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Angelo Fantini in apertura sulla via Generazioni a Confronto, parete Sasso di Fontana Mora (BG), salita insieme a Diego Pezzoli
Fotografia di Diego Pezzoli
Generazioni a Confronto: Angelo Fantini sul primo tiro
Fotografia di Diego Pezzoli
Generazioni a Confronto: Diego Pezzoli tenta il quinto tiro
Fotografia di Diego Pezzoli
Angelo Fantini durante la discesa da Generazioni a Confronto, Sasso di Fontana Mora
Fotografia di Diego Pezzoli
INFORMAZIONI / informazioni e collegamenti:

Generazioni a Confronto, nuova via in artificiale per Pezzoli e Fantini sul Sasso di Fontana Mora

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Angelo Fantini e Diego Pezzoli hanno aperto la via d'arrampicata in artificiale Generazioni a Confronto (IV, 5c, A1/A2), Sasso di Fontana Mora, BG.

3 nuovi, bei tiri sul Sasso di Fontanta Mora, la parete sopra il paese di Gandellino nel bergamasco, aperti durante tre giorni di scalata lo scorso settembre da Angelo Fantini e Diego Pezzoli. Particolarità: la via è stata aperta in artificiale e Fantini, che ha aperto il primo tiro “scalandolo con maestria”, ha 73 anni. Niente male. Per Pezzoli è stata un'esperienza indimenticabile, una sorta di ritorno al futuro in cui per aprire “Generazioni a Confronto” lui ha vestito i panni del giovane Marty McFly, mentre Fantini era il pazzo inventore Doc Brown. Ma non vogliamo svelare troppo, lasciamo a Pezzoli il compito di spiegare la trama.


GENERAZIONI A CONFRONTO
di Diego Pezzoli

"Diego, imposta il tempo di destinazione e aziona i circuiti spaziotemporali!
Raggiungi la potenza di uno virgola ventuno gigowatt, necessari ad attivare il condensatore di flusso...questa volta ti porto io indietro nel tempo!!!"
Io, Diego, nei panni di Marty McFly in “ Ritorno al futuro “, e il mio compagno, Angelo, un bizzarro anziano dai capelli bianchi, 73 anni su carta e fisico di un quarant’enne, nei panni del dottor Emmett Brown.

Data: 20 settembre
Angelo passa a prendermi a Clusone, alle 7.00 di mattina, con la DeLorean, che, per non dare nell’occhio camufferemo in Panda anni 90, e ci dirigiamo, a velocità “smodata”, verso il luogo impostato sul display: Gandellino. Il cielo è tutto coperto e minaccia di piovere. Non importa. Angelo dice di salire e, abbandonata la macchina, ci incamminiamo verso il “sasso” di Fontana Mora. Serviranno quasi un paio di ore per raggiungerlo dato il peso che portiamo sulle spalle: ben 20 kg a testa. Io, con il mio ormai fedele saccone Krukonogi, colmo fino a esplodere, e Angelo con uno zaino anni cinquanta che, se potesse parlare e raccontare le esperienze trascorse, farebbe invidia al migliore degli alpinisti. Al loro interno attrezzatura che accomuna più epoche, passando dal micro chiodo sottilissimo a quello lungo venti centimetri per le "toppe" d'erba, dallo Sky hook al piombo, dai friend agli spit.

Raggiungiamo quindi la parete e troviamo un posto dove poterci cambiare comodamente. Il cielo sempre più nero. La linea dove salire l’abbiamo già individuata, una serie di bombè, strapiombanti ma compatti, sulla sinistra dell’inquietante anfiteatro giallo centrale.
"Diego, fammi sicura a modo mio, ma non con il grigri...e usiamo due corde!"
"Si Angelo, mostrami come fare..."
E’ così che pianta due chiodi alla base, fa un giro strano con le corde e me le blocca in vita con un nodo machard.
"Ora sei libero di fare foto o mangiarti un panino" ribatte Angelo.

Inizia così la salita, con un piccolo risalto di qualche metro di zoccolo erboso, e attacca la bellissima sezione di roccia. Lo osservo attentamente: indossa un paio di pantaloni e felpa della tuta, un imbrago intero di fettuccia larga, un casco bianco dei primi modelli usciti, scarponi che hanno fatto l’alpinismo e due staffe di cordini con gradini in metallo. E’ come rivedere delle foto dell’epoca di Walter Bonatti, un bellissimo ritorno al passato. Mentre sale, concentrato sul da farsi, mi racconta diversi episodi divertenti che gli sono capitati, come quella volta sul Tredenus, Gruppo Adamello, durante la prima ripetizione della Via Solinas con Battista Pezzini e Fedele Corrent, che non aveva mai usato le staffe.
"Sento Fedele che borbotta, alzo lo sguardo e lo vedo che, mentre carica il peso sulla staffa, abbassa la testa e così per più volte...in sostanza invece di caricare la staffa agganciata alla parete stava caricando quella infilata nel collo"

Continuo a esaminarlo diligentemente. Sfila il martello dall’imbrago, rimuove dal portamateriali (fettuccia al collo) un piccolo chiodino e, con movimenti delicati ma precisi, lo inserisce negli impercettibili buchi offerti dalla parete, incrocia le gambe sulle staffe e si mette in perfetto equilibrio. Recupera ora questo strumento a lui poco conosciuto, uno Sky Hook, non chiede spiegazioni e lo usa per vincere il traverso e piantare un altro piccolo chiodo. Danza su quelle staffe, non indugia e si muove agilmente. Il tempo è scandito dal battere del suo martello e dalla pioggia, che ora cade incessante, inciampa sui pendii erbosi, medita un salto, ma perseguita a cadere.

Per fortuna, il mio compagno di avventura ha portato un ombrello che mi garantisce una permanenza asciutta alla base, mentre gli faccio sicura. Lui, invece, è a riparo sotto i pronunciati bombè superiori. Angelo alterna un chiodo buono, uno brutto di progressione, uno medio, un passaggio su Sky Hook e così via fino a superare la prima parte leggermente strapiombante.
"Tinn!" Il piccolo Sky Hook fuoriesce dal buchetto svaso. Ancora in equilibrio sulle staffe, rotea il corpo di mezzo giro, rispetto all’asse verticale, e con un colpo di addominali ritorna in posizione.
"comincia l’avventura del sig. Bonaventura.. fiu … fiu ..."
Intona a pieni polmoni una piacevole melodia e fischietta a squarciagola, segno che procede bene, segno che il timore o l’ansia per la salita non lo toccano minimamente. Tutto a posto, ma non ne avevo di dubbi! Un traverso di un paio di metri lo separano dalla prima futura sosta. Piantato un buon chiodo, si sposta a sinistra: cliff, cliff, chiodo, chiodo.
"Diego, sosta fatta! Dammi un paio di minuti e puoi raggiungermi.."

Indossate le staffe e agganciate le jumar, comincia il mio tragitto verticale. Supero lo zoccolo erboso, raggiungo la prima protezione, un ottimo chiodo, e lo estraggo con qualche colpo verso l’esterno.
"Vedrai, con il prossimo non ti occorrerà il martello, mi urla Angelo" Come non detto, appena lo afferro con le mani, lo scuoto un po' a destra e a sinistra e lo recupero comodamente.
Dopo una quindicina di minuti, sono ad un paio di metri da Angelo, sull’ultimo chiodo. Nessun' altra protezione ci divide, mi tocca perciò procedere come se fossi da primo, e dopo due passaggi su cliff appendermi in sosta. Angelo racconta un altro divertente aneddoto:
"Un sabato pomeriggio arrivano due milanesi sul piazzale del rifugio Albani, chiedono al rifugista: è questo il rifugio Galbani? La risposta è diretta: “Se gorgonzola”."

Continuo io. Ricordo che dalla sosta ho infilato, in uno splendido buco, il friend viola della Totem, non a caso è anche il mio colore preferito, e da lì sono andato a prendere, dopo una cliffata, una fessura diedro ancora a friend. E’ però tardi, il piano della giornata prevede di scendere, tornare il giorno seguente con i sacchi a pelo e le cibarie, e dedicare alla scalata anche il lunedì. Faccio una sosta provvisoria a chiodi e mi calo. Mentre scendiamo, scarichi di materiale, ma colmi di euforia ed entusiasmo per la nostra avventura, discutiamo sulla differenza tra l’artificiale moderno e vecchio stile. Angelo mi racconta di come avrebbe avuto vita facile se avesse annoverato, tra il materiale del tempo, friend come i Totem o i splendidi Bird Beak, concorda con me che sono la miglior variante di chiodo inventata. Giunti alla macchina torniamo, perciò, al presente e rimandiamo all’indomani il nostro incontro. Sempre le 7:00 l’orario di partenza.

Data: 21 settembre
Il cielo, anche oggi, alterna nuvole nere a sprazzi di azzurro. Ripercorriamo i nostri passi e ci troviamo al punto di ieri: metto un friend, un chiodo e non vedo più nulla.
"Angelo, mo' che ffaccio?"
"non riesci a mettere dei chiodini? Buchi, ce ne sono?"
"ce n’è uno ma è svaso...il cliff non tiene! Aspetta...ho un piombo!"
"che hai?"
"si, metto un piombo! Mi serve solo per raggiungere una buona tacca dove cliffare"
"bene, io sono comodo"
Ha solo cominciato a piovigginare, a me non tocca però, beati strapiombi!
"stong! stong! stong!"
Lo carico con cautela e, alzandomi a dovere, raggiungo la bella tacca dalla quale, mio malgrado, non vedo ancora alternative. Scruto un po' lì attorno e decido per una sicurezza concreta, l’unico spit non di sosta. Non ho voluto mettere rivetti, in quanto, con questa protezione, lascio aperta la possibilità di una futura libera e impedisco invece a me stesso di farmela nelle braghe. Si susseguono divertenti, ma sicuri passi, su friend, pecker, chiodi e rurp fino alla sosta..
"Vieni pure! la corda l’ho bloccata, puoi risalire!"

Ormai è esperto Angelo, per raggiungere la prima sosta ha sperimentato per la prima volta le jumar. Infatti, lui è sempre stato un uomo da prusik per le risalite. Parte a schiodare, toglie con tranquillità i friend e chiodi, e, quando raggiunge il piombo, rimane esterrefatto dalla sua tenuta.
"Diego, questo tiene un sacco, non l’avrei mai detto!"

Fatica un po' a togliere i Bird Beak, esaltandone ancora la funzione, e mi raggiunge in sosta. Siamo avvolti dalle nebbie, pioviggina, ma non ci facciamo problemi e parto subito per il terzo tiro. Dopo un piccolo traverso su buoni chiodi, mi alzo di qualche metro e riattraverso ancora a destra per andare a prendere una bella fessura, al termine della quale costruisco una provvisoria sosta e ci caliamo per trascorrere la notte. Ceniamo abbondantemente, ringraziando la Giusi (moglie di Angelo) per la minuziosa preparazione delle cibarie, e ci corichiamo nei nostri sacchi a pelo. Io, con un sacco a pelo imbottito in piuma d’oca, con un limite di temperatura estremo di - 26, e un materassino gonfiabile modello da mare. Mi ci inserisco in mutande e maglietta. Angelo, con un sacco a pelo in piuma (non si sa di cosa) con un limite di temperatura non pervenuto e un sacco dello sporco come isolante per il terreno. Ci si inserisce completamente vestito.

Data: 22 settembre
Alle sei e mezza circa suona la sveglia, un crollo di sassi nell’anfiteatro centrale, a venti metri da noi, ci desta dal mondo dei sogni. Colazione veloce e via, a risalire le corde nel vuoto, che fatica. Io salgo alla sosta provvisoria e Angelo a quella ufficiale, una quindicina di metri sotto di me.

Navigo ora per una compatta placca, che ammette buoni chiodi e pecker, per poi attrezzare a friend una bella e grossa fessura, che guarda all’ingiù; alla fine di essa altri tre metri di placca e decido di sostare. Una volta raggiuntomi, Angelo, mi lascia ancora il comando e salgo per una verticale, e non piacevole arrampicata, tra sassi instabili ed erba. Sosto a tre chiodi. Mentre si avvicina, mi racconta un episodio della forte guida alpina di Colere Placido Piantoni.

"stava portando un cliente su una via facile della Presolana, dove la roccia è intervallata da ciuffi d’erba. Il cliente, trovandosi in difficoltà, prega i santi e la madonna, ma ciò nonostante la progressione è problematica. Il Placido spazientito grida al cliente: "lascia perdere i santi e la madonna e attaccati alla “sespega” (ciuffi d’erba)."

Insieme osserviamo i tiri superiori, ci sembrano interessanti. Siamo sostanzialmente a metà parete, ma è giunto, di nuovo, il momento di calarci; attraversiamo perciò a sinistra, per cenge erbose e verticali, guidati dalla maestria di Angelo che si muove come un camoscio, trascinando me, che invece sembro un cinghiale che arranca nel fango, lungo questo impervio terreno. Ci caliamo infine da un alberello per una trentina di metri. Scendiamo, con l’idea di tornare l’anno prossimo, ma non passano tre settimane che siamo ancora li, preoccupati su come raggiungere la sosta a metà parete.

Data: 18/19 ottobre
Dall’alto della sua esperienza, Angelo, porta con sé una piccozza e io gli presto i miei fi-fi rock russi (simili ad una picca). Come se stesse arrampicando su ghiaccio, affonda le picche nell’erba, aggancia i piedi ai pochi appigli stabili e si muove leggero e sciolto fino all’alberello di calata. Un esposto traverso ci riporta a dove eravamo arrivati. Mi vesto, di tutto il materiale che ritengo potrà essermi utile, ed inizio una sezione su roccia traballante e instabile. Pianto dei Bird Beak, che allargano le fessure man mano li affondo all’interno, raggiungo una piccola cengia e salgo un diedro, tecnico da chiodare, ma discretamente proteggibile. Alla fine di esso, mi accorgo che la parte sopra assomiglia alla prima sezione. Rimango appeso almeno venti minuti.
"Angelo, ho paura che sopra sia troppo marcia e non ne valga la pena!"
"Lì a sinistra? Non riesci a passare?"
"Potrei seguire il diedro bagnato per un paio di metri ma, alla fine, andrei a scontrarmi ancora con la roccia friabile, rischiando di fartela piombare addosso"
Mi alzo ancora, con un passaggio su un Bird Beak.
"Mi spiace Angelo, temo che dovremo fermarci! Abbiamo creato tre bellissimi tiri iniziali e già il quarto non mi faceva impazzire...secondo me, se saliamo oltre, va a finire che facciamo una via di merda!"
"Diego, vai tranquillo, cominciavo a sentirne l’odore qua in basso! Aahahah!"
Non sembra preoccupato Angelo, io, invece, sono dispiaciuto, perché stavo vivendo una bellissima esperienza con una fantastica persona.
"Finisce l’avventura del Sig. Bonaventura… fiu fiu fiu" Fischietta Angelo.

Ci siamo calati, con una doppia di sessanta metri dal terzo tiro, dove abbiamo deciso di finire la via. Generazioni a confronto. Così l’abbiamo chiamata, così l’abbiamo concepita e vissuta. Due persone di differente età unite dallo stessa ambizione di ricerca, di nuovo, di diverso.

Un ringraziamento per il loro prezioso contributo a: Eleonora Delnevo, Sara Ongaro

Si ringrazia inoltre in modo speciale: Krukonogi (www.krukonogi.com) – Rab (www.rab.uk.com) – Totemcams (www.totemcams.com) – Zamberlan (www.zamberlan.com) – Grande Grimpe (www.grandegrimpe.it) – SistemaCasa (www.sistemacasaweb.it)

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