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Lynn Hill e Katie Brown, il viaggio in libera sulla Leaning Tower

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Luglio 2005, Lynn Hill e Katie Brown hanno salito in libera la via West Face sulla Leaning Tower, a Yosemite (California, Stati Uniti).

Lo scorso luglio Lynn Hill e Katie Brown hanno salito in libera la via West Face sulla Leaning Tower, a Yosemite (California, Stati Uniti). Un viaggio che le due climber statunitensi hanno realizzato in più tentativi, dimostrando ancora una volta che l'arrampicata (pure quella strong) si coniuga volenteri anche al femminile. D'altra parte stiamo parlando di Lynn Hill, sicuramente l'arrampicatrice che più ha segnato il mondo della verticale (a tutti i livelli, in competizione e non) in questi ultimi vent'anni. E stiamo parlando di Katie Brown, la giovanissima meteora che, alla fine degli anni 90, aveva sconvolto tutti i parametri dell'arrampicata al femminile (vi ricordate le sue due vittorie consecutive al Rock Master di Arco?).

Poi di Katie, impegnata con gli studi al College, si erano perse le tracce soprattutto in Europa. Lynn, invece, dopo la pubblicazione del suo libro "Climbing Free" (CDA Vivalda), era stata impegnata nella bella avventura di diventare mamma di Owen, un bellissimo bambino con i suoi stessi occhi azzurri...
Ecco perchè ci è sembrato interessante far raccontare alla stessa Lynn del suo viaggio sulla Leaning Tower e del suo re-incontro con Katie Brown. Un bel viaggio! E soprattutto una bella dimostrazione di quanto l'arrampicata resti dentro e (spesso) ritorni, unendo le persone aldilà delle esperienze personali e del tempo.



IL VIAGGIO DI LYNN HILL E KATIE BROWN
Yosemite Valley: sulla West Face Leaning Tower
testo di Lynn Hill

Massimo Da PozzoUn bambino di due anni, molto curioso ed energico, porta con sé un'altalena di emozioni: gioia, frustrazione, paura, divertimento, amore, tristezza e molte altre non che non sapevo neanche esistessero, prima di avere Owen. Sapevo che a volte sarebbe stato difficile, ma fino ad ora i momenti belli fanno sì che lo sforzo valga la pena. Amo sfide che mi stimolino a dare il meglio di me. Forse è per questo che l'arrampicata continua ad ispirarmi, anche dopo tutti questi anni. Posso sempre fare di meglio...

Dopo una veloce telefonata con Katie Brown ho deciso di incastrare un altro appuntamento nella mia agenda, già piena: tentare, assieme a lei, di salire in libera la via West Face sulla Leaning Tower. I primi due tiri seguono una riga strapiombante di spit, ma le restanti lunghezze sono state salite in libera con difficoltà di circa 5.13 (8a, n.d.r). Katie aveva provato i primi quattro tiri l'estate prima con Adam Stack e adesso stava cercando qualcuno per salire il resto della via: ero la persona giusta da chiamare.

Conobbi Katie quando era ancora una teenager. Allora viveva nel sud est degli Stati Uniti, e viaggiava con la madre che le faceva sicura e l'accompagnava per le varie falesie e gare. A guardarla di sfuggita non poteva pesare più di 28 chili. Nonostante la sua faccia fosse quasi costantemente neutrale quando arrampicava, a volte, su terreno impossibile, sorprendeva tutti con un guizzo improvviso verso l'alto. Solo in quei momenti sul suo viso trasparivano fugaci segni di vulnerabilità. Sembrava invincibile. Dopo aver visto Katie vincere quasi tutte le competizioni a cui partecipò, pensai che fosse tra i climber più talentosi che avessi mai incontrato. Sembrava possedesse un acuto senso di energia, sapeva esattamente dove mettere le mani ed i piedi senza esitazione e senza spreco di forze. Sembrava che, a prescindere dalla situazione, Katie fosse sempre in grado di progettare l'azione, per poi eseguirla e risolverla alla perfezione.

Negli ultimi cinque anni sono rimasta in contatto con Katie, ma ci siamo visti di rado, tra i suoi studi al College e gli sporadici viaggi in Colorado per visitare famiglia ed amici. La prima volta che la rividi, al suo ritorno in Colorado, fui sorpresa di quanto fosse diventata bella come donna matura. Era cresciuta, Katie. Si era concessa un "break" dall'arrampicata durante gli anni del College e fui felice di sentire che di recente aveva ricominciato, frequentando zone come Moab, Yosemite e molte altre falesie vicino a casa e all'estero. Katie aveva iniziato ad arrampicare negli anni '90 dedicandosi prevalentemente alle vie sportive, perciò non aveva avuto molte occasioni per imparare molto sull'arrampicata tradizionale. Nonostante molti aspetti dell'arrampicata siano cambiati da quando avevo la sua età, gli elementi fondamentali rimangono invariati. E non importa quante volte io abbia arrampicato nella Yosemite Valley: rimane uno dei posti che più ti fanno sentire inferiore, ti intimidiscono e sono fisicamente impegnativi, anche se allo stesso tempo sono tra i posti più spettacolari che io abbia mai visto.

Raggiungere la base del Leaning Tower impone una salita a piedi attraverso grandi boulder, un fitto bosco di pini infestato da voraci mosquito, seguita poi da una traversata lungo la base della parete e, per finire, la salita di un sistema di cengie di terzo grado che porta nel centro del muro, molto strapiombante. Dopo aver risalito le corde fisse per circa 80 metri, siamo arrivati ad una piccola cengia che segna l'inizio della via in libera. Fortunatamente il tempo era inusitatamente fresco, così siamo riuscite a provare i primi quattro tiri mentre erano ancora all'ombra. Ovviamente cerco sempre di salire nel miglior modo possibile e, idealmente, di salire tutto a-vista. Ma visto che ero stata occupata da molti altri progetti e non avevo arrampicato in modo costante, non mi aspettavo di riuscirci. Lo scopo, comunque, era salire ogni tiro in libera, alternandosi al comando, fino in cima. Katie scelse di andare per prima sul ripido diedro con larghi dulfer e, occasionalmente, piccoli incastri o appigli sulla parete. Un 5.12c non era un riscaldamento ideale, ma entrambe siamo riuscite nell'intento.

Il tiro successivo, il cosiddetto tiro chiave, percorre una ripida parete con un sistema di diedri poco profondi, che porta fuori vista dalla sosta. Sono riuscita nella prima sezione di strenua arrampicata per raggiungere la cima del diedro finché non sono più riuscita a vedere dove andare. Una volta riposata ho trovato una presa sotto un po' di vegetazione in una fessura piccola, che mi ha permesso di arrivare fino alla complicata placca alla fine del tiro. Dopo aver provato vari metodi, ho trovato un fondamentale incastro di ginocchio, pressando il ginocchio contro una presa e mettendo il piede in aderenza sulla parete inclinata sotto il piccolo tetto. Così mi sono stabilizzata giusto quanto bastava per alzare la mano e prendere la presa chiave sulla placca sotto la sosta.

Ho pensato che più in alto la via sarebbe stata più difficile, ma non è stato così. Dal Guano Ledge la variante in libera consiste in un allungo laterale per raggiungere una grande cengia che poi prosegue con un sistema di rampe di 5.12b. E' salita Katie provando a trovare una soluzione per questa sezione, che le ha richiesto un po' di tensione per passare. Poi, ha continuato per altri 2 terzi della via, prima di cedermi il comando. Quando arrivai al primo passo, decisi velocemente che il metodo usato dai climbers più alti di me era troppo “lungo”. Così ho scelto di seguire la linea artificiale originale lungo la piccola fessura fino a raggiungere una presa a mezza luna sulla parete di destra. Quindi, per
Massimo Da Pozzoriprendere il sistema di cenge più a destra, ho dovuto fare un incastro dinamico di tallone e un altro paio di lanci disperati per raggiungere finalmente la grande cengia. Una volta capito esattamente come fare questo movimento, abbiamo continuato sul prossimo successivo, che aveva una reputazione da paura.

Ho scoperto subito il motivo: a metà c'è una lama, grande come una doppia porta di garage, precariamente sospesa! Fortunatamente era facile salirle attorno evitando di mettere delle protezione tra lama e parete, ma… la protezione più vicina era 12 metri più alta, in una fessura sottile piena di erba! Nonostante questo passaggio chiave fosse protetto abbastanza bene, i passaggi erano molto insicuri. Infatti, mentre tiravo una presa che riuscivo malapena a prendere tutta stesa, ho detto a Katie che sentivo i cristalli di granito scricchiolare sotto la mia mano. Quando anche Katie arrivò a questo punto vidi lei e quella presa volare giù.

Ora il nostro progetto prevedeva di riposarci per i prossimi due giorni, per poi provare la via dal basso. Ma ancora non sapevamo se ci fosse un'alternativa per superare il passaggio chiave senza quella presa rotta. Così, dopo due giorni di riposo, ci siamo ritrovate su questa parete che strapiomba in maniera drammatica, pronte per il tentativo. Katie ha superato il primo tiro con grande facilità, mentre io, da seconda, mi sentivo goffa mentre cercavo sia di scaldarmi sia di conservare le energie. Ero pronta mentalmente per dare il meglio al tiro successivo, visto che era il più duro della via. E, nonostante l' “acciaiata” sulla prima sezione, sono riuscita ad arrivare in sosta senza cadere. Katie mi ha seguita senza errori, e così ci sentivamo fiduciose delle nostre possibilità di salire in libera fino in cima. Sapevamo ancora poco delle sfide che ci aspettavano più in alto.

Il tiro da Guano Ledge toccava a Katie e lei non era convinta di potercela fare al primo tentativo. Alla fine ha impiegato tre tentativi prima di bloccare il tallonaggio dinamico e centrare i lanci della sezione disperata. Poi era il mio turno da prima sul tiro pauroso, dove la presa chiave si era rotta. Per non cadere ho usato due piccole depressioni in opposizioni tra le mani, poi in aderenza ho messo il piede sinistro sulla parete, quindi ho saltato verso l'alto per lanciare alla cengia inclinata. Una volta superato questo passaggio chiave mi sentivo sicura anche per la paurosa sezione successiva. Il mio stile di progressione era lento ma sicuro. La prima regola che avevo imparato da climber era: "non cadere". In momenti come questi mi è impossibile non pensare ad Owen. Sentivo quella voce familiare dentro la mia mente che mi ricordava di non prendere rischi non ragionevoli. Non sapevo che in quel momento Owen era sospeso su una “slack line” sopra il fiume Merced, in compagnia di Dean Potter (che è nato il 14 aprile, lo stesso giorno di mio figlio Owen,). Ad un certo punto, Dean ha mollato per un attimo la mano di Owen, lasciandolo da solo! Ovviamente so che Dean è capace di mantenere la situazione in tutta sicurezza (come quei compagni di arrampicata, pronti ad aiutare se necessario), ma scommetto che il cuore di qualsiasi mamma sarebbe saltato fuori dal petto se avesse visto il suo bambino in una situazione simile.

Fortunatamente ho superato i movimenti insicuri appena prima che arrivasse il sole, che poi ha cucinato le prese. Katie, invece, non ha avuto questo vantaggio e su quel passaggio è caduta un paio di volte. Tipico del granito di Yosemite: superare il passaggio significa coordinare forze complicate, un di “tira e molla” al quale ero abituata. Ai vecchi tempi esistevano molte vie di placca con passaggi delicati di questo genere, ed era un'iniziazione obbligata, quasi rituale, essere umiliati su quelle cosiddette classiche. Ma Katie è una che impara velocemente e, dopo un paio di tentativi, era già capace di superare il passaggio esattamente come me. E' proprio divertente condividere gli stessi numeri e paragonare il proprio modo di salita con una persona alta esattamente come te.

Il tiro successivo seguiva una lunga e faticosa serie di fessure, per 43 metri! I primi passi erano protetti male su una stretta e unta fessura. Ho incoraggiato Katie mentre lei saliva tecnicamente. E mi ha davvero impressionata con la sua salita su questo tiro che non molla mai. Neanche i tiri sopra di noi sarebbero stati facile. Ci eravamo dimenticati il disegno della via, quindi non ero sicura se procedere quando approdai ad una sosta solo 12 metri più in alto. Katie mi ha incoraggiata a continuare, visto che eravamo entrambe curiose di provare l'intimidatorio tetto che ci sovrastava. Il sole del pomeriggio batteva sul diedro che porta al tetto, e miei piedi pulsavano di dolore. Sono andata su e giù un paio di volte per raggiungere una presa nascosta. Continuavo ad arrivare, tutta distesa, su un punto coperto da nastro (una tecnica usata nell'artificiale per proteggere la corda su bordi taglienti). Dopo un po' di tentativi sono riuscita a strappare il nastro, e finalmente ho trovato la tacca fondamentale per superare questa sezione. Ma, quando finalmente ho provato a superare il passaggio, la mia soglia del dolore s'era abbassa, e sono caduta.

Dopo un riposo in sosta, dove ho tolto le scarpe per un paio di minuti, sono ripartita, e questa volta sono caduta di nuovo mentre tentavo di arrivare sotto il tetto. A questo punto ho detto a Katie che sarebbe stato mio ultimo tentativo, prima di passarle il capo della corda. Ero arrivato ad un punto critico di fatica, lì dove la performace comincia a scendere. Negli anni passati avevo già affrontato situazioni simili, e sapevo di dover dare il massimo. Ho superato il primo crux e sono entrata nel tetto con un paio di incastri molto stretti. Alla fine ho usato una combinazione di tecniche, come lanciare la gamba in un pod, usare incastri di diverse misure, prese sporche… finché raggiunsi il bordo del tetto completamente acciaiata. Invece di arrendermi al mio senso di fatica, ho velocemente incastrato le mani e finito il tiro.

Sapevo che questo sarebbe stato un tiro difficile per Katie. E' salita la prima sezione con elegante facilità, ma poi è caduta sul bordo del tetto. Ero molto più in alto di lei, e a malapena riuscivo a sentirla quando mi spiegò che era appesa nel vuoto, incapace di riprendere contatto con la roccia. Gridai che doveva "girare una fettuccia sulla corda" e fortunatamente capì. Un paio di minuti dopo era nuovamente attaccata alla parete ma era vuota, fisicamente e mentalmente. Quando mi raggiunse in sosta, aveva il dolore scritto in volto: dolore per la dura lotta e dolore per il senso di frustrazione. Mi era capitato tante volte e capivo perché fosse delusa di essere "caduta" un po' sotto al suo abituale livello di perfezione. Le ho ricordato che aveva fatto un grande lavoro, e che da riposata potevo calarla per permetterle di ritentare il tiro.

Mancava solo un'altra lunghezza per la fine della via e sembrava un'altra fessure faticosa, che richiedeva tanto materiale pesante. Poi, proprio quest'ultimo tiro, si rivelerà un modo drammatico per concludere la nostra avventura. Abbiamo salito un diedro faticoso dove ero troppo stanca per fermarmi e clippare la protezione in loco. Così sono salita per uno strano rigonfiamento, con incastri svasi in una fessura piena di guano (cacca di pipistrelli) e un po' di roccia friabile. Quando entrambe siamo arrivate alla sosta era buio, e ormai era ora di scendere. Nonostante le cadute, ero contenta di essere salita in libera l'intera via, ma mi dispiaceva che Katie non avesse lo stesso tipo di soddisfazione. A quel punto decidemmo di tornare, dopo un breve viaggio a Squamish per il Petzl Roctrip, e dopo il design meeting della Patagonia appena fuori dalla Valle.

Quando terminammo i nostri viaggi, finalmente ritornammo per concludere il nostro trip. Abbiamo ricominciato a salire in libera alla base del sesto tiro, dove Katie è stata a malapena in grado di scaldarsi prima di iniziare il tetto. Quando ne raggiunse il bordo le ho urlato parole di incoraggiamento, ma cadde mentre cercava di passarlo. Ma, dopo una breve pausa, è ripartita e l'ha salito in libera! Dal canto mio, mi sentivo terribilmente acciaiata mentre la seguivo, e solo per un pelo sono riuscita a salire senza cadere. Prima che facesse troppo caldo, proseguii da prima sull'ultimo tiro, grata di averlo già liberato. Katie mi ha seguito poi ha continuato fino in cima, dove finalmente siamo riuscite a rilassarci congratulandoci a vicenda per il completamento del viaggio.

Un panorama fantastico, con l'ardito El Capitan sullo sfondo, ci ha ricordato di tutte le altre vie che potrebbero essere salite. Ci sono sempre nuove possibilità, modi di migliorare, e qualcosa da guadagnare da ogni esperienza. Ogni generazione impara da quella precedente. Mi sentivo privilegiata di far parte di questo processo con Katie, ancora adesso una delle donne più talentose che conosca.

di Lynn Hill

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Lynn Hill su PlanetMountain.com
West Face, Leaning Towe

Nella foto in alto Lynn Hill sul 4° tiro. Sotto: Katie Brown affronta il tetto. (ph arch. Lynn Hill)

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