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Monte Brento Via Giacomo Deiana: Alessio Tait in esplorazione sulla diagonale che porta agli strapiombi finali.
Fotografia di archivio Marco Pellegrini, Francesco Salvaterra, Alessio Tait
Monte Brento Via Giacomo Deiana: Marco Pellegrini su un tiro chiave della parte bassa
Fotografia di archivio Marco Pellegrini, Francesco Salvaterra, Alessio Tait
Monte Brento Via Giacomo Deiana: Alessio Tait, Francesco Salvaterra e Marco Pellegrini in 'vetta' con gli ultimi strapiombi alle spalle
Fotografia di archivio Marco Pellegrini, Francesco Salvaterra, Alessio Tait
Il tracciato della Via Giacomo Deiana, Monte Brento, Valle del Sarca (Marco Pellegrini, Francesco Salvaterra, Alessio Tait)
Fotografia di archivio Marco Pellegrini, Francesco Salvaterra, Alessio Tait

Monte Brento, in Valle del Sarca una nuova via di Pellegrini, Salvaterra e Tait

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'Una grande via su una parete storica.' Il report di Alessio Tait che insieme a Marco Pellegrini e Francesco Salvaterra ha aperto la Via Giacomo Deiana (750 m, VII+, A1, R4+), una nuova linea di arrampicata sull’enorme parete est del Monte Brento, simbolo della Valle del Sarca (TN). La via tra corre tra il Pilastro Magro e Via degli Amici ed è stata aperta in due riprese tra il 2016 e il 2018, con due bivacchi in parete.

26 settembre 2018 ore 19.00, eccoci qui! Francesco Salvaterra, Marco Pellegrini ed Io, seduti di fronte ad una birra al bar delle placche stanchi, felici e quasi increduli per esser stati capaci di uscire dalla via così presto rispetto alle nostre aspettative; guardiamo la parete in cui siamo stati immersi per le ultime quarantott’ore e rievochiamo i bei momenti appena trascorsi lassù assaporando quel mix di soddisfazione e rilassatezza di quando qualcosa di ambito viene portato a termine, di quando qualcosa di ancora ignoto ha avuto la sua risposta, di quando ci si è creduto lottando assieme si è stati premiati!

Negli ultimi due anni trascorsi dal primo tentativo del 2016 la linea sulla parete est del Monte Brento era rimasta un grande punto di domanda; tante volte l’avevamo osservata dal bar delle placche e molte volte ci eravamo chiesti se li sopra saremmo passati e soprattutto se la parte alta della via ci avrebbe concesso uno spiraglio di luce in quel mare di strapiombi.

Molte volte avevamo tentato di organizzarci per tornare ma lo volevamo fare in una sola maniera: ovviamente noi tre di nuovo assieme e possibilmente ripartendo dal basso raggiungendo il punto lasciato la scorsa volta e cercando di uscire in un’unica soluzione. Per fare ciò si è dovuto attendere forse più del previsto ma di certo ne è valsa la pena

Ottobre 2016: Mi trovo con Franz un pomeriggio in falesia, tra i racconti di avventure da lui trascorse nei mesi addietro mi lascio incuriosire da un’idea avuta da lui e da Pelle rispetto ad una nuova via sulle placche tra la via degli Amici e il Pilastro Magro al Monte Brento; forse non maschero troppo bene la mia curiosità per il progetto tanto che Franz mi legge nel pensiero e confrontatosi con Pelle pochi giorni dopo mi invitano ad aggiungermi alla cordata. 15 giorni dopo siamo già in parete!

31 ottobre 2016: ci si trova di buon mattino al Bar delle placche per preparare il materiale. Siamo organizzati per un tentativo di salita Single Push, abbiamo con noi panini, barrette energetiche e qualche dolciume, una decina di litri d’acqua, un sacco a pelo leggero a testa e due materassini in tre, materiale alpinistico di cui una quarantina di chiodi, trapano e una manciata di spit che ci imponiamo di provare ad utilizzare solo per le soste almeno finché la parete ce lo concede. Siamo gasati e partiamo gagliardi, anche se ballonzolanti per via degli zaini il cui peso si fa decisamente sentire.

Siamo all’attacco poco dopo l’alba, tiriamo a sorte e tocca a me partire, scorgiamo degli spit artigianali che fiancheggiano a destra la linea ipotizzata per la salita, li utilizziamo per portarci in alto in maniera veloce e per verificare non vadano esattamente dove vorremmo andare noi! Dopo il primo tiro li abbandoniamo, obliquando decisamente a sinistra per portarci sulla direttiva della linea stabilita (verremo in un secondo tempo a raddrizzare la prima lunghezza e mezza di corda), mi muovo ora su terreno vergine, la roccia è quello che è, con calma proseguo e cerco di mettere tutte le protezioni che riesco; guardando in basso mi sforzo a pensare quale di esse avrebbe tenuto un mio volo ma lascio subito perdere e mi concentro sul salire con decisione. Mi faccio passare il trapano, piazzo la prima sosta e recupero i miei compagni.

Tocca a Pelle, scambio di materiale, Franz ed io ci rilassiamo forse pensando che il tiro successivo di primo acchito prometta meglio. Bastano una decina di metri tuttavia per capire che non saliremo agevoli come pensavamo; Pelle procede deciso nonostante le protezioni precarie, oltrepassa il caratteristico tettino triangolare visibile anche dal basso, di qui non lo vediamo più e lui scala imperterrito per quasi tutta la lunghezza della corda; solo quando viene il momento di raggiungerlo in sosta ci rendiamo conto che si è smazzato un altro tiro di quelli in cui bisogna muoversi cauti, respirare lentamente, e spingere le prese, non tirarle!

Prende il comando Franz, sale veloce un tiro di raccordo abbastanza semplice quanto improteggibile, ci recupera e procede per il tiro successivo; sale un diedro dall’aspetto orripilante ripulendolo al meglio da discreti comodini appena appena appoggiati, impiega la successiva ora e mezza sfoggiando tutte le doti di abile chiodatore per venire a capo del tiro che successivamente battezzeremo come “Il Filtro”.

Segue una breve lunghezza di corda per ritrovarci all’imbrunire su di una cengetta non più grande di una cattedra di scuola. Convinti che la cengia sottostante sia sicuramente più comoda per un bivacco mandiamo in esplorazione Franz; increduli dobbiamo rassegnarci quando da sotto ci dice che è meglio stare dove siamo.

A tal punto il posto si presenta talmente scomodo che presi da un po’ di sconforto consideriamo anche la possibilità di calarci; tempo di schiarire le idee e di farci tornar un po’ di forza d’animo e in blitz ritiriamo subito tale idea malsana e ci mettiamo a scavare con il martello come i forsennati fino a costruirci tre sedili, che saranno il nostro letto per la lunga notte.

Al mattino, seppur intorpiditi, abbandoniamo volentieri il nostro hotel 5 stelle e ripartiamo con quello che è forse il tiro più bello della via, sia per qualità della roccia che per difficoltà e proteggibilità. Lo guardiamo timorosi dalla nostra cengia sin dalla sera prima ma si rivela più semplice del previsto. Seguono abbastanza velocemente altre lunghezze di corda, più semplici ma ognuna con quel pizzico di “particolarità”che le rendono uniche nel loro genere.

E’ già pomeriggio e giungiamo a quel che chiameremo Punto G, una falda orizzontale di roccia marcia a mattonelle che è repulsiva a qualsiasi pensiero di arrampicata! Franz fa i numeri e poi si fa passare il trapano per metter due spit di progressione, indispensabili altrimenti il tiro risulterebbe improteggibile da sosta a sosta. E’ tardi, siamo stanchi e il meteo sta anche peggiorando avvolgendoci in un alone di umidità che non è buon auspicio per un altra notte da passar all’aperto ai primi di novembre. Ci rifocilliamo, organizziamo il materiale da lasciare in parete e da portare indietro e ci caliamo alla luce delle nostre frontali. Torneremo di certo, chissà quando!

25 settembre 2018: pronti attenti via, dopo innumerevoli tentativi di accordarsi per tre giorni che ci avrebbero permesso di fare tutto con calma, desistiamo dal provare ad incastrare i numerosi impegni di tutti e tre. Decidiamo di piazzare una statica sulle prime tre lunghezze e fare il possibile per uscire in 2 giorni, con obiettivo arrivare per sera del primo al giardino dell’Eden. Partiamo molto presto, e siamo veloci tanto che arriviamo in cima alle statiche che ancora sta schiarendo, ci organizziamo il tutto e incominciamo a scalare rapidi ma attenti; prendiamo subito il ritmo apprezzando ancor di più di essere in 3 in modo da alternare il relax per un buon in sosta dopo l’ingaggio del tiro appena scalato. Ci chiediamo se qualcuno verrà a ripeterla, cosa ne penserà, certi tiri sembrano meglio, certi altri riscontrano il nostro stupore nonostante li avessimo aperti noi stessi non più di due anni prima, tanto che decidiamo di dedicare dei nomi specifici data la loro “originalità”. Prendiamo la cosa con filosofia e ridiamo e scherziamo in sosta delle “ sventure “ che sta affrontando il primo di cordata; si crea così un clima ilare che ci accompagnerà e terrà alto il morale soprattutto nei tratti in cui la roccia si rivela terribile per non dire terrificante.

Nel primo pomeriggio siamo già sistemando la lunghezza che avevamo abbandonato la scorsa volta, nelle successive due ore Franz si impegna per venire a capo di un tiro decisamente ingaggiante. Lo che chiamiamo “Psycho Killer”; siamo un po’ demotivati, speriamo che l’indomani la qualità della roccia migliori soprattutto rispetto all’ultima lunghezza. Il morale torna però alto perché il tiro appena ultimato ci concede l’arrivo alla cengia nominata Giardino dell’Eden, il cui nome si rivela decisamente appropriato: prato verde, 3-4 posti perfetti da bivacco, alberelli e vegetazione rigogliosa, una vista sulla valle che all’alba e tramonto non ha prezzo e a ciò si aggiunge lo spettacolo dei Jumpers che si lanciano dal Becco dell’Aquila che visti da qui fa un discreto effetto. Ci godiamo la serata e la nottata lontano da tutto e da tutti, dal caos e dalla fretta che ci assale nella vita di tutti i giorni e apprezziamo al massimo la fortuna di potersi concedere delle avventure così ad un passo da casa.

L’indomani partiamo al caldo di un tiepido sole settembrino che ci convince senza troppi indugi ad abbandonare la comoda cengia; la prima lunghezza dalla cengia è quella della Via degli Amici dalla quale procediamo per evidente fessura diedro in verticale e poi per evidenti fessure oblique giungendo a non più di 60/70 metri dall’uscita, siamo quasi increduli del fatto che la parte alta della via si riveli così accessibile; mancano però ancora due lunghezze che ci daranno un po’ di filo da torcere. La prima ci costringe ad un passo in artificiale appena sopra la sosta, proprio per via di numerose lame instabili e ci porta in una ventina di metri ad altro terrazzino da cui vediamo l’uscita. Il tiro successivo è più impegnativo e strapiombante, ci costringe a mettere qualche spit in più ma alle 16.00 siamo in cima, ci sdraiamo e gustiamo le ultime provviste stanchi e felici di aver portato a termine il nostro ambito progetto, ci organizziamo per il trasporto a valle e siamo fortunati a trovare un passaggio dal Taxi che rientra dopo aver portato i Jumpers al Becco dell’aquila per il lancio serale. Alle 19 siamo davanti ad una birra al bar delle placche….

Cosa manca?! Un nome, solo il nome della via; Franz e Pelle da tempo pensano di voler dedicare la via a Giacomo Deiana, ragazzo sardo venuto a mancare in età giovane l’inverno scorso. Giacomo era un grande amico di Franz e Marco, è venuto a mancare mentre si preparava per le selezioni di Aspirante Guida Alpina scalando una cascata di ghiaccio a Cogne. Ci piace l’idea di ricordarlo con una grande via su una parete storica.

di Alessio Tait


SCHEDA: Via Giacomo Deiana, Valle del Sarca

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