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Nina Caprez sale un tiro di 7a+ su Divine Providence, Monte Bianco
Fotografia di Nina Caprez archive
Nina Caprez sale la prima parte di Divine Providence, Monte Bianco
Fotografia di Nina Caprez archive
Nina Caprez e Merlin Benoit al bivacco di Divine Providence, Monte Bianco
Fotografia di Nina Caprez archive
La linea di Divine Providence, Grand Pilier d’Angle, Monte Bianco, salita per la prima volta dal 5 - 8 luglio 1984 da Patrick Gabarrou e François Marsigny
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Nina Caprez sale Divine Providence sul Monte Bianco

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Il racconto della climber svizzera Nina Caprez che a luglio, insieme a Merlin Benoit, ha ripetuta la via Divine Providence (ED+, 7b+, 900m) al Grand Pilier d’Angle, Monte Bianco. Si tratta con tutta probabilità della prima salita femminile in libera di questa grande via aperta, dal 5 - 8 luglio 1984, da Patrick Gabarrou e François Marsigny.

In quattro giorni del luglio 1984 Patrick Gabarrou e François Marsigny hanno aperto quello che nel corso degli anni sarebbe diventato uno dei assoluti simboli d’alpinismo non solo per il massiccio del Monte Bianco: la via Divine Providence al Pilier d’Angle. Gradata originariamente ABO, la via offriva, e offre tutt’ora, un’arrampicata difficile e tecnica in un ambiente severo e remoto e, sebbene siano passati oltre tre decenni, Divine Providence rimane un ambito progetto per alpinisti proveniente da tutto il mondo. Nel 1990 la via era stata salita in libera per la prima volta da Alain Ghersen e Thierry Renault, poi più tardi in quello stesso inverno era stata la volta della prima solitaria di Jean-Christophe Lafaille. Quest’estate la via è stata salita dalla svizzera Nina Caprez, sicuramente più famosa per le sue prestazione in falesia che in montagna. Qui, nell’insolita veste di alpinista, racconta la sua esperienza “magica” che, per la cronaca, potrebbe persino trattarsi della prima salita femminile in libera di Divine Providence.


MAGICA DIVINE PROVIDENCE
di Nina Caprez

Non sono del tutto sicura di che cosa mi abbia preso quando ho salito questa via, ma doveva essere qualcosa di magico. A volte è il tuo fegato che ti fa provare qualcosa, e cosi è stato per Divine Providence.

Ho trascorso un po’ di tempo in montagna a luglio, su una bella cresta, una bella cima come quella di Chardonnet. Ho scalato un po’ al Tridente e al Grand Capucin, ho salito Avé César al Petit Clocher du Portalet, ed in generale ho allenato le mie gambe per bene.

Adesso mi sentivo pronta, come d’altronde anche il mio compagno di scalata Merlin Benoit, a cui affidavo la mia vita. Con una finestra di bel tempo di tre giorni seguita da temporali, forse siamo partiti un po’ troppo ottimisti o persino “culotés”, ma tutto è filato liscio dall’inizio fino alla fine. La fortuna è stata dalla nostra parte.

Il primo giorno prendiamo l’ultima funivia per il Rifugio Torino, attraversiamo in silenzio sotto il Grand Capucin per raggiungere il bivacco de la Fourche. Siamo da soli, con una vista straordinaria: il Grand Pilier d’Angle si apre davanti ai nostri occhi. Con i suoi 900m, questa parete è maestosa, incute timore, ti fa venire voglia di scalarla.

Benoit e io sentiamo gioia. Divine Providence aveva giocato nella sua mente per anni, l’attesa ora è finalmente finita. Sciogliamo della neve e mangiamo del cibo mentre pensieri d’avventura riempiono la nostra mente. Ci addormentiamo in un istante, per svegliarci alle quattro di mattina: finalmente si parte. Mangiamo ancora, beviamo del tè. È ora di andare!

Due brevi calate e ci troviamo sul ghiacciaio della Brenva che ci porta al Colle Moore. La luna piena illumina i nostri passi ma il giorno ci segue velocemente. Altre cinque calate ci depositano sulla parte più pericolosa della via: dobbiamo attraversare sotto i seracchi. Sono enormi e bellissimi! Un veloce saluto, ma poi acceleriamo il passo per ridurre la possibilità di rimanere colpiti dall’alto.

Da lontano abbiamo osservato attentamente la linea e sappiamo esattamente a quale punto vogliamo iniziare il nostro attacco della parete. Attraversare la terminale alle 7 di mattina non è mai il massimo. Vediamo il vuoto sotto i nostri piedi, preghiamo che regga il ponte di neve, e poi partiamo! Dopo una impegnativa salita iniziale con ramponi per superare il nevaio raggiungiamo finalmente la base del primo tiro di roccia.
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I primi 400m della Divine Providence, fino al bivacco, in passato erano l’incubo degli alpinisti a causa della roccia friabile. Benoit ed io scegliamo la variante FFME, aperta nel 1992. Se da un lato è più difficile tecnicamente rispetto alla via originale, dall’altro supera una roccia migliore. Intimorita da questa sezione prima di partire, quando mi trovo a scalarla mi sento a mio agio.

Iniziamo i tiri, dal 5c al 6b. Gli zaini che portiamo in spalla sono pesanti, sì, ma la roccia è solida e, ad essere onesta, mi diverto pure. Potrei persino vedermi con zaini ingombranti, seguendo belle fessure, facendo sosta dove possibile. Rimaniamo comunque vigili visto che non manca la roccia che tenta di rimanerci in mano, ma per gente abituata ad arrampicare nel Chartreuse, non è niente di nuovo.

Alle 4 raggiungiamo una piccola cengia, il nostro bivacco, finalmente. E non si tratta di un bivacco qualsiasi, ma di un bivacco da sogno. Ti trovi a 500m da terra, incastrato tra alcune delle cime più belle di tutta Europa! Siamo estasiati! Che gioia essere lì, vivendo appieno il momento, sollevati che finora tutto sia filato così liscio.

Dormiamo bene quanto riescono a farlo due persone che hanno a disposizione soltanto un sacco a pelo. Poi veniamo svegliati da un’alba magnifica. Siamo pronti per l’arrampicata vera. Oggi sul menù ci attendono 10 tiri dal 6b al 7b, su granito impeccabile. Posso riassumere le prossime otto ore in una parola: straordinario…

Raramente ho visto fessure cosi belle su roccia solida come il marmo, così facile da proteggere. Mi diverto da matti. Issiamo i nostri zaini per poter arrampicare senza ingombro, per godere ogni piccolo istante. Benoit per un pelo non riesce a salire a-vista tutti i tiri, ma ciò nonostante si diverte quanto me.

Alle tre la roccia termina, ora ci aspettano altri 250m d’arrampicata di misto. E… wow! Questa ci scuote per bene! Ci aspettavamo una bella cresta, corde tese forse, ma no. Troviamo invece una salita su roccia poco solida, ricoperta da ghiaccio. A questo punto Benoit sale da capocordata. È un bravo alpinista e in questa sezione dimostra tutta la sua bravura. Mi salva persino le chiappe quando inizio a scivolare insieme ad un grande masso. L’adrenalina pompa a mille entrambi i capi della corda, mi riprendo velocemente e continuiamo.

Alle sette raggiungiamo finalmente la Cresta di Peuterey. È una cresta perfetta di neve, con mille metri d’aria sotto entrambi i lati. Ci sleghiamo e saliamo l’ultimo facile tratto seguendo le orme di chi ha salito l’Intégrale di Peuterey prima di noi.

Sono esausta, ma riesco ad assaporare ogni passo, piantando sempre bene la mia piccozza. Il mio cuore sta andando a mille, ma per la gioia e l’eccitamento. Alle 9 di sera ci congratuliamo in cima al Monte Bianco. Che momento da ricordare! Avevamo raggiunta la famosa cima per la via più difficile e ora non sembra più una cosa impossibile.

Benoit ed io siamo una cordata perfetta: la free climber e l’alpinista, due modi diversi per salire ed un grande bacino d’esperienza ci permettono di adattarci alle tante sfide che le montagne ci offrono.

Sono molto contenta di essermi permessa di buttarmi su una via alpinistica di stampo classico. Sono fiera di aver sorriso sempre, e di essere la prima donna a completare la salita. Mi sento beata di averla condivisa con Benoit. Sono esausta, ma viva.

 

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