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Maurizio Manolo Zanolla nel 2016, durante la seconda salita e prima ripetizione di 'Il Mattino dei Maghi', la mitica via da lui stesso aperta sul Totoga (Pale di San Martino) nel 1981
Fotografia di Daniele Lira
Maurizio Manolo Zanolla nel 2016, durante la seconda salita e prima ripetizione di 'Il Mattino dei Maghi', la mitica via da lui stesso aperta sul Totoga (Pale di San Martino) nel 1981
Fotografia di Daniele Lira
Uno dei tre chiodi a pressione piantate da Manolo su Il Mattino dei Maghi a Totoga (Pale di San Martino)
Fotografia di Daniele Lira
Manolo durante la storica prima salita di 'Il mattino dei maghi' 7c+, sul Totoga (Pale di San Martino).
Fotografia di Simion
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Manolo, l'arrampicata e Il Mattino dei Maghi: prima ripetizione 35 anni dopo

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Il 7 dicembre 2016 Maurizio Manolo Zanolla, alla soglia dei 59 anni, assicurato da Daniele Lira, ha realizzato la seconda salita e la prima ripetizione de Il Mattino dei Maghi, la mitica via di arrampicata che lo stesso Manolo aveva aperto nel 1981 nella falesia del Totoga (Pale di San Martino) e che da allora nessuno aveva più ripetuto.

Certo non capita tutti i giorni di fare un salto indietro lungo 35 anni. Ecco, forse è questo che è successo a Manolo il 7 dicembre scorso: si è rituffato, anima, mente e corpo, in ciò che aveva vissuto più di una mezza vita fa. L’occasione gliel’ha data la sua (prima) ripetizione de “Il Mattino dei maghi” la stessa via che, tra la primavera e l'estate del 1981, appunto 35 anni fa, lui stesso aveva aperto e salito nella “sua” falesia, il Totoga. Per chi non lo sapesse il “Mattino” è una via mitica. Anzi si potrebbe dire assolutamente unica e non solo perché in tutto questo tempo nessuno l'aveva mai ripetuta.

All'epoca si parlò di uno stellare, anzi di un irraggiungibile 7c+. Ma il solo grado - come sempre - non basta né per cercare di spiegare né tantomeno per capire. Perché, come ci ha detto lo stesso Manolo: “E' davvero impossibile dar conto di tutto quello che è successo in questi 35 anni. E' un tempo così pieno di cambiamenti che è perfino difficile cercare di spiegarlo. Allora il 6c era quasi il limite massimo per un popolo intero e Il Mattino dei Maghi era semplicemente di un'altra dimensione...”. Sicuramente una dimensione “marziana” anche e forse soprattutto per il modo in cui fu concepito e superato, oltre che una tappa fondamentale del percorso di Manolo. Appunto quel percorso senza il quale anche questo ritorno al passato potrebbe sembrare incomprensibile ai più.

All'inizio c'era stato quel suo avventurarsi, appena 17enne e quasi inconsapevole di qualsiasi storia e pratica di alpinismo, sulle pareti delle sue crode (Monti del Sole, Vette Feltrine e Pale di San Martino). Poi, quasi subito, c'era stata la scelta di arrampicare in scarpe da ginnastica invece che con i canonici scarponi, ma anche e soprattutto il rifiuto per “l’artificiale”. Quindi, tra il '76 e il '78, erano arrivate "le salite in libera delle grandi vie. Come la Bonatti al Grand Capucin, lo spigolo Strobel e la Navasa alla Rocchetta di Bosconero, la Carlesso e la Cassin alla Torre Trieste, la Costantini-Apollonio sul Pilastro della Tofana di Rozes, le vie sulle Lavaredo e quelle sulla Nord Ovest della Civetta. Il tutto salendo non solo, come detto, in libera, ma anche con pochissimi chiodi di sicurezza". Questo, come lo stesso Manolo spiega: “Per comprendere, conoscere e rispettare i grandi scalatori che avevano aperto quelle vie in altre epoche e con altri mezzi.” Il tutto attraverso un percorso assolutamente personale, che si ritrova anche nelle tante sue vie nuove di quegli anni, come per esempio quel tratto molto esposto, cioè con pochissimi chiodi, de I Piazaroi sulla parete Nord della Cima della Madonna (Pale di San Martino).

A questo punto – siamo sempre nel '79 – arriva anche il suo primo viaggio in Verdon. Un tour fondamentale che, oltre alla salita a vista di Mangoustine Scatophage e Dingomaniaque, porta con sé anche la scoperta dei primi spit e di un modo di arrampicare che gli sembra molto meno rischioso di quello a cui era abituato. Insomma, è la sua prima esperienza di una qualche dimensione “sportiva” dell'arrampicata. Va detto che il tutto è ancora enormemente distante da ciò a cui siamo abituati ora in falesia. In più non tutto a Manolo era ancora chiaro. Tipo: “Che alcuni di quegli spit fossero stati piantati calandosi dall'alto o altri infissi in artificiale”. Fu così che proprio in quello stesso anno scoprì la falesia del Totoga, la bellissima barra calcarea del Primiero che per molti anni divenne il suo “laboratorio” d'arrampicata. Correva sempre l'anno 1979, quando su quella parete vergine nacque la prima via: Lucertola schizofrenica. Una linea di quasi 200 metri che il nostro aprì rigorosamente dal basso, in libera, “proteggendosi” con rari chiodi normali e che ancora oggi è gradata 6c/7a. Una cosa è certa: “Lucertola” aveva poco di quell'aggettivo “sportivo” che siamo ormai abituati ad applicare all'arrampicata in falesia. Ma tant'è, c'era ancora tanto “alpinismo” (o se volete “rischio”) nell'arrampicata di Manolo e, come vedremo, l'avvicinamento o meglio l'esperienza del futuro doveva esprimersi per gradi non solo di... difficoltà.

L'anno dopo, nel 1980, giusto per rimarcare quanto l'allora nascente arrampicata nuova in falesia e l'alpinismo sulle grandi pareti si intersecassero, Manolo, in cordata con Piero Valmassoi, apre sull'immensa parete Sud del Sass Maor la celeberrima Supermatita: 1200 metri, 7 chiodi e difficoltà massima di 6b/c. Poi, l'anno dopo, arriva quel famoso giorno di 35 anni fa. Siamo ancora in Totoga e Manolo “ostinatamente ancora convinto che la scalata sia solo partire dal basso e arrivare in cima (o da qualche parte) senza calarsi dall’alto, ma soprattutto in libera e assolutamente senza chiodi a pressione”, dopo alcune linee spaventosamente sempre più pericolose e malprotette, sogna una nuova linea e, insieme, anche una nuova ed incognita difficoltà.

Al primo tentativo sotto le grandi difficoltà Manolo è respinto. Tutto sembra troppo difficile e troppo pericoloso, nessun chiodo normale sembra poterlo proteggere in quel calcare compatto e avido di appigli e fessure. Sconfitto da tanta difficoltà e memore di quanto ha appreso in Verdon, si arrende e si cala per la prima volta dall'alto. Su quelle verticali e lisce placche pianta quelli che lui chiama 3 “pressionelli”, che altro non sono che 3 chiodi a pressione ovvero quelli usati nell'arrampicata artificiale per montarci sopra con le staffe o per essere tirati in A0. Insomma, tradotto per i più giovani: sono chiodi che anche se si buca la roccia nulla hanno a che fare con gli spit...

Dunque Manolo si cala. Pianta i 3 “pressionelli” (è la sua prima volta e lo fa anche male, inesperto e svogliato verso quel tipo di lavoro) e a questi aggiunge un cuneo di legno all’inizio del breve traverso in alto. Poi, assicurato da un inconsapevole Paolo Loss (detto Bulo), parte verso quell’incognita. Va da sé che la riuscita, come la difficoltà, non sono per nulla scontate. Anzi! In ogni caso Manolo arriva indenne alla fine: è nato così, in un imprecisato giorno di fine primavera (o inizio estate) del 1981, “Il Mattino dei Maghi”.

Per 35 anni questa via è rimasta un mito e soprattutto l’unica lasciata volutamente con la chiodatura originale: nessuno l'ha più salita fino allo scorso mercoledì 7 dicembre. A farlo, anzi a rifarla, è stato ancora lui: Maurizio Zanolla alias Manolo. “Ho da sempre considerato questa salita davvero un momento cruciale della mia evoluzione – cosa tra l'altro che sto provando a raccontare in un libro.” ci racconta il Mago “Volevo rientrare in quella dimensione, non per rivivere quello che non è più possibile, ma per capirla fino in fondo perché credo che quello sia stato un momento che ha segnato la fine di un’intera generazione.”

“L'idea che mi tentava era anche quella di ripeterla senza usare i 3 pressionelli. Era un modo, dopo tutto questo tempo, di sanare quella che finora avevo sempre considerato una mia 'debolezza' e incapacità di allora. Volevo salirla nel modo più perfetto, cioè senza utilizzare quei chiodi che avevo infisso forando la roccia. Così, la scorsa primavera ho fatto una ricognizione dall'alto per pulire la via dalle zolle d’erba, ricontrollare le soste e vedere se qualche altro chiodo normale poteva entrare in quel muro avaro. Ma ho capito che in quel tratto non era cambiato nulla, i chiodi normali, lì dentro non vogliono proprio entrare dignitosamente… e tutto questo, unito alle mie condizioni fisiche e alla qualità non proprio “ferrea” della roccia, mi ha suggerito di accontentarmi e di tentare di ripeterla proteggendomi ancora con quei tre pressionelli.”

E' così che alle 12:00 di mercoledì scorso, assicurato da Daniele Lira, è arrivata la ri-salita e la prima ripetizione de Il Mattino dei Maghi che, caso forse più unico che raro, portano la stessa firma dell'autore della prima salita.

“La prima parte della via fino a una piccola nicchia è relativamente facile” ci racconta ora Manolo “Poi per arrivare e superare il primo 'pressionello' inizia un tratto piuttosto tecnico e delicato dove non mancano le difficoltà di dita e di piedi. Segue una parte centrale (in cui si incontra il secondo 'pressionello') più facile e discontinua ma con movimenti che richiedono attenzione. Quindi c'è un'ottima decontrazione per arrivare al 3° 'pressionello'. Qui ricominciano le difficoltà, e ci si avvicina al passaggio chiave che è protetto da due chiodi normali, messi nella prima salita dal basso... due chiodi che non ho avuto il coraggio di consolidare più di tanto perché la fessura che li riceve tende ad aprirsi. Superato questo tratto, segue il facile traverso di 4-5 metri (ora proteggibile con un’ottima clessidra) che porta all’ultimo breve ma non facilissimo muro prima della sosta. All'arrivo in cengia restano da superare ancora un paio di lunghezze per finire la via e la prima di queste per nulla banale e piena di sorprese.”

La nostra storia potrebbe finire qui se non ci fosse ancora una domanda: com'è stato rivedersi dopo 35 anni? “Non sono riuscito a rivedermi. Lassù… non ho incontrato nemmeno l’ombra di quel ragazzo che 35 anni fa, pieno di follia con quei pochi miseri chiodi quel giorno ha avuto il coraggio o l’incoscienza di partire per quel viaggio senza ritorno; ma è stato fantastico e l’emozione fra quegli appigli mi ha quasi travolto. Per me Il Mattino dei Maghi ha cambiato le cose. Ha cambiato il mio modo di arrampicare e di pensare l'arrampicata! L’unico modo ormai per avvicinarsi a comprendere quel momento credo sia solo quello di rifarlo nello stesso modo, dal basso, a vista e con quello che c’è dentro come allora, anche se questi 35 anni ormai penso siano incolmabili.”

di Vinicio Stefanello

Manolo ringrazia Montura e La Sportiva ma soprattutto Daniele Lira che dopo aver visto le protezioni era eticamente combattuto se assicurare o no un diversamente giovane su quella via…

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