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La strega Ciciöl disegnata da Ermanno Salvaterra
Fotografia di Ermanno Salvaterra
Patagonia: Cerro Torre, Aguja Poincenot, Fitz Roy
Fotografia di Rolando Garibotti
Patagonia: Aguja Poincenot e Fitz Roy
Fotografia di Rolando Garibotti
La skyline del massiccio del Fitz Roy in Patagonia
Fotografia di Rolando Garibotti

La strega Ciciöl. Una fiaba di Ermanno Salvaterra

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Non tutti sanno che Ermanno Salvaterra, uno dei più forti e conosciuti alpinisti patagonici della scena mondiale, ha scritto anche un libro di fiabe. Ecco quindi La strega Ciciöl, una storia della buonanotte, per tutte le età.

C’era una volta una strega che si chiamava Ciciöl. La sfortuna volle che, a differenza di tutte le altre streghe, fosse proprio brutta. Era quasi sempre sola e talvolta era triste, perché si sentiva diversa. Faceva dei grandi giri volando a cavallo della sua scopa. Amava la natura e soprattutto la montagna. Le piaceva andare veloce fra le guglie più ardite e nelle gole più impervie. Passava giornate intere tra i monti e ogni tanto si fermava su qualche cima ad ammirare le meraviglie che il mondo le offriva. Quando le veniva voglia di camminare, allora si toglieva le scarpe e se ne andava in giro scalza. Amava gli animali che ormai non avevano più paura di lei.

Ciciöl aveva un animo buono. C’era una montagna che le piaceva più delle altre. Non aveva un nome. Un giorno Ciciöl si fermò alla base di quella cima. La parete che stava sopra di lei era altissima, ripidissima e di un colore rosa antico. Chissà cosa passò per la testa alla piccola strega in quel momento. Non c’era nessuno intorno, come sempre del resto. Solo un branco di caprioli si fermò a guardarla incuriosito. Lei lasciò la scopa appoggiata a un sasso e iniziò a salire. Non aveva mai arrampicato, fino ad allora. Le piacque subito. I primi passi in realtà furono indecisi. Ciciöl non sapeva bene come muoversi. Poi, piano piano, capì. Le dita non stringevano gli appigli: sembrava che li accarezzassero.

La piccola strega era scalza. I suoi piedini si muovevano dolcemente a cercare un appoggio dopo l’altro e scoprì che le sue dita sapevano adattarsi alle piccole sporgenze dove poggiavano. Se attorno ci fosse stato qualcuno, sarebbe stato un spettacolo vedere come Ciciöl saliva. Veloce come una gazzella, leggera come una libellula, elegante come una modella. I suoi capelli dello stesso colore delle penne dei corvi, sciolti e lunghi sino alla vita, erano scompigliati dal vento. Le sue mutande nere erano a braghetta e le calze lunghe, a loro volta nere, di raso, erano tenute su da due ramoscelli di ulivo.

Ciciöl superò anche gli strapiombi più difficili con facilità. Si stava divertendo molto. Era quasi in cima. Le restava l’ultimo strapiombo. Lì gli appigli erano molto sfuggenti. Forse la piccola strega era salita ormai per più di duemila metri. Improvvisamente un piede le scivolò e lo stesso subito dopo fece l’altro. Anche una mano, la sinistra, perse la presa. Ciciöl si ritrovò appesa nel vuoto e aggrappata alla roccia solo con la destra. Non riuscì ad afferrare un altro appiglio e si accorse che stava sfuggendole anche l’unico che ancora stringeva.

Fu allora che si lasciò andare. Non chiuse gli occhi. Mentre cadeva a braccia aperte, girando su se stessa, guardava verso il cielo che mai come in quell’istante le era parso così azzurro. La strega stava precipitando ma si sentiva stranamente tranquilla. Cercò di vivere intensamente quel lungo momento, l’ultimo. Il tonfo finale però non ci fu. Arrivò un’aquila, prese Ciciöl per l’elastico delle mutande, la portò giù con strabilianti evoluzioni e la lasciò cadere solo quando era quasi a terra.

I caprioli videro quanto stava accadendo. Tutte le femmine del branco si misero vicine e i maschi formarono un cerchio esterno, creando una barriera con le corna. Volevano attutire la caduta di Ciciöl. L’impatto fu morbido, ma la strega non dava lo stesso segni di vita. I caprioli rimasero giorni e notti ad accudirla. La leccavano continuamente e le davano da bere il succo di iloznopar, una bevanda gustosa e salutare estratta da fiori di montagna.

Quando i caprioli capirono che Ciciöl si stava riprendendo, se ne andarono. La strega si risvegliò, si guardò attorno stupita, non rendendosi conto di cosa fosse accaduto… Prese la sua scopa e ritornò al villaggio. Erano ormai passati molti giorni dalla sua scomparsa. La piazza era gremita di streghe che piangevano la sua fine. Guardavano verso il cielo quando… videro qualcosa che sfrecciava tra le nuvole. Riconobbero Ciciöl dal suo modo di guidare la scopa e dalle ultime curve prima che toccasse il suolo. Il suo atterraggio venne accompagnato da un’ovazione incredibile.

Quando si avvicinarono a lei per abbracciarla non la riconobbero… Eppure era lei, era proprio Ciciöl: nessun’altra aveva capelli così neri, così lunghi e così arruffati. Era diventata bellissima, ecco cos’era cambiato. Nessuna strega era graziosa come lei, nessuna. Come aveva potuto succedere? Forse era stata la caduta, o la serenità con cui Ciciöl aveva fatto quel volo infinito di quasi duemila metri. Forse erano state le cure affettuose dei caprioli, o forse i loro baci, o le loro leccatine o la loro saliva alpestre. Forse tutto questo, forse… La cosa sicura era che Ciciöl era diventata bellissima, la più bella di tutte.

Lei non osava guardarsi allo specchio anche se aveva capito dalle facce delle altre streghe che ora non era più brutta. Era felice per l’esperienza vissuta. Il giorno dopo ritornò alla base della montagna che aveva scalato. Piantò molti alberi di mele, seminò tanta erba per tutti quegli animali e lasciò tante bistecche di soia per l’aquila. Era il suo piccolo ringraziamento per chi l’aveva salvata, curata e resa tanto bella. E vissero tutte felici e contente.

di Ermanno Salvaterra

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