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Paolo Leoni e Graziano Maffei in Marmolada, Dolomiti
Fotografia di archivio Paolo Leoni
Graziano Maffei, Mariano Frizzera e Paolo Leoni in Marmolada, Dolomiti
Fotografia di archivio Paolo Leoni
Paolo Leoni e Mariano Frizzera, bivacco in Marmolada, Dolomiti
Fotografia di archivio Paolo Leoni
Sulla Cresta Rieser, in uscita della via della Cattedrale in Marmolada, Dolomiti
Fotografia di archivio Paolo Leoni

Paolo Leoni se n'è andato. Un ricordo di Pietro Dal Prà

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Domenica 11 settembre 2016 è mancato, a Castellano (Rovereto), il fortissimo alpinista trentino Paolo Leoni, aveva 73 anni. Questo è il ricordo e l'intervista a Leoni e ad uno dei suoi storici compagni di cordata, Mariano Frizzera, da parte di Pietro Dal Prà scritto dieci anni fa.

Paolo Leoni, esperto alpinista trentino, ci ha lasciati domenica scorsa mentre arrampicava da solo a Castellano. Classe 1942, faceva parte della fortissima cordata Graziano Maffei - Mariano Frizzera - Paolo Leoni, che tra gli anni '70 e '80 ha aperto numerose ed importanti vie alpinistiche soprattutto in Dolomiti. Tra tutte spicca per bellezza la Via della Cattedrale in Marmolada. Leoni era apprezzato per le sue capacità tecniche ed estremamente innovative, la sua incredibile forza naturale - a 70 anni scalava ben oltre l'8a! - ma anche per la sua riservatezza. Riproponiamo questa rara intervista effettuata esattamente dieci anni fa insieme a Mariano Frizzera, pubblicata originariamente sulla rivista Stile Alpino dei Ragni di Lecco, e scritta da Pietro dal Prà che dopo aver effettuato la prima libera della Cattedrale ha avuto il privilegio di entrare in questo incredibile, unico mondo dei 'Veci'.


CHIACCHIERANDO CON PAOLO LEONI E MARIANO FRIZZERA

Ho sempre pensato che la dimensione di uno scalatore non si fermi al qui ed ora del momento in cui si muove sulla roccia. Che si allarghi alla vita di tutti i giorni. Salire la Via della Cattedrale è stata un’esperienza fantastica. Quei due giorni in parete si sono depositati dentro di me e il ricordo rimarrà per sempre indelebile, contribuendo, insieme a tanti altri eventi verticali e non, a fare di me quello che sono e sarò.

In particolare però quell’esperienza in Marmolada è stata il motivo di avvio di una conoscenza, umana, profonda e duratura, che mi rende felice. Quel bel sogno concretizzato di ottocento metri mi ha fatto infatti conoscere quelli per primi lo hanno vissuto.

In una sera di novembre del 2004 si riuniscono nei pressi di Rovereto, a casa di Paolo Leoni, tutti quelli che hanno salito La Via della Cattedrale. Con lui ci sono Mariano Frizzera, un altro degli apritori, Mauro Fronza e Renzo Corona, quelli dell’invernale, e la cordata della prima salita in libera - il sottoscritto, Michele Guerrini e Lorenzo Nadali.

Manca solo Graziano Maffei, certamente la persona più importante della "Cattedrale". Quello che per primo l’ha vista, sognata, e con il suo entusiasmo portata a temine, dando a tutti noi una grande occasione. Il "Feo" non c’è più, ma si respira densa questa sera la sua presenza.

In compenso, per tutti i ripetitori, conoscere Paolo Leoni e Mariano Frizzera è un’esperienza forte che non si esaurirà alla fine della serata. Da quegli ottocento metri di roccia, denominatore comune e motivo dell’incontro per una cena, parte una chiacchierata che va lontana dalla Marmolada e anche dalle vite dei primi salitori.

È questo incontro che mi dà la chiara motivazione di riunire in un film le poche immagini della salita mia e di Michele. Vorrei che fossero un mezzo, una scusa, per parlare della storia della via e quindi della cordata degli apritori. Vorrei rispolverare, attraverso la nostra ripetizione, i valori e i piaceri che i tre roveretani vivevano sulle montagne. La discrezione che da sempre li caratterizza infatti ha fatto sì che il loro spessore non venisse mai rivelato, se non ai pochi che direttamente li conoscono.

Dopo aver prodotto il film lo presento a festival di Trento Sono in sala tutti i pochi ripetitori della "Cattedrale". C’è Cristina Maffei, moglie di Feo, accompagnata da Sergio Martini, altro alpinista di cui ho la massima stima. E soprattutto Mariano e Paolo con le relative famiglie.

Sono emozionantissimo. Mi sento un po’ come la chiave di "riaccensione" di questo motore, "La Cattedrale", che oggi riunisce queste persone, dando la possibilità di rivivere tanta umanità. Il film è fuori concorso, evidentemente è troppo amatoriale, troppo "solo fatto in casa", ma l’approvazione e la commozione di quelli che hanno vissuto La Cattedrale, in particolare dei primi, sono il premio più significativo che potessi avere.

Rivedo Mariano e Paolo ad altre proiezioni in cui presento il film. Sempre mi sembra, durante il commento, di parlare più a loro che al resto del pubblico. Qualche volta vado a trovarli a Rovereto e passare del tempo insieme è cibo per l’anima.

A pensare a un’intervista mi viene da ridere, perché mentre parliamo ho la sensazione che più che qualche pagina di domande e risposte, su di loro si potrebbe scrivere un libro. La vita che hanno vissuto, alpinistica e non, e l’umanità che esprimono sono impossibili da tradurre in poche pagine. Inoltre hanno una discrezione che è un muro difficile da valicare, anche se non hanno voluto erigerlo loro.

Il fatto è che sono proprio così, dopo tanti anni di pareti ancora acqua e sapone, ancora così naturalmente freschi, al limite dell’ingenuità, ancora con il sorriso e gli occhi che brillano quando parlano di montagne.

Finalmente una sera chiamo Mariano per sentire se vuole che scriva qualcosa su di loro. "Sì, se vuoi, ma sai già tutto…comunque prima parla col Paolo, era lui quello forte della cordata…". E allora telefono all’altro… " Ma guarda…è Mariano quello bravo a raccontare… se vuoi scrivere qualcosa su di me…proprio solo due righe alla fine…io in arrampicata non ho fatto molto…"…e non me lo dice nel tono con cui altri me lo direbbero. "Comunque passa a trovarmi che ceniamo insieme…" E io: "posso chiamare anche Mariano?" "Sicuro!"

Ci troviamo così intorno a un tavolo imbandito da Carla, moglie di Paolo. Non ho mai fatto un’intervista e ho davanti due personaggi impossibili da intervistare… Alpinisti che hanno aperto molte fra le vie più dure delle Alpi su roccia. Uomini che hanno vissuto il quotidiano, il lavoro e la famiglia, con totale dedizione ed attenzione, capaci di raccontare episodi di vita che hanno dell’incredibile per chi ascolta ma che per loro sono assolutamente normali. Da quando li ho conosciuti li ho sempre visti un po’ come dei superuomini, in tutto e sempre antieroi.

Paolo Leoni, classe 1942, perito meccanico, a capo di un’impresa edile, al lavoro dal lunedì al venerdì da una vita, ha cominciato a scalare tardi, a venticinque anni. Arrampica da aprile a novembre, qualche volta la sera dopo il lavoro e il sabato o la domenica. Da novembre a Pasqua è tutti i fine settimana sulla neve, fuori pista, a fare sci alpinismo, ma mai con gli sci, sempre con lo snowboard, anche in gita… con sci corti ai piedi per salire e tavola per scendere.

È un uomo di poche… pochissime parole e tanti fatti. Qualche volta sono gli amici o i parenti a imbeccargli risposte che sembrano dimenticate. È sposato con Carla, donna radiosa che compensa i silenzi di lui. Hanno un figlio, Piero, che ha tre anni più di me.

Paolo è sempre stato in anticipo sui tempi. Tanto sulle tecniche (di salita sulla roccia e di discesa sulla neve) quanto sui materiali, si è inventato realtà non ancora esistenti, che sarebbero comparse dieci anni dopo. Non lo conosce quasi nessuno. Ama l’anonimato e io non so se faccio bene a raccontare qualcosa di lui. Ma quando nel film sulla Cattedrale ho presentato lui e i suoi compagni, qualcuno mi ha detto che si è commosso.

A sessant’anni, in una delle falesie vicine a casa, ha liberato un vecchio progetto del suo amico Roberto Bassi. Nessuno l’ha ripetuto e a lui non interessa esprimersi sul grado. Non me ne ha mai parlato. Altri arrampicatori della zona mi hanno detto che la via si aggira sull’8c… In ventidue anni di arrampicata di scalatori forti ne ho conosciuti tanti, ma nessuno mi ha mai impressionato come Paolo.

Mariano Frizzera è del 1939, fabbro. Sposato con Augusta, tre figlie, nove nipoti. Figlio della guerra, un’infanzia non proprio facile, sempre in compagnia della fame. Una vita al lavoro. Poco tempo libero, ma vissuto intensamente. Una carica umana positiva che avvolge anche chi gli sta vicino. Anche lui un’ intelligenza ed una sensibilità che sorprendono.

Mariano comincia ad arrampicare nel 58 e subito conosce Graziano Maffei. Per la vita in parete, la cordata che si forma diventa quasi un matrimonio. Negli anni sessanta ripetono gran parte delle salite più dure delle Dolomiti. Nel ’ 70 aprono la loro prima via, nel gruppo della Vallaccia, e da lì tante altre, tutte di impegno e stile superiori.

A scuola ci è andato poco, ma è un uomo colto. Appassionato di letteratura, storia e storia dell’alpinismo, ha una incredibile facilità a memorizzare date e fatti. Non ha mai rinunciato, nonostante tutti i suoi impegni, al piacere dei libri.

Una vita in salita lo ha reso forte, senza indurirlo. Persona curiosa, cattolico praticante ma non certo moralista dogmatico, capace di comprendere forze e debolezze di tutti, manifesta sempre un naturale ottimismo ed è sempre pronto a sorridere o a dare un gesto o parole di affetto.
Q
uando parla della sua vita e delle avventure passate, si ascoltano storie incredibili per i nostri tempi. Lui lo fa come se in tutto quello che ha vissuto non ci fosse nulla di eccezionale.
Gli brillano però gli occhi. Da lì traspaiono una bontà ed una serenità contagiose. Forse quelle di uomo che ha vissuto tutto quello che poteva.

Paolo, quando hai cominciato a scalare?
Credo che fosse il ’67 0 il ’68, doveva nascere Piero. Un amico mi ha portato a Castellano, una delle palestre di Rovereto (e Carla aggiunge sorridendo e sospirando… "già, e poi sono state tutte le domeniche della vita…").

Dopo quanti anni hai aperto, in sei giorni e in stile alpino con Sergio Martini e Tranquillini la Via del diedro in Marmolada, che ad oggi non è ripetuta?
Ma…non so, forse era il ’74…(e guarda Mariano, vero computer per le date, come a cercare conferma…)

Un bel livello per l’epoca! Ma arrampicavi solo la domenica in estate?
Avevo capito che non era abbastanza. Fin dai primi anni (alla fine dei ’60), prima dell’estate e dopo il lavoro, riempivo uno zaino di pietre e andavo qui vicino a casa su una paretina di pochi metri. Andavo su e giù slegato (la paretina è alta 12-15 metri...) e in qua e in là fino a che le mani non si aprivano più.

E poi via in Dolomiti…
Tutti i fine settimana, da primavera a settembre, li passavamo in montagna. Era il Feo che trovava le vie da aprire. Andava a vedere le pareti anche in inverno. Con la neve che si fermava sui punti deboli, capiva la logica della salita. Poi all’inizio dell’estate, con il brutto o con il bello e con ancora la neve, facevamo trasporti di materiale sotto a varie pareti. Così eravamo pronti quando c’erano le condizioni, e in base a queste andavamo di qua o di là. Si aprivano circa tre vie all’anno. Ma io con il Feo e Mariano ho cominciato ad arrampicare tardi…

E interviene Mariano…

Sì col Feo stavamo aprendo la via alla Su Alto a destra del "Diedro". A cento metri dalla fine mi è saltato fuori un chiodo a pressione, sono caduto su un terrazzino (il primo della via…) e mi sono rotto tutte e due le gambe. La discesa è stata una bella esperienza, un giorno e mezzo in cui sono riuscito ad arrangiarmi in tutto con i due piedi rotti. A casa poi non potevo non lavorare e mi sono costruito due gambali di ferro per poter stare in piedi. Stavo al banco così… con due pantaloni rigidi che mi tenevano su. Feo non vedeva mai difficoltà e insisteva perché tornassi sulla Su Alto con quei due gambali.
Mi diceva "Dai, vieni ti do una mano io e finiamo la via, dai". Ma io non ne volevo sapere di andar in parete così. Una sera si presenta con l’aria da cane bastonato, che non era certo da lui e mi sono preoccupato. Non aveva coraggio di chiedermi se poteva andare a finire la via con il Leoni, con cui non avevamo ancora arrampicato. Quando finalmente sono riuscito a farglielo chiedere sono scoppiato a ridere… "Ma Feo certo, vai vai!". Ero felice che potesse realizzare il sogno a cui tanto teneva. Ed ero felice che ci andasse con Paolo. Poi da quella volta siamo sempre andati in tre.

Paolo, guardando qualche foto e con il materiale da te costruito che mi hai mostrato mi è chiaro che eravate un po’ in anticipo sui tempi… Ma quei materiali, che si usavano solo in America, li avevi visti tu o te li sei inventati…dal niente?
Non li avevo mai visti, né sentito di nessuno che usasse cose diverse da chiodi o cunei. Ma ero perito meccanico e lavoravo in officina. Era normale che arrivassi da solo.

Già, ma anche dopo, quando sono usciti imbraghi e Friend, hai continuato a costruirti tutto in officina…
Ma certo, perché per esempio i Friend che vendevano non andavano bene. Avevano le molle troppo tenere e non erano stabili nella roccia. Così preferivo quelli che mi facevo io…e anche l’imbrago basso che mi sono cucito io era più comodo di quelli in commercio.

In una foto ho visto che usavate già il saccone da recupero, che pensavo avessero usato per la prima volta a Yosemite…
Mariano: Abbiamo arrampicato con il saccone per la prima volta sulla Karol Wojtyla, nel ’79. Avevamo capito che era impossibile portarsi in spalla tutto il materiale. Ma il primo lo aveva già usato Armando Aste sull’Ideale in Marmolada. Se l’era fatto con dei teloni da cammion, l’unico materiale che scivolava sulla roccia senza incastrarsi troppo e non si rompeva. Noi l’avevamo un po’ copiato.

Beh, era circa come quello che si usa oggi…Ho anche visto che sopra al saccone mettevate un grande imbuto di plastica capovolto perché non si incastrasse. Ci avevo pensato anche io lo scorso anno, ma poi non l’ho provato…
Paolo: Sì, ma devi tagliare il bordo superiore dell’imbuto, se no si incastra lo stesso.

...grazie. E vi facevate anche i chiodi…
Paolo: Sì, di tre misure e di diversa durezza. Ma io non ero uno specialista dei chiodi.
Mariano: Già…Feo sì che sapeva chiodare… invece Paolo di chiodi ne metteva proprio pochi. Noi dal basso gli gridavamo "Chioda! Dai, metti ’sto chiodo!" e lui su. Diceva sempre che se si fermava a chiodare poi aveva meno forza per fare il passaggio…Così usava per lo più protezioni veloci di sua invenzione oppure…niente…e di forza ne aveva sempre. Paolo scalava già in libera e qualcuno ci chiamava….i carpentieri delle Dolomiti.

E con la storia dello snow board Paolo come è andata? Anche lì hai cominciato prestino…
Paolo: Le tavole non esistevano ancora in Italia. Ho visto una foto su una rivista americana di sci. Mi è subito piaciuta l’idea, così ne ho costruita una in legno e formica. Con Piero abbiamo cominciato a provare qui sui prati sopra a casa. Ma sai, non c’era nessuna tecnica da imitare e all’inizio non riuscivamo tanto. Mi ricordo di aver anche provato a mettere sotto la tavola una specie di pinna verticale, una deriva. Pensavo ci avrebbe aiutato per l’equilibrio. Invece anche così non stavamo in piedi. La realtà era che non sapevamo andare. Ho tolto la deriva e piano piano abbiamo imparato. Mi ricordo ancora le prime volte, dopo un bel po’ di prove dietro casa, che mi sono presentato in pista con quell’affare.. Quelli degli impianti neanche mi lasciavano salire…

E così anche in inverno…
Paolo: Partiamo tutte le domeniche. Di solito siamo un bel gruppo. Tutti sci alpinisti e io con la tavola e un paio di sci corti che mi sono fatto io per salire. Anche gli scarponi sono di mia produzione. Sappiamo sempre dove c’è la neve migliore e andiamo anche fino in Austria. Ma mai in pista, troppo noioso. Ci sono andato l’altro giorno, ma solo a insegnare a sciare alla mia nipotina…

E fra la roccia sotto le mani in estate e la neve sotto la tavola in inverno cosa ti piace di più?
Paolo: Certamente andare con la tavola in inverno… Aveva ragione il Feo, è un piacere più…immediato.

Devo dire che mi aspettavo una risposta diversa… e mi immagino allora che tu non vada male neanche sulla neve… (e lui sorride).
E tu Mariano, mi hai detto che avevi meno tempo per arrampicare…
Mariano: Si, io lavoravo anche il sabato e a volte raggiungevo Paolo e Feo la notte…anche direttamente in parete. Come quella volta che mi hanno dato una cartolina del Sass de la Crus, dove non ero mai stato. Mi hanno indicato la cengia dove avrebbero bivaccato. Sono partito da Rovereto la sera, dopo il lavoro e sono arrivato alla base della parete già di notte. Ho fatto tutto lo zoccolo slegato, sperando di essere sulla via giusta, e a mezzanotte li ho raggiunti sulla cengia. Il tutto per poter essere con loro per la domenica di arrampicata. Capitava anche che arrivassi poi direttamente il lunedì mattina al lavoro.

Eravate praticamente sposati per la scalata. Qualche "infedeltà"?
Mariano: Nell’inverno del ’70 Sergio Martini mi ha chiesto di andare con lui ed il Tello Ferrari a provare l’invernale del Diedro Aste sul Crozzon di Brenta. Il Feo non arrampicava d’inverno. Pativa il freddo ed era innamorato dello sci alpinismo. Sono andato a chiedergli cosa ne pensava e lui come al solito entusiasta "Ma vai vai Mariano, tu li porti giù tutti e due…"
Così siamo partiti. Quello del ’70 era un inverno gelido e con tanta neve. Nella salita io ero sempre ultimo e portavo il materiale. Poi la sera preparavo per gli altri il posto da bivacco, montavo la tendina e preparavo qualcosa da mangiare. La prima sera ho provato a dormire con loro nella tenda ma eravamo troppo stretti. Così dalla seconda notte, e per le quattro seguenti sono stato fuori. Ma io non pativo molto il freddo.

Come non pativi il freddo…? Ma che sacco a pelo avevi? E quanti gradi c’erano?
Mariano: Ma che sacco a pelo… Mi ero fatto prestare una giacca di piumino da Armando Aste (che era quella che Oggioni aveva sul Pilone). Era già un lusso per quei tempi di pochi soldi e mi sembrava caldissima. Comunque la temperatura i primi tre giorni era costante fra i meno venticinque ed i meno trenta. Poi è venuto un po’ più caldo, ma è cominciato il brutto. Al terzo giorno il Tello si è fatto cadere il fornello e così per i restanti tre non abbiamo più bevuto ne mangiato. Avevamo solo delle pastiglie di integratori che scioglievamo in bocca con un po’ di neve. Lì per la prima volta ho capito di che fibra era fatto Sergio Martini. Allora aveva vent’anni e ha sempre arrampicato da primo, a quelle temperature e con tutta quella neve. In cima era stanco. Il Tello anche, il freddo gli aveva un po’ preso la testa. Tutti e due avevano congelamenti ai piedi. Io invece stavo bene e così sono sempre stato davanti ad attrezzare tutte le doppie giù per lo spigolo nord. Dalla cima al rifugio ci abbiamo messo un giorno, prima a doppie e poi facendoci traccia in un metro e mezzo di neve fresca.

A me il tutto sembra abbastanza…estremo. Ma da dove tiravi fuori quella resistenza del fisico e della testa?
Beh, sì, era stata una bella salita. Ci aveva telefonato anche Messner per complimentarsi. Comunque per me era abbastanza nomale. Sai…venivo da una vita dura. Ero nato nel ’39, e mio padre non l’ho visto fino al ’45, quando è tornato dalla guerra. Eravamo la famiglia più povera del paese…non avevamo niente. Da bambino scaricavo sacchi di cemento e li trasportavo per un bel pezzo. Per quel lavoro mi davano un pasto al giorno. La prima volta che ho mangiato fino a non aver più fame avevo quindici anni. Ed ero abituato anche ad una vita selvaggia..

In che senso…?
A otto anni ho cominciato a camminare da solo per tutte le montagne intorno alla valle. Scappavo di casa e facevo giri anche lunghi… Poi quando tornavo ne prendevo tante… Mi ricordo che a quattordici anni per la prima volta ho dormito da solo in un bosco in montagna…che paura, ma che senso di stupore ed attrazione per quel genere di cose… Più tardi, quando ho cominciato a scalare cosa vuoi che fosse stare senza mangiare o un bivacco imprevisto… Mi ricordo ancora il primo, sulla Cassin alla Ovest, con il Feo. Lui era un po’agitato, per me era normale. Poi nella vita di bivacchi insieme ne abbiamo fatti cento.

…e di sacchi a pelo ne hai visti pochi…
Mariano: Mai, solo negli ultimi anni in Marmolada avevo un sacco da bivacco di nylon.

È per questo che anche adesso ti vedo sempre, anche in inverno, a piedi scalzi coi sandali?
Di scarpe da bambino ne ho viste poche. Anche in montagna sono andato tanto scalzo. Mi piace ancora adesso. È un piacere che ho trasmesso anche a una delle mie figlie.

Mariano, ma tu hai coscienza della tua forza fisica?
Beh, vedevo che quando c’era da portare carichi pesanti il mio zaino era diverso da quello degli altri…ma te l’ho già detto, ero abituato. A quattordici anni pesavo cinquanta chili e riuscivo a portare un sacco di farina da un quintale e tre. Non è che non facessi fatica. Solo, piuttosto di mollare…sarei morto. E così in montagna. I compagni dicevano che Mariano non sentiva la fatica o il freddo…ma non era vero. Solamente, la soglia di sopportazione era alta. Comunque obbiettivamente ho sempre goduto di salute e forza fisica.
Prima di cominciare ad arrampicare, ai giochi della gioventù i premi erano in pane e mortadella. Potevo rinunciare a un’occasione così? Avevo il trentotto di piede e non possedevo scarpe da ginnastica. Un amico del paese me ne ha prestate un paio numero quarantatre. Le ho riempite con della carta di giornale e via a provare i diecimila. Li ho corsi una volta sola in vita, in trentaquattro minuti…e solo per un premio da mangiare…

Almeno, con quel fisico, non avevi bisogno di allenarti tanto…
Allenarmi? Al lavoro, con gli attrezzi in mano tutto il giorno, quello era veramente un buon allenamento. La sola cosa che ho fatto come preparazione specifica è stata…nuotare.
Quando hanno aperto una piscina vicino a casa è stata una buona occasione. Qualche volta, in estate, dopo lavoro andavo a fare un centinaio di vasche. L’acqua mi piaceva e così sono anche diventato bagnino. Più avanti ho anche scoperto il wind surf.

E poi in montagna, tu e Feo, e poi Paolo, vi rendevate conto che stavate aprendo le vie su roccia più dure delle Alpi?
Feo non ne aveva idea. Per lui era impensabile di essere ai vertici, e non gli importava molto. Neanche a me, ma quando abbiamo aperto la Wojtyla, nel ’79, nel libro del rifugio avevo scritto che si trattava di una delle vie più difficili delle Dolomiti. Quelle dure degli altri le avevamo ripetute praticamente tutte e mi sembravano… più facili.
Qualcuno parlava delle nostre vie come di salite dalle difficoltà classiche. Renzo Corona, dopo aver ripetuto la Cattedrale, aveva detto che quella era una via dalle difficoltà nuove rispetto a quelle già esistenti in Dolomiti.
Comunque mi rendevo conto delle abilità sia di Feo che di Paolo. Il primo era forte sia in libera che in artificiale, il secondo, soprattutto in libera…eccezionale. Io ero bravo come loro solo in artificiale. Essendo un artigiano, avevo una buona manualità. Con il martello ero preciso, in tutte le posizioni, sia con la destra che con la sinistra.

Mariano, hai la quinta elementare e una cultura generale e approfondita che pochissime persone hanno. Ma fra il lavoro dalla mattina alla sera dal lunedì al sabato, le montagne la domenica ed una vita in famiglia, dove hai trovato il tempo per leggere tanto?
Era ed è un piacere irrinunciabile. Non ho mai avuto bisogno di dormire tanto, così la sera e la notte ho letto… Se avessi potuto mi sarebbe piaciuto studiare…di tutto. Perché quando leggo mi entra tutto nella testa e non se ne va più.
Ma come fai a non apprezzare i grandi autori russi…o il sesto e il ventiseiesimo dell’Inferno di Dante (e comincia a recitarmene uno intero a memoria, e io brucerei la mia maturità scientifica…). Amo e conosco bene storia e letteratura, ma il mio forte sarebbe stata la matematica, anche quella pura. Le mie figlie hanno fatto il liceo, ma se ci sono da fare dei conti vengono da me.

Hai dei rimpianti?
Mariano: Ma non proprio…non so. La sola cosa che mi è veramente mancata è…il tempo. Mi sarebbe piaciuto l’alpinismo da grandi montagne, le spedizioni. La sola volta che sono andato via, in Patagonia, è stato veramente bello. Stavo bene con tutti i compagni di spedizione, non avevo problemi con la fatica, il camminare, gli zaini pesanti o il freddo.

C’era anche il Feo?
Sì, con il suo solito ottimismo, anche nel mal tempo patagonico. Vedi, Graziano era sempre entusiasta di tutto. I problemi non esistevano. Il giorno dopo ci sarebbe sempre stato il sole. Non hai idea di quante volte siamo partiti da Rovereto sotto la pioggia per andare a bivaccare sotto una parete e svegliarci la mattina dopo fradici… Ma l’importante era andare…

E i rapporti con gli altri alpinisti?
Il Feo e io, e poi con il Paolo, formavamo un po’ una cordata…se vuoi…chiusa. Eravamo circa sempre noi tre. Non era per una scelta presa a priori ma semplicemente eravamo affiatati e stavamo bene così. Paolo e Feo erano diversi, sia nei ritmi di vita che ad arrampicare. Paolo era super efficiente e sempre veloce. La mattina era sempre il primo a svegliarsi e scalpitava per partire. Feo era più pigro, disordinato e pasticcione ma sempre rilassato. Io anche… dopo la settimana al lavoro, figurati se la domenica mattina, in parete, avevo voglia di svegliarmi presto… Quando c’erano scelte tecniche e tattiche da prendere, il Feo aveva sempre la meglio. Comunque per lui tutti gli alpinisti erano fortissimi, sempre più bravi di noi.

Una vota alla Su Alto, stavamo ripetendo la Livanos. Ci sono arrivati dietro due ragazzi francesi che andavano di fretta, e il Feo "Mariano, lasciamoli passare che questi si che vanno". Non ero tanto d’accordo ma ci siamo fatti da parte. Poi i due ci hanno rallentato tantissimo e hanno fatto partire una scarica di sassi che ha colpito alla testa il Feo. L’ho fasciato alla meglio ma ormai era tardi e abbiamo dovuto bivaccare. La mattina ci siamo svegliati sotto venti centimetri di neve fresca, ancora nel brutto tempo e lui tranquillo e quasi sollevato: "Mariano, meno male che li abbiamo lasciati passare ieri quei due ragazzi, loro non avevano niente per bivaccare…pensa in che guaio sarebbero adesso…" e poi guardando verso ovest con l’aria preoccupata "Poveri Armando e Franco in Marmolada, speriamo che stiano bene…". Mi sarebbe venuto da dirgli "Ma Feo, e noi? Lo vedi dove siamo!?". È che il suo ottimismo era così disarmante che ti lasciava senza parole…

Ogni tanto lo prendevo in giro: " Il fatto è che, Feo, sei restato un bambino…non sei mai diventato un adulto…". Perché la sua bontà d’animo e la sua fiducia totale in tutti lo portavano ai limiti dell’ingenuità. Pensa che non chiudeva mai serrature con la chiave…diceva che sarebbe stato come dare dei ladri agli altri…

Ed era anche uno piuttosto tenace?
Tenace? Direi quasi testardo. Quando si metteva in testa una cosa non c’era modo di fargli cambiare idea. Ma questa era per noi una fortuna, perché era un trascinatore. Con il fatto che per lui il bicchiere era sempre mezzo pieno riusciva sempre a convincerci a partire.
Ad esempio, ogni volta che andavamo in Marmolada, per anni, passando sotto la parete guardava in su al pilastro a destra della Vinatzer e sognando: " Guardala! La ci sta. Dai, è la via perfetta! Prima o poi andiamo" e ci guardava con speranza. Noi eravamo un po’ scettici, e lì è nata la Cattedrale, che per me è la via della parete. Anche per questo ha quel nome…

E il Feo è stato un trascinatore solo con voi due?
No, assolutamente. Non hai idea di quanta gente abbia cominciato a frequentare la montagna grazie a Feo. Portava amici a scalare in estate e a sciare in inverno. A tutti ha trasmesso la sua grande passione, sempre impregnata di sani valori umani.
Al di là delle sue abilità tecniche in parete, Feo è stata forse la più importante figura dell’alpinismo roveretano, almeno di quegli anni. La sua personalità, così forte, positiva, trasparente e pulita, ha veramente lasciato un segno profondo in tutto l’ambiente alpinistico.

Già, un segno che mi sembra sia ancora molto sentito…
Mariano: Quando si parla di lui mi sembra che sia ancora qui, con il suo sorriso e la sua voglia di vivere. E mi accorgo che questa è una sensazione che hanno in tanti.
Quel giorno che è morto, mi è mancata una parte di me. Oggi ringrazio Dio di avermi fatto condividere con Feo tanta vita.

Un’ultima domanda, che riguarda forse anche un po’ me. Come è stato rivedere immagini della vostra via in Marmolada?
Paolo: Quando ti ho visto uscire dal tetto, prendere il manettone e urlare di gioia… quell’appiglio me lo ricordo bene. Quando l’ho preso ho urlato anch’io, al Feo. Sentivo che dopo sarebbe andata. Di quella via mi ricordo molto. A vedere il film mi sembrava di essere ancora là…

Mariano: Al di là del fatto che hai parlato di noi, e questo ci ha fatto piacere, ripercorrendo quella via e parlandone così, ci hai riportato un pezzo di vita di quegli anni. È stata una bella scusa per risentire l’atmosfera che vivevamo, per risentire il Feo e le montagne. Per noi è stato bellissimo…

Grazie mille. Di tutto.

Pietro Dal Pra

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