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Andrea Mellano e Reinhold Messner all'inaugurazione del Palazzo a Vela a Torino, 1982
Fotografia di archivio Andrea Mellano
Patrick Edlinger in gara a Sportroccia '85, Bardonecchia
Fotografia di Marco Maria Scolaris
Riccardo Cassin alla premiazione di Sportroccia Bardonecchia 1985,
Fotografia di archivio Andrea Mellano
Andrea Mellano a Milano durante la inaugurazione della 'casa degli arrampicatori', la nuova sede della FASI, novembre 2019
Fotografia di Davide Terenzi / FASI

Le Olimpiadi di Andrea Mellano, come sono nate le gare di arrampicata

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Intervista all'alpinista ed arrampicatore Andrea Mellano. Classe 1934, negli anni '80 Mellano è stato uno dei primi a credere nella nascente arrampicata sportiva e, insieme a Emanuele Cassarà, ha dato l'impulso fondamentale per fare nascere le moderne competizioni di arrampicata che l'anno prossimo faranno il loro debutto olimpico ai Giochi di Tokio 2020. Di Andrea Giorda

Andrea Mellano è stato il primo promotore della scalata sportiva. Sua la prima palestra indoor aperta al grande pubblico al Palazzo a Vela di Torino. Primo organizzatore insieme ad Emanuele Cassarà delle gare di arrampicata nel 1985. Fondatore della SASP e della Fasi, un mito mondiale tutto italiano che ci racconta in questa intervista, alla soglia delle Olimpiadi di Tokyo, come la sua fosse pura visione ed eresia quarant’anni fa.

"Quell’uom di multiforme ingegno" no non mi riferisco all’omerico Ulisse, ma ad Andrea Mellano classe 1934, 85 anni quest’anno. Solo il racconto delle sue scalate riempirebbe una serie su Netflix, di quelle che si vedono tutte di un fiato incollati alla poltrona.

Primo italiano insieme agli storici amici a salire la Nord dell’Eiger, quando ancora gli italiani non erano ritenuti in grado di scalarla. Lui e Romano Perego, Ragno di Lecco, furono i primi italiani ad aver scalato tutte e tre le grandi nord: Cervino, Eiger e Grandes Jorasses. Esploratore con spedizioni in Nepal dove salì cime inviolate e in Afghanistan dove conobbe il Re e fu ammesso al tempio dei grandi Buddha. Quelli che i talebani fecero poi saltare in aria. Amico di Guido Rossa il sindacalista ucciso dalle Brigate Rosse, di cui ricorda l’aneddoto che gli toccò trasportarlo sul tetto della seicento dopo che si era infortunato sul Becco di Valsoera, in auto, con la gamba puntellata non ci stava!

Ma il Mellano Alpinista negli anni lascia il posto ad un Mellano visionario al quale il movimento dell’arrampicata mondiale attuale è grande debitore, in quanto lui ha teorizzato per primo l’arrampicata come sport, una vera e propria eresia per i suoi contemporanei. Contro tutto e tutti ci ha creduto e la recente ammissione dell’arrampicata ai Giochi Olimpici, grazie a Marco Scolaris, è anche una sua conquista che andrebbe sottolineata a dovere.

Nel 1980 sapevo che Andrea Mellano era quello che aveva scalato il formidabile spigolo ovest del Becco di Valsoera, io avevo ripetuto la sua via e ne ero affascinato ma non lo conoscevo, rimasi stupito che tra tantissimi pretendenti chiamò proprio me insieme a Gerard Sallette e Valeria Valli a istituire il corso di arrampicata indoor al Palazzo a Vela di Torino; fummo i primi in una struttura artificiale.

Una delle prime persone che incontrai fu Patrick Berhault, giovanissimo, che mi chiese chi si iscriveva ai corsi… io non sapevo che dire perché era un mistero anche per me e dissi con una battuta poco felice, mah le casalinghe! Al chiuso era tutto da inventare. Con Marco Degani, che fece i disegni, scrissi il primo manuale per scalata indoor e piano piano capii l’enorme potenziale di quel nuovo giocattolone. Vidi arrivare Patrick Edlinger e Reinhold Messner curiosi e tanti altri nostrani come Roberto Perucca e un giovane e sconosciuto Andrea Gallo, campione di skateborad, che vedendomi tonico sui passaggi più difficili mi chiese quante trazioni facevo. Lo guardai e dissi boh (!) l’allenamento non è mai stato il mio forte, lui nella testa era già un professionista determinato e sportivo.

Certo i giornalisti erano incuriositi da questa struttura, scrissero che eravamo le "scimmie metropolitane" e noi ci facemmo la foto da scimmie. Arrivava di tutto, una umanità varia, tanta gente in scarponi Galibier o Supercervino ingrassati, camicia a scacchi alla Carlo Mauri e pantaloni alla zuava, una volta arrivò un gruppo così conciato in cordata già alla biglietteria come appena sbarcato sulla Punta Helbronner e non dall’autobus di via Ventimiglia dietro la Fiat Lingotto.

Emanuele Cassarà quando alla sera usciva dalla redazione di Tuttosport, spesso passava al Palavela a trovare Mellano per l’organizzazione della prima gara di Bardonecchia e voleva a tutti costi che mi iscrivessi, anche perché c’era il timore che le boicottassero e non ci fossero abbastanza partecipanti. Mi chiamava Neskeens, perché diceva che avevo un fisico torcio e massiccio da terzino olandese e un po’ di faccia assomigliavo al grandissimo giocatore dell’Olanda di Cruyff. Non ho mai avuto il coraggio di dire ad Emanuele, una splendida ed energica persona, che io ero tra quelli poco convinto delle gare, io amavo la scalata libera clean cercando di usare solo i nut in valle dell’ Orco, andavo alla scoperta del Diedro Atomico o di Sitting Bull, i miei eroi erano Royal Robbins e Chuck Pratt ed ero assai lontano da quel mondo che nasceva con protezioni fisse e regole sportive. Ma facciamoci raccontare da Mellano come è nato il movimento dell’arrampicata sportiva, a partire dalla prima palestra indoor del Palazzo a Vela di Torino.



IL PALAZZO A VELA E LA NASCITA DELL’ARRAMPICATA INDOOR
Andrea com’è che lo scalatore dell’Eiger si inventa una palestra di arrampicata indoor?
Il mio alpinismo era libero da retoriche ideologiche e con l’arrampicata indoor non esiste contraddizione. Si tratta di due attività che rientrano nel mio modo di puntare a traguardi di ogni genere, apparentemente irraggiungibili e un po’ utopistici e per questo molto stimolanti. L’Eiger e la palestra di arrampicata indoor del Palazzo a Vela sono esempi non in contraddizione.

Come è nata l’idea della palestra di arrampicata del Palazzo a Vela?
L’idea di costruire una struttura artificiale urbana di arrampicata è nata da una riflessione sull’influenza che l’arrampicata intesa anche come fine a se stessa, stava avendo tra i ragazzi delle nuove generazioni alla fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70. Sull’esempio di quanto già avveniva in Inghilterra nei Campus universitari, dove si stavano attrezzando muri per l’esercizio dell’arrampicata seguiti in Italia, a Bolzano, verso la fine degli anni’70, dove nel locale palazzetto dello sport avevano attrezzato un muro articolato per l’arrampicata, ho pensato che anche a Torino potesse nascere una struttura simile.

Com’è stata finanziata?
L’occasione favorevole si verificò alla fine degli anni ‘70 grazie alla ristrutturazione da parte del Comune di Torino, del Palazzo a Vela, utilizzato da anni solo per il rimessaggio di vecchi aerei in disarmo. Come tecnico dell’assessorato allo Sport feci la proposta di costruire all’interno del Palazzo una struttura per l’arrampicata. L’Assessore Alfieri e il Sindaco Novelli, entrambi appassionati degli sport della montagna, pur non avendo ben chiaro di cosa si trattasse furono favorevoli, non così alcuni membri dell’allora opposizione. Le divergenze si appianarono e la realizzazione fu approvata e finanziata nell’ambito degli impianti sportivi di base previsti nel Palazzo a Vela: campi da tennis, pista di atletica, campi di calcetto, pallavolo, ecc…
Naturalmente la mia proposta e con il relativo progetto di massima, era stata presentata ufficialmente e supportata dal Gruppo Accademico Occidentale del CAAI e dai suoi esponenti più prestigiosi, tra cui Corradino Rabbi.

Che riferimenti avevi per il progetto? Ricordo che era assai diversa dai modelli e dai materiali attuali, le resine. Era fatta di cemento, pietra, legno e tartan (gomma per piste da atletica).
Per il progetto mi sono basato su una struttura originale, autonoma dagli altri impianti del Palazzo, che presentasse la maggior parte delle possibilità di arrampicata (placche diedri, fessure , strapiombi e anche un settore per la salita con ramponi). Ne risultò un complesso di 50 m di sviluppo lineare per oltre 8/9 metri di altezza realizzato, in cemento armato ricoperto in parte di lastre di pietra di Luserna, e di "tartan" per il settore "ghiaccio". La struttura venne realizzata in circa 50 giornate lavorative.

Si c’erano fessure di tutte le dimensioni, placche e Dulfer che nelle attuali palestre mancano! Era molto completa e avrebbe un senso ancora oggi, non vi è nulla di simile in giro. Ma torniamo a noi come si sono inseriti il Cai e il Caai e come era organizzata la palestra?
La palestra fu ultimata nel 1980. L’attività iniziò con la gestione economica diretta del Comune di Torino. La conduzione tecnica fu assegnata a membri del CAAI mentre dell’assistenza diretta si occupò il Gruppo Guide Alpine del Piemonte. Il successo fu subito travolgente e vennero organizzati i primi corsi per bambini delle scuole e ragazzi mentre gli adulti iniziarono e prendere confidenza con quella strana struttura, malgrado lo scetticismo e l’indifferenza del "nobilato" alpinistico , tra cui alcuni alpinisti di primo piano di allora, e anche alcuni di quei giovani arrampicatori protagonisti della rivoluzione del "Nuovo Mattino".

L’inaugurazione fu un grande evento per la città, ricordo il sindaco di Torino Diego Novelli, Reinhold Messner scettico e fresco di Everest senza ossigeno, Wanda Rutkiewicz e Massimo Mila che disse che con Gervasutti, Chabod e Rivero, in mancanza d’altro scalavano sui pilastri dei palazzi di Corso Vittorio Emanuele a Torino e sognavano una struttura simile! Cosa ricordi di quei giorni?
L’inaugurazione ufficiale avvenne nel 1982 nell’ambito della mostra SPORTUOMO "80 alla presenza delle autorità della Città, del CONI, del CAAI e con la partecipazione di Reinhold Messner e Wanda Rutkiewicz. L’impianto in quella occasione fu dedicato a Guido Rossa commemorato da Massimo Mila e un giovanissimo arrampicatore, Andrea Giorda, scoprì la targa celebrativa. Fu una giornata per me indimenticabile che vedeva la conclusione di quanto mi ero prefisso di realizzare.

Purtroppo per lo svolgimento a Torino delle Olimpiadi Invernali del 2006 la palestra di arrampicata, con una scelta incomprensibile del Comitato organizzatore non fu più prevista nell’ambito della nuova destinazione del Palavela e fu demolita. Così si perse la prima occasione di presentare la nuova disciplina dell’arrampicata nell’ambito di una manifestazione olimpica

Ormai l’idea della arrampicata intesa come attività propedeutica all’alpinismo e anche fine a se stessa si era concretizzata e altre palestre erano sorte a Torino e in altre parti d’Italia. Il seme del Palavela aveva dato i suoi frutti e altre iniziative altrettanto "visionarie" si stavano realizzando come la prima gara internazionale di arrampicata sportiva nel 1985 a Bardonecchia.



SPORTROCCIA LA PRIMA GARA DI ARRAMPICATA, UN’IDEA RIVOLUZIONARIA E CONTRASTATA
Quando hai iniziato a pensare alle gare di arrampicata? Quali sono state le prime reazioni?

Con il giornalista sportivo Emanuele Cassarà, amico e compagno di escursioni in montagna, discutevamo molto sulla possibilità che l’arrampicata moderna, viste le caratteristiche sportive che si andavano delineando, potesse trasformarsi in una vera disciplina sportiva agonistica. Queste nostre idee trovarono subito un mare di critiche nell’ambito alpinistico per la sua dirompente intromissione nelle severe e classiche linee morali dell’alpinismo.

Noi continuammo nelle discussioni coinvolgendo arrampicatori e alpinisti in vari incontri. Trovammo molte opposizioni ma anche molte approvazioni che ci convinsero a proseguire nella nostra proposta, malgrado la ferma opposizione del CAI che riteneva inammissibile introdurre, nell’ambito alpinistico, una attività sportiva prettamente agonistica, non considerando che si trattava di una attività non alternativa all’alpinismo classico, ma di una disciplina che avrebbe arricchito le proposte del CAI ai giovani al passo con i tempi.

Cosa ricordi della organizzazione della prima edizione Di Sportroccia del 1985?

Con Alberto Risso alpinista, e l’arrampicatore Marco Bernardi, giovane talento emergente dell’ arrampicata tra i primi in Europa, formammo un gruppo di lavoro organizzativo e tecnico. La scelta del luogo dove svolgere la gara cadde sulla Parete dei Militi della Valle Stretta di Bardonecchia. Iniziammo subito la ricerca di risorse economiche interessando vari Enti e ditte nonché la ricerca di patrocini. Fu un lavoro durissimo, trovammo molte adesioni ma anche molti rifiuti. Il Comune di Bardonecchia mise a disposizione le sue strutture. Diedero il loro autorevole sostegno la Provincia di Torino, la Regione Piemonte il Comune di Torino, il Museo della Montagna (non come CAI), il Club Alpino Accademico e le principali ditte di articoli per l’alpinismo e l’arrampicata.

Una frangia del modo dell’arrampicata era contrario alle gare, Patrick Berhault in testa, molti firmarono un documento contro per poi ricredersi e diventare grandi protagonisti, Patrick Edlinger mi sembra fu uno di questi?
Sulle riviste specializzate e nei vari convegni si produssero documenti e manifesti, in opposizione dell’iniziativa, firmati anche da alpinisti prestigiosi quali i francesi Edlinger, Catherine Destivelle (che poi parteciparono, e vinsero) e molti italiani (che è meglio non ricordare per la loro successiva rapida inversione di posizione).

La gara venne fissata il 6-7 luglio 1985 e le iscrizioni, gratuite valide sino al 5 luglio. Nel periodo precedente si provvide al perfezionamento della complessa macchina organizzativa e ad attrezzare le pareti e la tendopoli per il soggiorno degli atleti.

La grande incognita era però la partecipazione degli arrampicatori alla gara. Cassarà tramite i giornali si mise in contatto con le associazioni alpinistiche straniere e giovanili varie, inviando centinaia di moduli di iscrizione. Non restava che attendere; Risso si assunse il compito per la gestione economica, Bernardi quella tecnica attrezzistica e i regolamenti di gara, io quella organizzativa generale.

Il mondo dell’Alpinismo era chiuso e maschile, tu hai aperto subito le gare alle donne, anche questo ti deve il mondo dell’arrampicata. Vennero grandi protagoniste Catherine Destivelle, Lynn Hill e la nostra Luisa Iovane simboli per le ragazze di tutto il mondo. Hai qualche ricordo in proposito?
Le iscrizioni stentavano ad arrivare e noi eravamo molto preoccupati, anche per la questione economica che avremmo dovuto sostenere personalmente, in caso di insuccesso. Si misero di mezzo anche l’instabilità delle condizioni metereologiche che all’inizio di luglio a causa di numerosi temporali allagò quasi tutta la valle Stretta. Fortunatamente un paio di giorni prima il tempo si mise al bello. Alla vigilia della gara il numero delle adesioni era ancora sotto le nostre previsioni (30-40 partecipanti) ma alla sera si presentarono oltre 50 concorrenti di cui 7 ragazze, tra cui l’italiana Luisa Iovane e, a sorpresa la francese Caterine Destivelle.

C’era il modo intero, addirittura un entusiasta Riccardo Cassin!
A presiedere la manifestazione fu interpellato Riccardo Cassin, che accettò con entusiasmo come l’accademico Oscar Soravito, chiamato a far parte della giuria coadiuvato dagli arrampicatori, che non parteciparono alla gara, Heinz Mariacher e Manolo. La gara ebbe un grande successo sottolineato dai giornali e riviste specializzate, ma soprattutto da un grande pubblico che riempì tutta la valle Stretta per due giorni. Una delle sorprese più interessanti fu la presenza delle ragazze tra i concorrenti: bravissime e determinate protagoniste anch’esse, non solo più da comprimarie, della nuova arrampicata che stava nascendo. La nostra "folle" idea aveva raggiunto il suo scopo. Indietro non si sarebbe più potuti tornare.

E vero che sei andato dai carabinieri a tirar fuori dai pasticci Wolfang Güllich? Cosa era successo?
Un episodio curioso avvenuto nelle serate al campo, fu l’avventura occorsa a Wolfgang Güllich, fortunatamente finita bene. Wolfang con alcuni compagni a Bardonecchia aveva fatto bisboccia, alzando un po’ il "gomito" e in gruppo si portarono a ballare sui binari del treno, vicino alla stazione. Naturalmente i poliziotti li rincorsero e riuscirono a fermare il solo Güllich, forse il più brillo, portandolo in caserma. Saputo l’accaduto mi precipitai in caserma a parlare con i dirigenti della polizia. L’azione dei ragazzi era molto grave e Güllich rischiava una denuncia e una forte ammenda. Con calma cercai di spiegare la situazione di euforia dovuta alla manifestazione e chiesi di soprassedere alla severa sanzione. Il responsabile della polizia fu molto comprensibile e dopo una dura reprimenda rilasciò Güllich. L’avventura era finita bene.

LA S.A.S.P. PRIMA SOCIETA’ DI ARRAMPICATA SPORTIVA E LA NASCITA DELLA FASI
Come nacque la prima società di arrampicatori indoor, la SASP?

Con il successo della gara di Bardonecchia e lo sviluppo che stava prendendo l’attività di arrampicata sportiva, si trattava di dare una organizzazione al movimento degli arrampicatori che stava crescendo in molte località. A Torino si pensò di costituire una società che riunisse gli appassionati dell’arrampicata. A tale scopo nel 1987, sorse la SASP –Società Arrampicata Sportiva Palavela. Sull’esempio di Torino in molte località italiane sorsero gruppi e società di arrampicatori

E la FASI? Perché il CAI non colse l’occasione di cavalcare quel mondo? In fondo io i corsi al Palavela li facevo a nome del CAAI? Una decisione miope che ha aiutato a spezzare il legame tra arrampicatori e la tradizione alpinistica.
L’idea di una Federazione sportiva che rendesse omogenee le finalità delle varie associazioni venne di conseguenza all’evolversi e allo sviluppo dell’arrampicata intesa come attività libera anche agonistica, ma non alternativa ai vecchi canoni ideologici e morali dell’alpinismo tradizionale. Il CAI sarebbe stato un Ente importante di riferimento anche per le affinità che legavano l’attività alpinistica all’arrampicata sportiva, ma i dirigenti di allora non vollero recepire il nuovo messaggio che veniva dai giovani adducendo ragioni di incompatibilità con le tradizioni prettamente alpinistiche del CAI.

Ci rivolgemmo quindi, Cassarà ed io, alle strutture regionali e poi nazionali del CONI che risposero positivamente alla nostra richiesta. Nacque così lo stesso anno 1987 la FASI – Federazione Arrampicata Sportiva Italiana. Nel frattempo, dopo la seconda edizione di Sportroccia a Bardonecchia e ad Arco di Trento, nel 1986, sempre su terreno naturale, si ravvisò l’opportunità di allargare le possibilità di arrampicata presso strutture coperte urbane sull’esempio del Palavela. Questa scelta fu indispensabile per definire in modo univoco i campi di azione dell’attività stessa dandole così una vera caratteristica di disciplina sportiva ben definita.

In pochi anni gli iscritti alla Federazione divennero alcune migliaia, questo convinse il CONI ad accogliere, nel 1990, la FASI tra le discipline Associate nazionali. Per questo riconoscimento il CONI interpellò il CAI per un suo parere, e il CAI diede il suo consenso, malgrado alcuni suoi dirigenti fossero contrari.

Che impressione ti fa ora ora vedere che l’arrampicata è una disciplina olimpica? E’ anche il coronamento di una intuizione tua e di Cassarà?
Di strada da allora se ne è fatta tanta, attraverso tappe importanti come l’ingresso della FASI nell’ambito dell’UIAA prima e poi nella organizzazione autonoma internazionale, fondata da Marco Scolaris, cofondatore e dirigente FASI. Ora la disciplina dell’arrampicata sportiva è diffusa in oltre 70 nazioni, in Italia i tesserati nell’anno corrente hanno raggiunto oltre 40.000 iscritti.

L’importanza dell’arrampicata sportiva agonistica e la perfetta efficienza dell’organizzazione internazionale e delle singole nazioni, ha fatto si che la disciplina fosse inserita nel programma dei Giochi Olimpici del 2020 di Tokyo. Per me è una delle più grandi soddisfazioni che si possano desiderare e lo sarebbe sicuramente per Emanuele Cassarà e Alberto Risso (entrambi non più tra noi), e per tutti coloro, in primis Marco Bernardi, che hanno vissuto l’inizio di questa bellissima e folle avventura sportiva.

Per quanto riguarda le divergenze di fondo che esistevano tra l’arrampicata sportiva agonistica e il CAI si possono considerare superate, per le molte affinità tecniche di base che uniscono l’alpinismo tradizionale e l’arrampicata sportiva, essendo ormai riconosciuto l’apporto laico e di sicurezza che la nuova disciplina sportiva ha introdotto nella pratica alpinistica: non più il rischio fa grado, come si intendeva un tempo in alpinismo, ma la sicurezza e la tecnica nella progressione devono essere la regola fondamentale a supporto dei risultati nell’alpinismo, come nell’arrampicata sportiva, amatoriale e agonistica.

Il cerchio si è chiuso: Eiger e arrampicata sportiva non sono più così lontani e inconciliabili.

Grazie Andrea!

Andrea Giorda CAAI – Alpine Club UK

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