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Shkhara parete sud: la linea della nuova via salita di Archil Badriashvili, Giorgi Tepnadze
Fotografia di Archil Badriashvili, Giorgi Tepnadze
Shkhara parete sud: salendo tra il campo 2 e campo 3
Fotografia di Archil Badriashvili, Giorgi Tepnadze
Shkhara parete sud: salendo tra il campo 3 e campo 4
Fotografia di Archil Badriashvili, Giorgi Tepnadze
Shkhara parete sud: Archil Badriashvili e Giorgi Tepnadze in cima
Fotografia di Archil Badriashvili, Giorgi Tepnadze

Shkhara parete sud, nuova via e prima invernale nel Caucaso di Archil Badriashvili e Giorgi Tepnadze

Nel febbraio 2018 gli alpinisti georgiani Archil Badriashvili e Giorgi Tepnadze hanno aperto una nuova via sul Monte Shkhara (5,203 m) in Georgia. Arrampicando in stile alpino per 8 giorni, hanno anche effettuato la prima invernale della enorme parete sud.

Dopo aver aperto "la prima via georgiana in Himalaya", ovvero la prima salita del Larkya Main nell'autunno 2017, nel febbraio 2018 gli alpinisti Archil Badriashvili e Giorgi Tepnadze hanno completato una nuova via sulla parete sud del Monte Shkhara. Alta 5203m, questa montagna è la più alta della Georgia ed una delle cime più alte dell'intero Caucaso; Badriashvili e Tepnadze hanno trascorso 8 giorni arrampicando in stile alpino per aprire una linea di circa 2500 m, con oltre 60 tiri e difficoltà fino a 6B ED2; M5; WI5; 75-80˚. Questo il report che Badriashvili ci ha inviato:

Shkhara parete sud di Archil Badriashvili

Shkhara è una delle tre montagne più alte del Caucaso e la più alta della Georgia. In passato questa montagna ha dimostrato il suo volto difficile, soprattutto in inverno, ed è famosa per l'enorme dislivello tra la base e la vetta: circa 2300 metri sulla parete sud. Mentre il Shkhara è già stato salito in inverno alcune volte dal versante balcanico, il versante georgiano era rimasto inviolato. Alcuni tentativi sono stati effettuati in passato, l'ultimo dei quali il nostro nel febbraio del 2016 insieme a Bakar Gelashvili, ma al quinto giorno siamo stati costretti a tornare indietro perché ci trovavamo a nemmeno metà via.

Quest'anno è caduta molta più neve nella regione di Svaneti, ma ciò nonostante le condizioni della parete ci hanno permesso di salire più rapidamente. Siamo stati accompagnati dai nostri amici Temo Kurdiani e Mikheil Khorguani che ci hanno aiutato ad avvicinarci alla base della via, prima di rientrare verso casa. Durante il nostro precedente tentativo avevamo salito una linea sul lato sinistro della parete, questa volta volevamo provare il Couloir Centrale e siamo riusciti a salire 1000 metri in due giorni. Poi siamo stati raggiunti dal maltempo e questo ha imperversato quasi ogni giorno, rendendo la salita piuttosto avventurosa. L'uscita dal couloir assomigliava a quello che la vita, a volte, ha in serbo: dopo il facile, arriva il difficile. Ed in effetti era lo stesso qui. Per un giorno abbiamo aspettato che la tempesta di neve passasse. Il giorno seguente è stato caratterizzato da terreno tecnico superato nella tormenta; abbiamo arrampicato da mezzogiorno a mezzanotte, superando piccole valanghe, sezioni di arrampicata di misto e difficoltà fino a WI5 e M5. La salita ha continuato per altri tre giorni su terreno complesso ed inviolato fino a quota 4600 metri circa, e all'ottavo giorno abbiamo raggiunto la cresta centrale (via Gvalia) che abbiamo seguito quasi integralmente, tranne per una piccola variante su per una roccia piramidale. Dopo l'ultimo tiro, il 60°, alle 20:40 abbiamo finalmente raggiunto la cima principale del Shkhara. Al buio, con venti fino a 55 km/h e temperature fino a -38ºC, ma molto felici!

Quel giorno avevamo salito in conserva 15 tiri sulla cresta ghiacciata e a tratti rocciosa. Dopo alcune calate in doppia su abalakov ci siamo resi conto che era impossibile continuare la discesa. A causa del buio e del maltempo la nostra linea di salita era diventata invisibile. Abbiamo bivaccato a 5000 m su una piccolissima cengia, usando ciò che ci era rimasto - l'esterno della tenda ed un materasso per dormire. Ci siamo legati in vita e abbiamo resistito alla notte lunga e fredda. Abbiamo dormito a malapena, ma ci siamo comunque riposati un po'. La discesa è durata altri cinque giorni, lottando contro le abbondanti nevicate e superando terreno tecnico che ha richiesto alcuni traversi esposti e alcune piccole risalite.

La via è stata salita in stile alpino e la discesa ha seguito più o meno la stessa linea di salita. 70 m di corda sono stati utilizzati come cordini per le doppie, per lo più su abalakov; nessun altro materiale è stato lasciato in parete, ad eccezione di un rampone staccatosi dal piede di Giorgi durante la discesa quando si trovava a quota 4750 m. Anche gli ultimi tre giorni sono stati interessanti, quando abbiamo iniziato a rimanere senza cibo, gas e pile. Inizialmente avevamo 1-1,5 litri al giorno a disposizione, ma con il passare dei giorni l’abbiamo dovuto diminuire. Tuttavia siamo rimasti di buon umore. Dopo aver raggiunto la base della montagna nella notte, abbiamo scoperto che le nostre racchette da neve ed i bastoni erano stati strappati via da un'enorme valanga, quindi gli ultimi 6 km sono stati un ultimo banco di prova da superare.

Nel 2017 avevamo organizzato una piccola spedizione indipendente in Himalaya, che era culminata con la prima salita del Larkya Main 6425 m in una delle valli selvagge vicino a Manaslu. Dopo quell'esperienza ci siamo sentiti in qualche modo più sicuri di noi stessi, pronti a tentare la più lunga via della nostra vita, questa volta appunto nel Caucaso. Questa salita ha richiesto 13 giorni in totale, con oltre 60 tiri di corda. Lo spirito di questa spedizione, accompagnato da disagi importanti ma comunque temporanei, è sempre rimasto positivo e crediamo che questo ci abbia aiutato a rimanere svegli e vigili, permettendoci di tornare a casa sani e salvi.

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