un centinaio di metri. Come dicevo, dopo la caduta parte dell’attrezzatura (fotocamera, tenda, telefono) si è danneggiata ed ho preferito non proseguire la traversata. Dal punto in cui mi trovavo in quel momento “Non proseguire” significava imbarcarsi in un’altra giornata di cammino per raggiungere il centro abitato più vicino.

Un’enorme e gelata goccia d’acqua sul collo mi fa trasalire e mi risveglia dai miei pensieri. Mi sono riposato a sufficienza. Ricomincio la mia marcia zoppicante e ricca di bestemmie verso il villaggio. Si sta alzando la nebbia. Mi viene quasi da urlare: in sei ore di cammino oggi sono passato dalla pioggia, al vento forte, alla nebbia, poi di nuovo alla pioggia e così via. Mi ricorda il primo giorno di cammino: così ricco di spazi aperti, con il meteo tanto volubile e poi l’ingresso in quella fitta foresta di pini caledoniani che non ho più lasciato per tutto il secondo giorno. Un ambiente, quello della foresta, dove orientarsi diventa difficile. Spesso ho temuto di aver sbagliato strada, era tutto sempre uguale: alberi su alberi. Era stressante, avevo lasciato dei segni per capire se giravo in tondo e più di una volta ho urlato per scaricarmi. Ad un certo punto mi sono ritrovato a parlare da solo. Parlavo con gli alberi, contavo i passi, facevo tutto ciò che poteva aiutarmi a non sentirmi sopraffatto da quella foresta di pini contorti e sempre uguali.

I miei pensieri si interrompono quando in lontananza scorgo le prime case. Sento il cuore alleggerirsi ed anche il peso dello zaino pare essere svanito. Accelero la camminata, per quello che posso, ed ancora una volta la mente torna indietro nel tempo. Torna alla notte in tenda. Ha piovuto davvero tanto e la mia tenda malridotta non ha fatto il suo dovere. Avevo provato a sistemarla nel migliore dei modi ma il forte vento ha reso vano il mio lavoro. È stata una notte molto bagnata.

Il centro pare abbandonato. In inverno nessuno abita questa manciata di case sperse nel cuore delle Highlands. Una strada passa poco lontano dalle abitazioni ed un segnale indica Inverarnan a poche miglia. Mi metto in marcia lungo la strada quando dal cielo sento un tuono “Non vorrà mettersi pure a fare temporale” penso. Vicino ad Inverarnan passa la A82 e spero sia più facile trovare passaggio. Mentre cammino sono certo di sentire il rumore di un diesel che mi accompagna, subito penso ad uno scherzo della mia mente poi mi volto e vedo in lontananza un vecchio e malridotto furgoncino. Mi fermo e aspetto. “Sto cercando di tornare a Glasgow” gli dico quando mi si accosta. L’uomo mi fissa come venissi da un altro pianeta. “Sali dietro” risponde poi con tranquillità.

Che ambiente quello delle Highlands in inverno. Il cielo sempre coperto, quel sole che pare non voler mai uscire del tutto e che si mostra velato allo sguardo. La pioggia fredda e poi il vento da nord che, quando già piove, ti schiaffeggia la faccia con le gocce d’acqua gelata a toglierti quasi il respiro. La nebbia che si alza ogni qual volta ne ha l’occasione. Un clima buffo, difficilmente interpretabile. Poi c’è l’acqua, quell’acqua che riempie tutto. Acqua che dona e toglie la vita. Acqua che uccide, soffoca le piante. Un ambiente strano, desolato e vuoto. Non ho incontrato nessuno per tre giorni ma non sono in Antartide, sono in Gran Bretagna, così vicino a casa eppure così lontano.

Gian Luca Gasca

Dall'8 febbraio prossimo su montagnedigitali.wordpress.com inizierà il racconto, suddiviso in tre capitoletti, della breve ma intensa esperienza di Gian Luca Gasc sulle highlands scozzesi.

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