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Eiger parete Nord: Edoardo Saccaro sul primo tiro della rampa
Fotografia di Francesco Rigon, Edoardo Saccaro
Eiger parete Nord: Edoardo Saccaro sul Traverso degli Dei
Fotografia di Francesco Rigon, Edoardo Saccaro
Eiger parete Nord: Francesco Rigon sul secondo tiro della rampa
Fotografia di Francesco Rigon, Edoardo Saccaro
Francesco Rigon, Edoardo Saccaro in cima all'Eiger il 23 gennaio 2020 dopo aver salito la parete nord
Fotografia di Francesco Rigon, Edoardo Saccaro
INFORMAZIONI / informazioni e collegamenti:
    Materiale usato per la salita:
    Una corda singola da 60mt
    Un set di friend 0.3-2 BD
    Un set di Nut
    5 viti da ghiaccio
    12 rinvii meglio se lunghi
    Micro-traction per recuperare il secondo

    Materiala per il bivacco:
    Un sacco a pelo (Confort -15°C almeno) a testa (se c’è vento può essere utile il sacco da bivacco)
    Un materassino gonfiabile a testa
    Un Jetboil (verificare se il bruciatore è ottimizzato per le basse temperature)
    Due bombolette di gas propano da 100gr (una per ogni pasto, attenzione che siano solo di propano, perché il butano al freddo non evapora)
    Due buste di liofilizzati (ricordarsi un cucchiaio per mangiare)


    Cliccate qui per il tracciato della via.
    In giallo ho segnato i posti per un possibile bivacco, in blu le indicazioni per la salita. Devo dire che escludendo la prima parte dove non è semplice orientarsi, per il resto la via è logica, e in due giorni non ho mai dovuto guardare la relazione per capire dove salire. Se non ci fosse la traccia che porta all’attacco, conviene salire fino all’attacco il giorno prima con la luce per avere un riferimento quando si parte la notte successiva (ci vorrà circa mezz’ora se la neve non è troppo profonda).

Eiger parete nord e la Heckmair, Rigon e Saccaro sulla via senza tempo

di

Il report di Francesco Rigon che a gennaio insieme a Edoardo Saccaro ha ripetuto la storica via Heckmair sulla parete nord dell’Eiger in Svizzera. Aperta nel luglio del 1938 dai tedeschi Anderl Heckmair e Ludwig Vörg e dagli austriaci Fritz Kasparek e Heinrich Harrer, ancora oggi questa leggendaria via rimane una salita impegnativa ed ambita.

La nord dell’Eiger. Credo sia il sogno di ogni alpinista scalare questa parete diventata leggenda, sicuramente era il mio! Nel 2008 Ueli Steck la salì in 2h e 47minuti, facendo a mio avviso una delle imprese alpinistiche più impressionanti dell’era moderna. Lui si è superato definitivamente nel 2015 salendo la via in 2 ore, 22 minuti,  ma sono state le immagini di quella salita del 2008 con la colonna sonora dei Radical Face "Welcome Home" a stregarmi. Quando ero sul nevaio finale dell’Eiger, nonostante il dolore ai polpacci, sentivo nella mia testa quella canzone dandomi la giusta carica per raggiungere la cresta Mittelegi ormai vicina.

Ma partiamo dall’inizio, era il 2015 quando stiamo per partire per questa salita, poi purtroppo una serie di contrattempi fanno sfumare l’idea. Da allora, quando ero libero io, le condizioni della parete non erano più state buone. Poi un giorno di gennaio, aprendo Instagram, vedo che un amico aveva salito l’Orco (soprannome dell’Eiger): le condizioni sembravano ottime nella parte bassa e un po’ secche in alto, ma sufficientemente buone per provare. Parte allora la ricerca disperata di un compagno, tra impegni di lavoro, allenamento e condizioni fisiche, sembrava un’impresa più difficile che la scalata stessa. Per fortuna il buon Edoardo Saccaro ha risposto “presente” con entusiasmo, avevamo fatto il corso guide assieme dove era nata una bella amicizia, e da lì avevamo condiviso tante vacanze e scalate.

Martedì mattina ci troviamo a Milano e da lì varchiamo il confine Svizzero, super gasati. Grindelwald non è proprio dietro l’angolo, la strada è lunga e rispettando i limiti di velocità non si arriva più… ma ad un certo punto a 10km da Grindelwald la valle piega leggermente a destra e spunta l’Eiger, l’emozione sale…

Parcheggiamo l’auto nei pressi della stazione ferroviaria di Grund e da qui prendiamo il famosissimo trenino che porta a Kleine Schedigg. Durante tutta la salita, la parete Nord incombe sulla ferrovia e si possono vedere tutti i passaggi più famosi della via. Ma quello che mi ha stupito é che non si percepisce la reale dimensione della parete, la cima non sembra poi così distante, purtroppo è la solita illusione che si ha guardando le montagne dalla base. Poi quando la stai scalando non finisce più, è veramente enorme.

Arrivati a Kleine Scheidegg prendiamo la coincidenza per Jungfraujoch, da qui il treno prima di entrare nella galleria dell’Eiger si ferma alla stazione di Eiger Gletscher, la fermata più comoda per chi vuole salire la parete Nord. In questa stazione c’è un ristorante con delle camere, purtroppo quest’anno sono tutte occupate dagli operai che lavorano alla galleria e alla nuova cabinovia (weekend esclusi). Per fortuna la titolare (Alexandra), si dimostra veramente ospitale e trova un angolino nella sala da pranzo dove possiamo dormire con i nostri sacchi a pelo, ci lascia preparata la cena e la colazione abbondante (dalle 17 in poi il ristorante resta senza personale che scende a valle con l’ultimo treno). Così per non sbagliare ceniamo alle 17:30 e alle 18 siamo nel sacco a pelo, nella vana speranza di dormire. Ma come spesso accade prima di una grande avventura non ho dormito molto. Alle 2:30 ci svegliamo, ci prepariamo senza fretta e alle 3:30 siamo in marcia.

Da Eigergletscher all’attacco della via ci vuole circa mezz’oretta, la neve non è molto incoraggiante, è abbastanza soffice e in certi punti si affonda fino al ginocchio, ma per fortuna appena il terreno si fa più ripido la neve diventa portante. Il giorno prima dal trenino avevo intravisto quella che mi sembrava una traccia che saliva verso l’attacco della via e, per fortuna, ci avevo visto giusto perché trovare l’attacco della via al buio è estremamente difficile. La traccia che seguiamo attraversa in piano un terzo della parete, poi inizia finalmente a salire. Superato un facile saltino con qualche roccetta affiorante, si riprende ad attraversare verso sinistra su una cengia molto ampia, anche se inclinata, dove bisogna sempre prestare attenzione perché una scivolata potrebbe avere gravi conseguenze. Così giungiamo all’attacco della via che è caratterizzato da un diedro fessurato con una placchetta commemorativa di metallo sulla sinistra, ma che quello fosse l’attacco non lo sapevamo, così continuiamo a seguire la traccia che prosegue verso sinistra. Dopo aver risalito una canale di misto, il terreno si fa più semplice e ci sleghiamo nuovamente, proseguiamo lungo la traccia che conduce ad una zona più ripida, così decidiamo di attraversare a destra per raggiungere una tratto di parete che sembrava più semplice. La scelta si rivela esatta e ci ricongiungiamo con la traccia che sale dall’attacco corretto. Al buio non è facile quantificare le distanze così ogni volta che attraversiamo verso destra penso di essere arrivato al traverso delicato prima della fessura difficile, che segna la fine dello zoccolo e l’inizio delle difficoltà, ma vengo disilluso un paio di volte; saliamo ancora: la parete è veramente immensa. Arriviamo al traverso delicato dove ci leghiamo con la prima luce dell’alba. Sotto la fessura difficile ci prendiamo la prima pausa per mangiare e bere e qualcosa – quando si affronta una salita molto lunga è importante non dimenticarsi di bere e mangiare per mantenere il fisico efficiente.

La fessura difficile è in realtà una specie di diedro verticale di roccia, qui per fortuna gli agganci per le piccozze sono ottimi e ci sono anche tre chiodi di progressione. Sale Edoardo da primo e superata la sezione verticale, appena pianta le piccozze sul ghiaccio, riprende a salire veloce e in breve mi recupera in sosta. Da qui la via attraversa decisamente a sinistra e proseguiamo in conserva lunga –  cioè mettendo delle protezioni intermedie ma scalando sempre contemporaneamente.

Edoardo continua ad andare avanti e io lo seguo, devo dire che siamo un ottimo team e saliamo velocemente, tanto che sono costretto a rubare uno scatto sulla famosa traversata Hintersoisser mentre Edoardo continua a salire tirando la corda come un matto, ma non  potevo non avere un ricordo del passaggio più famoso della via – che nelle condizioni in cui l’abbiamo trovato era facilissimo per fortuna.

Dopo la traversata si entra nel primo nevaio che si risale tenendone la destra. Il primo nevaio è collegato al secondo attraverso un canalino che, senza ghiaccio, può essere molto ostico. Alla base di questo canale Edoardo fa sosta e ci ricongiungiamo, vado avanti io, anche perché ormai tutto il materiale della cordata era sul mio imbrago dopo tutti quei tiri in conserva! Il canale era in ottime condizioni: una goulotte di ghiaccio dove si riusciva anche a piazzare qualche vite.  In uscita metto un ultima vite con  un T-bloc (un sistema per impedire, nel caso di caduta del secondo, che la corda vada in tensione provocando anche la caduta del primo), e da qui proseguo in conserva fino alla sommità del secondo nevaio, su neve ghiacciata durissima, dove le punte dei ramponi entrano appena, con i polpacci che iniziano a far male – dolore che mi accompagnerà tutta la salita.

Il secondo nevaio si sale in diagonale verso sinistra per poi rimontare un diedro-camino roccioso (chiamato “ferro da stiro”) che da accesso ad una rampa di neve che porta al “bivacco della morte”. Il tiro del “ferro da stiro” è ostico perché la bella neve ghiacciata della parte bassa da qui in su diventa inconsistente, costringendoci a salire sulle roccia sottostante, così la progressione diventa più lenta e delicata fino all’uscita. Verso le 11:30 giungiamo al “bivacco della morte”, ormai tardi per provare a salire la parete in giornata, ma questo lo avevamo messo in preventivo, infatti avevamo tutto l’occorrente per passare la notte in parete (il “bivacco della morte” è sicuramente il migliore di tutta la via, ma non aspettatevi grandi grotte o cenge, solo un leggero strapiombo alla cui base si può scavare nella neve un terrazzino per dormire comodi in 2, spit per assicurarsi in loco).

Al bivacco della morte facciamo un’altra pausa, mangiamo il panino che ci eravamo preparati la mattina, ancora un sorso d’acqua e si riparte per la rampa. Da qui in poi procediamo a tiri di corda, perché le difficoltà renderebbero la salita in conserva troppo pericolosa – inoltre nella rampa ci sono tutte le soste.

I primi tiri sono abbastanza semplici anche se la neve inconsistente non aiuta a salire veloci. Circa a metà della rampa (al 6° tiro) c’è il tiro del “camino della cascata” – noi l’abbiamo trovato completamente secco – un camino di roccia di 5° con qualche aggancio per la piccozza discreto, ma gli appoggi per i piedi sono pochi (caratteristica tipica della roccia dell’Eiger sempre liscia e spiovente) e, per fortuna, c’è qualche chiodo di passaggio con dei provvidenziali cordini. Il tiro successivo non è per niente banale, forse ho sbagliato salendo sulla placca delicata a sinistra (chiodi e 1 spit) invece che nel fondo del diedro intasato di neve; sarà un caso ma in uscita di questo tiro vi è l’unica sosta su spit (1) di tutta la via. Da qui con un tiro un po’ lungo (70m) si esce dalla rampa e si arriva alla “cengia friabile” (dove si può bivaccare abbastanza comodi).



Noi abbiamo proseguito per un altro tiro – la “fessura friabile”, che in realtà è una fessura di 5° per nulla friabile e ben protetta – per bivaccare all’inizio del “traverso degli Dei”.

Appena prima di noi erano arrivati al “Traverso degli Dei”, accaparrandosi i posti migliori, Andreas , una guida di Grindelwald, con il suo cliente – Andreas ci aveva chiesto di passare avanti sulla rampa, dato che aveva scalato la nord dell’Eiger 35 volte, ci era sembrata una richiesta più che giustificata. Quando sono arrivato all’unico posto da bivacco ho capito perché erano passati avanti, nell’esile cengia c’è spazio solo per tre persone, la quarta deve dormire più in basso ricavandosi una giaciglio scavando nella neve. Purtroppo il posto peggiore è toccato a me, visto che Edoardo, per risparmiare peso, non si era portato il materassino. Appena sistemato il materiale, abbiamo preparato la cena con le gambe a penzoloni sulla nord, con una vista spettacolare sulla valle di Grindelwald, illuminata nel buio della notte che avanzava. Abbiamo fatto sciogliere un po’ di neve e l’abbiamo versata nelle nostre buste di pasta liofilizzata, non sarà il massimo, ma con la fame che avevamo, mangiare quella brodaglia calda ha fatto piacere. Abbiamo sciolto un’altro litro d’acqua a testa, il che ha richiesto una mezz’oretta visto che il nostro JetBoil non bruciava benissimo, dopo ci siamo messi nei nostri sacchi a pelo con imbrago e scarponi, dal momento che dov’eravamo non si poteva dormire slegati. La notte è stata lunghissima, non troppo fredda devo dire, ma molto scomoda. Dovendo dormire sul ciglio del baratro, con parte del materassino sospeso nel vuoto, prendevo sonno ma subito mi risvegliavo, così quando finalmente sono arrivare le 6, sono stato contento di rimettermi in piedi.

Una bella tazza di the di caldo e qualche biscotto è stata la nostra colazione. Abbiamo sciolto un litro d’acqua (anche avendo tempo di scogliere più acqua non avremmo saputo dove metterla dato che la seconda bottiglia aveva deciso di scendere a valle autonomamente, per fortuna vuota), preparato un thermos di the caldo da mezzo litro per la giornata e siamo ripartiti. Il “Traverso degli Dei” è lungo 150m circa, ma la scalata è delicata e per arrivare al “Ragno Bianco” (piccolo nevaio sulla parete) ci mettiamo un’oretta.

Dal “Ragno Bianco” saliamo per 3/4 tiri su un sistema di goulotte che portano alla “Fessuna di Quarzo”, un tiro un po’ strano ma molto divertente da scalare (attorno all’M5). Dalla sosta sopra la “Fessura di Quarzo” con un traverso in discesa, agevolato da due corde fisse, si arriva alla base dei “Camini Neri”, dove c’è la possibilità di passare la notte (“Bivacco Corti” – ci si sta in due seduti, ma si è all’uscita di un camino che per quanto vicino alla cima, non è di certo un posto sicuro per la caduta di sassi).

I “Camini Neri” sono l’ultima difficoltà della via, in realtà non sono molto impegnativi – su roccia sarà 4°- ma non si riesce a mettere delle protezioni se non i due tre chiodi che ci sono, per cui vanno saliti con calma e sangue freddo. Nel secondo tiro dopo circa 30mt si attraversa a destra su un terrazzino e da qui si va a prendere una lingua di ghiaccio che sale verso la calotta sommitale. Da qui si può dire che è fatta, mancano solo 250mt alla cresta e son tutti su ghiaccio, noi ci eravamo portati solo 5 viti per cui saliamo in conserva e ogni 60mt metto un t-bloc. Prima del nevaio sommitale trovo un ottimo sasso che sporge dal ghiaccio, creando un meraviglioso terrazzino orizzontale, un sogno per i miei polpacci disintegrati, faccio sosta e recupero Edo, e soprattutto le viti da ghiaccio che aveva preso nei 150mt sottostanti. Così riparto con “welcome home” nella testa.

Incredibilmente qui le distanze si restringono e la “Cresta Mittelegi” è più vicina di quello che sembra. La scavalco e recupero Edoardo a spalla (qui c’è un ottimo posto da bivacco, a differenza della cima, che è sempre senza neve). La cresta è abbastanza semplice, e in un paio di minuti siamo in cima. Ce l’abbiamo fatta! Un sogno è diventato realtà.



Avevo la traccia gps della discesa nel mio Suunto, nel caso fossimo arrivati in cima col buio, ma con la luce è abbastanza semplice: nella prima parte si tiene più o meno la cresta ovest sopra la parete nord (verso la fine prima di entrare nel ghiacciaio c’è una calata, che abbiamo aggirato a sinistra faccia a valle) poi da quando si entra nel ghiacciaio è semplice, si passa la seraccata sulla destra e più in basso si aggira un tratto di ghiaccio più ripido attraversando verso sinistra. Da qui è semplice ed evidente fino ad Eigergletscher, correndo nel tentativo di prendere l’ultima corsa del treno – che abbiamo perso per 10minuti – ci abbiamo messo 1h e mezza per scendere dalla cima.

Devo dire che non è stato un male perdere il treno perché abbiamo cenato con calma a Eigergletscher e dormito divinamente nella sala da pranzo che ci aveva accolto due notti prima, altrimenti avremmo passato la notte guidando per tornare a casa e arrivare in tempo al lavoro…

di Francesco Rigon

Info: francescorigon.com

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