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Mauro Magagna
Fotografia di archivio Andrea Tosi
Mauro Magagna: Andrea Tosi in arrampicata a Ceredo Alta.
Fotografia di Mauro Magagna
Andrea Tosi in un ritratto di Mauro Magagna
Fotografia di Mauro Magagna
Mauro Maragna il fotografo del Calendario Arrampicata e di Ceredo Falconi
Fotografia di archivio M. Maragna

Mauro Magagna, addio all'amico

di

Il ricordo, intenso e sincero, dedicato a Mauro Magagna, fotografo e climber, scomparso lo scorso 8 febbraio mentre arrampicava a Ceredo (Vr). Di Andrea Tosi.

Tratteggiare Mauro Magagna considerando il suo lato “climb” non è solo riduttivo, è semplicemente sbagliato. In fondo, proprio in queste pagine, abbiamo già descritto i risultati del primo crowdfunding ante-litteram che ha portato alla realizzazione di Ceredo-Falconi. Rimane comunque il quarto uomo di WildClimb, il fotografo/grafico, e se io sono il terzo… beh, lo devo solo a lui.

Nel ringraziare tutti i presenti che hanno portato un saluto a Mauro, e che purtroppo non hanno trovato posto nella piccola e traboccante sala del commiato, ripoterò qui le parole che ho cercato per ricordarlo. Premetto solo un piccolo cappello. Un noto drammaturgo sosteneva che il modo in cui ci si congeda dice molto di più del modo con cui ci si saluta. In forza di questa logica, nei suoi provini, chiamava in palcoscenico i candidati e immediatamente li cacciava via.

Il congedo di Mauro dice molto di lui, del suo lato creativo, paradossale e intransigente. Il modo incredibile con cui ha rivelato che le nuove pratiche contro l’usura del materiale mettono in discussione i vecchi sistemi di sicurezza, l’aver dimostrato fisicamente tutto il senso della sua lotta tesa verso una riconsiderazione sistematica di ciò che permette oggi l’arrampicata debba passare per “progetti sociali” e non da slanci individuali. E infine, ecco il lato intransigente, che la realtà è intrattabile, irrimediabile. Come la fotografia. Come tutta la cultura che Mauro aveva e si è portato via. E allora, Mauro, ti ricordo così:

“Vaffanculo”!!!! Non mi vuoi ai tuoi corsi… perché sei ostinato, irriverente e testardo. Perché dici che selezioni a monte i tuoi allievi e non vuoi casi disperati.Ma l’unico corso al quale ho avuto il privilegio di assistere iniziava proprio così: schermo nero, scritta bianca e un bel vaffanculo a caratteri cubitali.

Fai così. Con arroganza colpisci tutti i presenti con un bel gancio. Inizi poi il tuo lento lavoro ai fianchi. Con un crescendo che passa da “Smoke”: Harvey Ke itel in quel film ti assomiglia molto, come postura verso il mondo… quando dice: “Beh, la gente mi vede cosi, ma non è detto io sia cosi”. Lo dice mentre presenta 4000 fotografie dello stesso posto. 4000 foto fatte alla stessa ora, nello stesso angolo di strada, con la stessa inquadratura…

Una forma di ossessione, è vero. Ma anche il progetto di una vita… Un ritaglio del mondo e la sua documentazione. E poi, mentre l’amico del tabacchino Keitel sfoglia (sempre più velocemente e senza capire) uno dei tomi che raccoglie le foto di quell’angolo di strada, arriva la perla, la chiave magica: “Non capirai mai, se non vai più piano, amico mio. Voglio dire che vai troppo veloce e non guardi neanche le foto”. Perché sono tutte uguali, lo sembrano. Sì, sono tutte uguali ma ognuna è differente dall’altra. Per poi concludere con: “Sai com’è… domani, domani, domani, il tempo mantiene sempre il suo ritmo”. Ed è cosi che si inizia a vedere.

E allora ripartiamo e teniamo il ritmo, senza fretta.

Era settembre 2011. Un Tocatì per la precisione (Festival Internazionale dei Giochi in Strada ndr). Ti avevo già annusato, tra animali credo funzioni così: non servono tante parole. Forse avevamo lo stesso odore di marcio, il profumo dell’esplosivo e di una certa intrattabilità; ma questa è una citazione che forse solo noi possiamo capire.

E così tra uno tuo scatto e l’altro sono nati i primi progetti. Ti ascoltavo incantato. I tuoi racconti su fotografi, registi e strumenti, che al tempo ignoravo e che ora mi sono cari, mi rapivano allo stesso modo con cui sono stato rapito soltanto da un paio di professori universitari.

Sei preparato e lo sai. Per questo ti permetti di essere tagliente. “Sono Mauro Magagna e sono un fotografo”. “Sei un fotografo quando vendi le tue foto”. Questo dicevi. Dici questa frase da anni. Forse da quando hai venduto la prima foto. Era un traguardo tagliato, un alloro sulla testa? Forse, e poi? Poi ancora inquadrature. Ritagli. Frame. Ancora una volta, sempre un’altra volta. Scatti, scatti, scatti: il tempo mantiene sempre il suo ritmo… (ricordate?). Ma il traguardo non arriva mai.

Sei passato dall’analogico al digitale, dall’intimo al food, dal viaggio allo studio, dal mare ai monti. La tua macchina fotografica è una macchina del tempo che confonde tutti i piani. Istanti durano tempi lunghi e tempi lunghi collassano riassunti nell’istante dello scatto.

Attorno alla fotografia sai radunare tutti i possibili. Dal dettaglio di un fiore all’insieme di un gruppo BDSM. Tutti ugualmente degni. E ogni volta che hai preso una posizione, la fotografia ti è sfuggita. Sempre. Secondo me ti cibi di questa soddisfatta insoddisfazione, perché, a dispetto di quello che appare, è proprio questo che ti rende elastico e sempre fuori dal comfort zone.

Ti prendo in giro quando ti chiamo “Aristotele”. La tua lotta eterna per categorizzare, razionalizzare, mettere ordine al caos. Tanto, ci pensa sempre lei: click. Ed è tutto da rifare. Mauro Magagna è di nuovo in soqquadro come sempre accade quando si cede alle passioni. E allora fotografi, esplodi. Urli, soffri e godi di tutto quello che cogli e temi di non rivedere.

Volere sempre di nuovo, ancora, ancora, ancora… il tempo mantiene sempre il suo ritmo… riviverlo sempre differente, sperando forse di renderlo catalogabile. Come se quel caos che è la fuori lo potessi veramente sistemare nel display della tua macchina fotografica, nella sua scheda di memoria. Potere magari puoi, ma sei sicuro di volerlo. E a quale prezzo poi?

Non c’è prezzo per le tue foto. Sono impagabili. E quindi, caro Mauro Magagna, tu non sei un fotografo: questa è la verità. Semmai lo diventi quando fai le foto. Ed è fotografando che intuisci cosa sta diventando Mauro. Accade ogni volta che metti un diaframma tra il caos e l’ordine che ostinatamente pretendi di fare. Ogni volta che torni in modo diverso sullo stesso piatto da fotografare, sull’ennesima stanza del B&B da valorizzare, sull’ennesimo panorama che sembra uguale. Sembra uguale a chi non sa vedere. Ogni volta che indossi le ginocchiere per tornare alla terra per fonderti e diventare quel paesaggio, quel cielo, quel gusto, quello stupore… ecco l’altra chiave: l’emozione. E allora guardiamo meglio, guardiamo con calma. Iniziamo a vederlo Mauro?

Per tanti versi sembri il mai contento, sempre alla ricerca di un riscontro dalla società. È sepolto qui vicino, e magari ci ascolta, parlo di Umberto Boccioni. Anche lui partiva dall’emozione per dar vita alle linee forza della materia che il cubismo aveva congelato. Sembri anche il mio amato e sgarrupato genio di Celine, quando scagliandosi contro il verbo dice che in principio era l’emozione.

“Sono un uomo di stile. Lo stile, diamine, tutti si fermano davanti, nessuno ci arriva a quella trovata lì. Perché è un lavoro molto duro. Consiste nel prendere le frasi – le foto diresti tu, facendole uscire dai loro cardini. O, usando un’altra immagine: se prendete un bastone e volete farlo sembrare dritto nell’acqua, dovete piegarlo prima, perché la rifrazione fa in modo che se metto la mia canna nell’acqua, lei ha l’aria d’essere rotta. Bisogna romperla prima d’immergerla nell’acqua. È un vero lavoro. È il lavoro dello stilista”. Io lo chiamo:“Stile Magagna”. Tu la chiami “realtà alterata o alterante realtà”

Tornate sulle foto. Forse adesso le vedete. Avete un’altra delle chiavi per entrare nel mondo dello “Stregatto” Mauro. Mauro è uno stilista, un Artista. Sempre in agguato, con la postura del cecchino ma con la reflex tra le mani. Nel mirino metti l’emozione che provi quando, con la sensibilità che ti ritrovi, ti accorgi di essere un uomo in eterno farsi. Ed eccolo lo scatto, quello con l’anima dentro.

Sì! Sei drogato di foto. Ti “fai” di foto. Letteralmente. Ed è quando sei in questo stato di alterante realtà che riesci nella tua lotta con il presente, tu, testardo uomo sempre fuori luogo e sempre fuori tempo. Atopos come la foto e il suo lato intrattabile. Proprio come lei, sei in grado di essere qui, ora, e di essere stato, da qualche parte, in qualche tempo.

Ma non è questo il ring per continuare il nostro match: immagine contro parola. Sappilo Mauro: tu parti sempre in una posizione di privilegio. Le tue immagini precedono sempre le mie parole. Ma non ti lascio vincere facile. Nemmeno adesso.

Incasso tutte le tue grida, le urla, i grugniti di quando premi il bottone e fermi l’istante. Il presente ha solo “il grido” per parola ed è sempre il segno della tua vittoria sul mio bisogno di tempo per articolare un discorso. Ma è bellissimo vederti vincere. È per questo che preparo sempre un nuovo campo per lo scontro.

Sia questo una curva con vicino un paramassi per dileggiare l’arrampicata “Plasil”, sia questo una cascata dove stare vestiti solo di imbarazzo o la timeline di un programma di montaggio che apro volentieri solo per te. Sei uno spettacolo per palati fini. Per spettatori esigenti.

Sei cresciuto tu e hai fatto crescere noi con l’emozione di chi è tornato alla vita almeno una volta fisicamente e chissà quante altre volte spiritualmente.

Mi hai insegnato a scavalcare i muretti del mio conformismo e la tua foto che mi vede sul ponte Pietra veglia i miei sonni e mi ripete la lezione. Ti devo qualcosa se non ho più paura di incontrare gli altri me stessi che si stupiscono di guardarsi negli occhi. E questa lezione, maestro mio, l’ho rubata dai tuoi appunti.

Serve coraggio e follia. Serve l’amore per la vita, quello vero, quello che scende a patti con la morte. E adesso proseguiamo insieme esattamente da dove siamo rimasti.

C’è una mostra sui “Dittici” da finire e da portare a spasso. E sarà cosi, a costo di divenire skizofrenico. Guardare piano le tue foto per entrare nei tuoi “paradisi artificiali” e uscire fuori nel mio mondo di parole… magari con un ciuffo colorato nei capelli, come spesso lo porti tu. Ecco, adesso che ho il ciuffo blu, posso proseguire nel fare appunti sul tuo libro di Arminio. All’ultima pagina c’è una poesia. Il dittico l’ho già in mente. Adesso la leggo, poi faccio lo scatto che mi manca.

A tutti tocca
di tornare soli,
di stare sulla terra come se fosse
il lato oscuro della luna.
A tutti infine
buona fortuna.
(Franco Arminio)

di Andrea Tosi

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