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L'arrampicata nell' Arches National Park, Utah. Con Gian Luca Cavalli, Manrico Dell'Agnola e Marcello Sanguineti.
Fotografia di arch. Desert Sandstone Climbing Trip 2014
Arches National Park - Three Gossips
Fotografia di arch. Desert Sandstone Climbing Trip 2014
Arches National Park - Three Penguins
Fotografia di arch. Desert Sandstone Climbing Trip 2014
Arches National Park
Fotografia di arch. Desert Sandstone Climbing Trip 2014

Desert Sandstone Climbing Trip #2 - Arches National Park

Il tour di arrampicata in Utah - Colorado - Nevada - Arizona di Gian Luca Cavalli (CAAI - Gruppo Occidentale), Manrico Dell'Agnola (CAAI - Gruppo Orientale) e Marcello Sanguineti (CAAI - Gruppo Occidentale). La seconda puntata: Arches National Park.

Soddisfatti della salite al Colorado National Monument, rientriamo in Utah e dirigiamo l’auto verso Moab, vero e proprio "ombelico del mondo" della scalata su arenaria. I suoi dintorni ("dintorni" per modo di dire: qui le distanze sono su un’altra scala…) rappresentano una miniera di torri e pareti, disseminate ai quattro angoli di un immenso plateau inciso da profondi canyon. Non c’è che l’imbarazzo della scelta: le torri di Arches National Park, quelle di Canyonlands, le Fisher Towers, Indian Creek, le torri della Castle Valley, le pareti di Wall Street, le strutture lungo la Potash Road, Day Canyon, Long Canyon, Ice Cream Parlor, Counthouse Wash, Heat Wave Wall…

Decidiamo che è arrivato il turno di Arches National Park. Il nome non potrebbe essere più azzeccato: acqua e ghiaccio, temperature estreme, movimenti del sottosuolo e cento milioni di anni di erosione hanno forgiato questo territorio, che contiene la più alta densità di archi naturali del pianeta. Ne sono catalogati oltre duemila (sic!), di dimensioni che vanno dai tre piedi di apertura – il minimo per essere considerato un arco – ai trecento piedi del Landscape Arch. I nativi vissero per migliaia di anni in questa terra: dapprima Archaich, poi Puebloan, Fremont e Ute vi cercarono animali, piante medicinali e pietre, per farne utensili e armi. I primi esploratori non-nativi arrivarono soltanto nel tardo 1800, quando vi si stabilirono il veterano della guerra civile Wesley Wolfe e il figlio John. Il Wolfe Ranch è visitabile e consente di fare un salto nel passato.

L’ingresso del parco è presidiato dalla struttura nota come Three Penguins (il nome è azzeccato: sembrano davvero tre pinguini!). Poi, si presenta di fronte ai nostri sguardi attoniti una vera e propria parata di torri, i cui nomi ricordano forme suggerite dalla fantasia. Sono le Courthouse Towers: Tower of Babel, Argon Tower, The Organ, Three Gossips, Sheep Rock, per citarne alcune. Seguono Owl Rock e Balanced Rock (un masso in bilico che sembra sfidare la legge di gravità) e, all’estremità nord, Devil Dog Spire. Oltre i Devil’s Garden s’innalza solitaria la torre chiamata Dark Angel. Infine, verso NO, i Marching Men. Il tutto intervallato da enormi archi naturali: Double Arch, Turret Arch, Delicate Arch, Sand Dune Arch, Broken Arch, Tapestry Arch… Unica nota dolente per gli scalatori, in mezzo a tanto ben di Dio: nell’Arches National Park l’arenaria è molto soffice. Si tratta di "Entrada Sandstone", piuttosto friabile e sabbiosa – anche se non ai livelli di quella delle vicine Fisher Towers. Quindi la scalata e, soprattutto, la protezione, richiedono molta cautela. La bellezza delle torri e del contesto, però, compensano questo difetto e ci obbligano ad una "visita arrampicatoria".

In tutta sincerità, il nostro primo giorno di scalata negli Arches è un vero e proprio controesempio di scelta e pianificazione. Potrebbe essere usato con efficacia nella lezione di "Programmazione di una Salita" delle Scuole di Alpinismo del CAI: della serie "tutto quello che non dovete fare". Nel giro di una mattinata, riusciamo a collezionare una sequenza di idiozie da Guinness World Records. Idiozia numero uno: non badiamo al meteo, che prevede un notevole rialzo delle temperature (fino a circa 35°) e suggerisce di arrampicare a una quota maggiore di quella degli Arches. Idiozia numero due (questa è veramente grossa, quasi da vergognarsi): nonostante il calore, decidiamo di attaccare nella tarda mattinata (complici i bagordi serali…) una parete ovest. Idiozia numero tre: scegliamo una via con difficoltà che ci impongono di usare scarpette strette. Per farla breve: la scalata diventa una sorta di calvario, che portiamo a compimento solo perché ce lo impongono la bellezza della struttura e l’eleganza dei tiri – insieme a una forma di orgoglio che sconfina nel masochismo. Comunque, la sera festeggiamo (con piedi dolenti e schiena e spalle ustionate) la vetta dei Three Gossips per la via Steck-Roper, che fu liberata solo 12 anni dopo l’apertura, con il passaggio-chiave su una "sandy flared stopper crack". Mentre commentiamo la nostra stupidità, per compensare la disidratazione ingurgitiamo liquidi in quantità industriale.

L’indomani decidiamo di farci furbi. Partiamo alle prime luci e ci incamminiamo attraverso i Devil’s Garden, verso la solitaria torre nota come Dark Angel. In lontananza, la miriade di torri ricorda lo skyline del distretto di Manhattan; la Salt Valley e la Yellow Cat Flat hanno preso il posto dell’oceano. All’orizzonte, l’arenaria scura di Dark Angel si staglia contro l’azzurro del cielo. L’avvicinamento è mozzafiato, fra una serie di archi naturali: Skyline Arch, Tunnel Arch, Pine Tree Arch, Landscape Arch, Partition Arch, Navajo Arch e Double O Arch sono i principali. Dark Angel si trova in cima a una piccola collina e, distaccato una quindicina di minuti di cammino dalle altre strutture, chiude in modo imperativo la sequenza di torri di questa parte del parco. Il nome non potrebbe essere più azzeccato: il colore della sua roccia, molto più scura di quella delle altre torri, lo fa percepire come un’entità al limite fra il celeste e l’infernale. Memori dell’esperienza del giorno prima, pur scegliendo ancora una via ad ovest questa volta arrampichiamo di mattina… La via è la Rearick-Camps, aperta nel 1962 e liberata solo dopo 24 anni. Il camino di partenza tocca a Gian Luca. Gli viene la tentazione di evitarlo con un tratto di face climb. "Non è valido! Un climber Americano non farebbe mai così" - lo apostrofiamo Manrico ed io. Touché: il nostro socio ritorna alla partenza e ci fa vedere come un Biellese addomestica i camini! Siamo di buon umore: scaliamo con una temperatura accettabile, niente a che vedere con la sofferenza sui Three Gossips. La scalata continua rilassata e intervallata da foto, filmati e battute, con le quali ci prendiamo in giro a vicenda per la stupidità del giorno prima. Dalla vetta lo sguardo spazia verso i Needles e le torri di Island in the Sky, oltre le quali l’infinità del Colorado Plateau può solo essere immaginata.

Non sazi, decidiamo di chiudere la giornata con la salita dei Three Penguins. Questa volta, come suggerisce il "manuale dell’arrampicatore saggio", essendo pomeriggio scegliamo una via ad est: il Right Chimney, che i local considerano "five stars". Aperto nel 1976 da Higgins e Kennedy, ha visto la prima ripetizione solo nel 1987. A dispetto del nome, non si tratta di un camino: la scalata si svolge dapprima su fessure di mano e pugno, poi la torre offre un off-width, per concludersi con un tratto di face climb. Riesco ad aggiudicarmi il magnifico tiro in un right-facing corner, mentre questa volta l’accattivante fuori-misura tocca a Gian Luca, che paga con una buona serie di escoriazioni la pessima idea di scalarlo senza maglietta. Il rientro, in un ripido canalone alla luce dell’iPhone (abbiamo dimenticato tutte e tre le frontali – altro controesempio per gli allievi delle Scuole CAI), ci vedrà scivolare e inciampare più volte, ma rientriamo a Moab decisamente soddisfatti della giornata.

Marcello Sanguineti, CAAI

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DESERT SANDSTONE CLIMBING TRIP 2014
27/10/2014 - #1 - Colorado National Monument

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