Un viaggio a bordo della 'Nave dell’Eco' alla Cima Mai-Nef (Pale di San Martino)
L’orologio segna le 7:00 quando lasciamo la Valle del Primiero e ci dirigiamo verso la Val Canali.
Non sono passate nemmeno 48 ore da quando Renzo propone a me ed Alex di andare a ripetere una sua via aperta ormai più di 40 anni fa con Gabriele Zugliani. La via Nave dell’Eco è stata aperta nel novembre del 1984 sulla Cima Mai-Nef, quello che può essere considerato un avancorpo della Cima della Val de la Vecia, proprio di fronte al Rifugio Pradidali. Il nome insolito di questa cima ricorda i due alpinisti austriaci, Herbert Mai e Martin Nef, caduti sulla via Solleder al Sass Maor nel 1958.
L'aria è quella frizzante e carica di promesse che solo le Pale di San Martino sanno regalare.
La salita lungo il canalone che scende dal Picco Val Pradidali ci accoglie in un’atmosfera sospesa. La luce dell'alba è timida, una polvere dorata che danza tra le guglie, mentre i veri padroni di casa, i camosci, ci osservano muoversi leggeri tra le ghiaie, quasi a volerci indicare la via.
Arrivati all'attacco, ci cambiamo, Renzo si sistema l'imbrago, indossa le scarpette, guarda la parete con l'occhio di chi ritrova un vecchio amore e, con un sorriso complice, sentenzia: "Alora ndon a ghen veder” (“Allora andiamo a vedere”).
È passato quasi mezzo secolo, eppure la roccia non sembra essersene accorta.
Veder arrampicare Renzo non è semplicemente osservare un uomo che sale una parete, è assistere a una coreografia scritta sulla roccia. C’è una grazia innata nei suoi movimenti che ricorda proprio la danza classica. Non ci sono scatti, non ci sono esitazioni brusche. Ogni passaggio è concatenato al successivo con un’armonia che rende tutto naturale, quasi facile, agli occhi di chi guarda dal basso.
Il piede si posa silenzioso, le mani sfiorano la roccia, cercandone le rugosità con la delicatezza di chi tocca uno strumento prezioso. In quella danza lunga quarantadue anni, il ritmo è dettato dall'esperienza. Non ha bisogno di correre: si muove con quella lentezza consapevole di chi conosce ogni piega della montagna. È stato come vedere un vecchio maestro riprendere in mano il suo spartito preferito.
Poi arriviamo lì, alla fessura gialla obliqua. Un passaggio indescrivibile. Proprio qui ad aspettarci troviamo il chiodo, l’unico presente lungo tutta la via, messo da Renzo quarant’anni fa, un pezzo di ferro che parla di martellate precise e di giovinezza. Toccarlo è stato come stringere la mano al Renzo di allora.
Per permettere a chi verrà dopo di noi di seguire la rotta della Nave dell’Eco, integriamo le protezioni con qualche altro chiodo e qualche cordone sulle soste e nei punti più significativi.
Metro dopo metro la roccia diventa sempre più bella. È lavorata dal tempo, le mani trovano sempre l'appiglio perfetto e i piedi premono sicuri su una roccia che sembra volerti assecondare. Le difficoltà restano costanti, in quel IV e V grado, dove l'arrampicata è puro piacere del gesto, eleganza e continuità.
Ogni volta che Renzo arriva in sosta o supera un passaggio particolarmente estetico, lo sentiamo esclamare con quel tono che non ammette repliche: "Bel è!"
Tiro dopo tiro arriviamo in cima, stanchi ma carichi di un'energia che solo queste pareti sanno trasmettere.
Di fronte a noi, piccolo come un giocattolo di pietra in mezzo a un mare di ghiaie, il Rifugio Pradidali sembra vegliare sul silenzio della conca. Ma è alzando gli occhi che il cuore accelera: la Cima Canali si staglia contro il blu del cielo, non sembra fatta di pietra, ma di musica solida. Le sue guglie, che assomigliano a delle canne d'organo, sembrano pronte a vibrare al minimo soffio di vento, intonando un inno che solo chi arriva quassù può ascoltare.
Renzo guarda l’orizzonte con la serenità di chi ha ritrovato un vecchio amico, Alex ed io con lo stupore di chi ha appena ricevuto un regalo inaspettato. Il silenzio è interrotto solo dal tintinnio dei rinvii e dai nostri respiri che tornano regolari.
Il ritorno, però, ci richiama subito all'ordine. Per la discesa scegliamo la Ferrata del Portòn, al termine della quale raggiungiamo l'imbocco del grande canalone. Qui la neve, che prima era un ostacolo, si trasforma nel nostro "ascensore" privato.
Affondiamo le scarpe in quel manto bianco e morbido, lasciandoci scivolare con lunghe falcate. È una sensazione di libertà assoluta: la gravità lavora per noi.
Scendiamo veloci fino al sentiero principale che conduce al Rifugio.
Come se il cerchio della giornata dovesse chiudersi esattamente dov’era iniziato, alziamo lo sguardo e li vediamo nuovamente: i camosci.
Sono immobili, sagome eleganti e sicure tra le rocce affioranti e le ultime chiazze di neve. Ci guardano senza timore, con quella curiosità distaccata che solo chi appartiene veramente a queste solitudini può permettersi. Sembrano quasi averci aspettato, custodi silenziosi che hanno seguito la nostra traccia sulla "Nave dell'Eco" dal basso, pronti a riprendersi il loro regno.
Arriviamo alla macchina che le ombre sono ormai lunghe, i muscoli vibrano per la fatica ma lo spirito è leggero.
La giornata non poteva che chiudersi a tavola, nella cornice calda del Cant del Gal, davanti a un piatto di pasta fumante e a un calice di buon vino rosso.
Tra un sorso e l'altro, i ricordi di Renzo di quella giornata di 42 anni fa si intrecciano con le nostre sensazioni di oggi. Lì, tra un sorso e l’altro, le parole hanno iniziato a scorrere libere. Non abbiamo parlato solo della via appena ripetuta; abbiamo ripercorso tante altre storie, altri orizzonti, altri compagni di viaggio.
È stata una giornata indescrivibile e indimenticabile, una di quelle che ti restano dentro come una cicatrice luminosa.
È la magia della montagna e della sua capacità di unire generazioni diverse, di annullare le distanze e di trasformare una semplice scalata in un racconto di vita vera. Una giornata di ricordi autentici, di quelli che, una volta vissuti, non ti abbandonano più.
La "Nave dell'Eco" ha continuato a navigare nel tempo, e noi, per un giorno, siamo stati parte del suo equipaggio. Una giornata perfetta, dove il tempo si è fermato per lasciarci passare.
- Ru Alberti, Pale di San Martino





































