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Mike Kosterlitz premio Nobel Fisica 2016
Fotografia di archivio Ugo Manera
Tetti a Z stapiombo superato in libera da Mike Kosterlitz nella prima ripetizione con Gian Carlo Grassi
Fotografia di archivio Ugo Manera
Torre di Aimonin via Pesce d'aprile aperta da Mike Kosterlitz, Giampiero Motti, Ugo Manera, Morello Bianco
Fotografia di archivio Ugo Manera
Il Caporal (Valle dell'Orco)
Fotografia di archivio Ugo Manera

Mike Kosterlitz e il Nuovo mattino gli anni favolosi dell'arrampicata raccontati da Ugo Manera

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Ugo Manera racconta l'incontro con Mike Kosterlitz e quanto il fortissimo climber scozzese - futuro premio Nobel per la Fisica 2016 a cui il 25 agosto prossimo sarà consegnato il Climbing Ambassador ad Arco - influì nei primi anni '70 non solo sull'arrampicata in Valle dell'Orco ma anche su Gian Piero Motti e Gian Carlo Grassi protagonisti di quello che poi verrà conosciuto come il Nuovo mattino.

Quando raggiungi quell’età in cui tante delle cose che hai fatto, e che ti hanno arricchito la vita, sono diventate per te impossibili, il ricordo degli anni migliori, quelli dei “Giorni Grandi”, assume ai tuoi occhi una dimensione che spesso va oltre la realtà che hai effettivamente vissuto. La memoria, annebbiata da un velo di nostalgia, tende ad ingigantire i fatti e le emozioni del passato. Il periodo che va dalla metà degli anni ’60 a tutti gli anni ’70, è stato però affettivamente un concentrato di anni “favolosi”, per me e per i miei amici scalatori. In quegli anni c’è stata una grande evoluzione nella scalata e nell’alpinismo, sono caduti tanti tabù e condizionamenti e, sui fianchi delle valli e sulle alte cime avevamo ancora tante primizie da raccogliere, tali da permetterti di dare libero sfogo alla tua fantasia ed alla tua creatività.

Nel 1965, nell’ambito della scuola di alpinismo Giusto Gervasutti di Torino, feci piena conoscenza con Gian Piero Motti. All’inizio i nostri rapporti furono un po’ sul formale, limitati alle uscite della scuola di alpinismo, ma presto mi resi conto che Gian Piero, sebbene giovanissimo, era un personaggio eccezionale. Io ero più vecchio: sette anni di differenza, e sebbene spinto da un entusiasmo irresistibile ero un po’ guardingo nell’affrontare vie estreme, volevo sempre essere molto sicuro di me stesso. Gian Piero appariva invece quasi spavaldo e non c’era difficoltà che sembrava poter mettere un freno alla sua determinazione. Cominciammo a parlare ed a scambiarci le nostre idee sull’alpinismo e sulle scalate, scoprimmo che, malgrado la grande differenza di carattere, avevamo vari interessi in comune e le nostre idee sull’alpinismo collimavano su molti aspetti. Gian Piero non era molto ciarliero ma scoprimmo di avere tra di noi tanti argomenti di discussione e le nostre chiacchierate, anche telefoniche, non finivano mai. Cominciammo a scalare insieme, inizialmente ognuno a capo di una cordata ma poi ci rendemmo conto che era molto meglio legarsi alla stessa corda e condurre a tiri alterni. Nel 1968 cementammo il nostro sodalizio con la prima salita dello sperone della Punta Castagneri sulla parete di Mezzenile alla testata della Valle Grande di Lanzo: la valle di Gian Piero. Dopo fu una corsa al rialzo: nuove vie su pareti conosciute, ricerca di rocce inesplorate come il Bec di Mea ed altre strutture della Val Grande. Esplorazione sistematica delle prealpi calcaree francesi, mai visitate da nessun scalatore italiano; fino alla scoperta della meta finale: la valle dell’Orco, i dirupi di Balma Fiorant, il Caporal.

L’alpinismo torinese aveva concluso un ciclo con la morte di Gervasutti nel 1946 sul Pilier del Tacul. A rilanciarlo, dopo il tragico incidente, furono un gruppo di giovani molto diversi dagli scalatori degli anni ’30. Fino alla guerra i più rappresentativi tra gli scalatori torinesi provenivano dalla classe media borgese (forse l’unica eccezione fu Firmino Palozzi, accademico ma operaio). I giovani esponenti del dopo Gervasutti arrivarono invece dalla fabbrica, erano operai e la maggiore difficoltà non la trovavano in parete ma era rappresentata dal poco tempo libero e dalle ristrettezze economiche.

Verso la metà degli anni ’60 la spinta di questo gruppo andava esaurendosi mentre si stava affermando, una cordata fortissima formatasi nell’ambito della scuola Gervasutti: Giorgio Bertone e Gianni Ribaldone. In un incidente al Mon Blanc du Tacul nel 1966 Gianni perse la vita e lo stesso anno Bertone si trasferì a Courmayeur iniziando una brillante carriera di guida alpina. All’alba degli anni ’70 i più rappresentativi nel panorama alpinistico torinese erano: Ugo Manera e Gian Piero Motti. Vi era stata sì una eccezionale e purtroppo breve meteora: Paolo Armando, proveniente dall’ambiente milanese, che cadde nel 1870, sulla Nord del Greuvetta nel tentativo di aprire una nuova via. Un giorno, non ricordo più se a fine del 1969 o inizio del 1970, mi telefona Motti dicendomi: "vieni stasera al CAI che Malvassora ci porta a conoscere un forte scalatore scozzese".

Piero Malvassora, guida alpina, era noto per aver vinto la celebre parete sud est del Becco Meridionale della Tribolazione nel 1951, grande amico di Giuseppe Dionisi, era nostro collega istruttore alla scuola di alpinismo. Lavorava all’Università e lì aveva conosciuto Mike Kosterlitz, giovane scozzese, a Torino per uno scambio per studio e ricerca tra Università. Kosterlitz, affamato di scalate, cercava contatti con arrampicatori torinesi, Piero, sentita l’attività svolta dal soggetto, valutò che non era affare suo accompagnarlo in montagna, cosi telefonò a Motti per combinare un incontro.

Malvassora lo accompagnò in via Barbaroux al CAI, luogo di incontro obbligato, dato che all’epoca neanche tutti avevano il telefono in casa. Kosterlitz ci colpì subito per la riservatezza nel parlare delle sue scalate, non ostentava il suo curriculum, a fatica riuscimmo a sapere che aveva fatto la seconda salita della via Americana sulla ovest del Dru ed aveva tracciato una nuova via sulla parete Nord Est del Badile. Bastarono quelle due salite per farci intendere quale era il calibro del soggetto. Più avanti, quando imparammo a conoscerlo meglio, capimmo che quando diceva a bassa voce che un passaggio era “difficile”, si era sicuri che per vincerlo c’era da incrociare gli occhi e non solo.

Quando conoscemmo Mike la bassa Valle dell’Orco con Caporal e quant’altro era ancora da venire così combinammo con lui delle scalate su pareti ove avevamo degli interessi; con Gian Carlo Grassi aprì una nuova via, divenuta classica, al Corno Stella nelle Alpi Marittime. Gian Piero Motti ed io avevamo delle mire sul Becco di Valsoera così un giorno raggiungemmo il Piantonetto con Kosterlitz ed un quarto compagno di cui non ricordo più il nome. Il nostro nuovo amico Britannico rimase affascinato dal Valsoera e dalle altre montagne della testata del vallone di Teleccio. Non fummo fortunati però, giunti alla base della parete cominciò a piovere e dovemmo rinunciare. Delusi ritornammo a Torino ma un altro intoppo contribuì ad alimentare il nostro malumore: per le vie di Torino ci trovammo bloccati da caroselli forsennati di macchine stombazzanti e sventolio di bandiere. Era il giorno della finale del campionato del mondo di calcio 1970, dopo la celebre e celebrata vittoria in semifinale contro la Germania. Forse le nostre maledizioni contribuirono al risultato che maturò in serata: 4 a 1 a favore del Brasile.

L’episodio che ci rese palese di quanto Kosterlitz fosse più avanti di noi nell’arrampicata si manifestò alla Rocca Provenzale. Sulla parete est di questa bella cima di quarzite io avevo appena aperto una nuova via: la via dei tetti a Z. L’itinerario si sviluppava lungo un diedro giallo sbarrato da tre tetti che visti dal basso ricordavano quella lettera dell’alfabeto. Ero ricorso a tutta la mia abilità di chiodatore per passare ed il secondo tetto, quello più pronunciato, lo avevo vinto con delicata arrampicata artificiale. Venuto a conoscenza dei miei numeri sui tetti a Z, Grassi volle ripetere quella via e, poco tempo dopo, vi si recò con Mike. Gian Carlo ci teneva anche a far ammirare al nostro nuovo amico amico le belle torri di quarzite che formano quel castello. Arrivati alla sosta che precede il passo chiave, rappresentato dal tetto più pronunciato, Kosterlitz osservò per qualche minuto il passaggio, poi disse al compagno: "attenzione" e partì, si incastro sotto il tetto appoggiando la schiena allo strapiombo ed in pochi movimenti si trovò a sinistra al di là del tetto. Gian Carlo restò allibito, non si sarebbe mai aspettato un movimento come aveva visto fare al compagno. Quando successivamente ci incontrammo Grassi raccontò più volte l’episodio, ammirato ancora dall’exploit del suo compagno.

Kosterlitz ritornò in UK e negli anni seguenti: autunno 1972, Gian Piero ed io decidemmo di tentare i dirupi di Balma Fiorant che sovrastano la strada che porta a Ceresole Reale, dando inizio ad una storia che rivoluzionò il nostro modo di scalare ed avviando una corsa a tracciare vie su quello che divenne il Caporal e sulle formazioni rocciose circostanti. Su quelle pareti superammo i livelli fino ad allora raggiunti nelle nostre valli.

Quando Kosterlitz ritornò a Torino per un altro ciclo di studi lo portammo a vedere le nostre scoperte in valle dell’Orco. Ne rimase entusiasta, nel suo modo parco di esprimersi esclamò che non aveva mai visto un tale concentrato di pareti ove tracciare vie moderne e difficili, e che vi era più roccia attorno al Caporal che in tutto il Galles. Naturalmente demmo il via alla realizzazione dei nostri progetti coinvolgendolo immediatamente.

Vi era, sopra la frazione Aimonin di Noasca una torre granitica di roccia chiara: fu il nostro primo obiettivo: il 31 marzo 1973 ci portammo alla base di quel monolite sconosciuto, eravamo in 5 e formammo due cordate: la prima formata da Mike e Gian Piero Motti e Guido Morello, la seconda formata da Roberto Bianco e Ugo Manera. L’intesa era che i chiodi impiegati venivano lasciati per poi essere estratti dall’ultimo della seconda cordata e ripassati alla cordata che apriva la via. La scalata si sviluppò in modo regolare e la bellezza dei passaggi alimentò il nostro entusiasmo. In testa alla seconda cordata mi trovai ad affrontare un lungo e magnifico diedro regolare con fessurina sul fondo. Trovai un chiodo all’inizio del diedro lasciato dagli amici che ci precedevano poi più nulla, con molta attenzione proseguii la scalata aspettandomi di trovare qualche altro ancoraggio ma invano; mi chiesi come mai non avessero piantato qualche chiodo di assicurazione nella bella fessura al fondo del diedro, del resto non potevo aggiungerne avendoli tutti la prima cordata. Mi dissi che se erano passati loro ci sarei passato anch’io. Molto attento ai miei movimenti raggiunsi la sosta ove Gian Piero mi sventolò davanti al naso un moschettone con attaccati degli strani blocchetti di alluminio, ognuno dei quali corredato da un cavetto di acciaio. Erano i primi “nutz” che noi vedevamo, ne ignoravamo l’esistenza e li aveva portati Kosterliz dall’Inghilterra come primizia per noi. Motti salendo da secondo li aveva tolti facilmente e quando arrivai in sosta mi disse: "ti piacciono? È un bel Pesce d’Aprile". Da qui il nome della nuova via. Sembrerebbe uno scherzo piuttosto ardito ma Gian Piero mi conosceva bene e sapeva che se il tratto mi fosse apparso troppo rischioso non avrei esitato a chiedergli uno spezzone di corda.

Il problema che attirava di più Motti era però era la liscia parete che rende più appariscente il Caporal verso valle, già dalla prima visita, nell’autunno precedente, lo avevamo notato denominandolo: “lo Scudo”, l’idea di tracciarvi una via al centro era affascinante. Immediatamente dopo la via alla Torre di Aimonin, Motti e Kosterlitz si portano sotto lo Scudo con l’intenzione di condurvi un tentativo, è una giornata calda di primavera, i due non sono molto motivati ed inoltre non hanno chiodi a pressione e punteruolo, così passano la giornata a prendere il sole sdraiati sui massi alla base del Caporal. Ma la giornata all’insegna della pigrizia non è sprecata, mentre si godono il sole gli occhi corrono lungo i diedri, le placche e gli strapiombi e la fantasia crea un percorso che si insinua in modo quasi assurdo tra quelle strutture: è la via del Sole Nascente, ora però bisogna tradurla in pratica e realizzarla. Ai due si aggiunge Gian Carlo Grassi e dopo un primo tentativo, il 18 aprile 1973 la straordinaria via del Sole Nascente è realizzata. A condurre la cordata è Mike Kosterlitz che ancora una volta stupisce i compagni di cordata con il superamento in artificiale di uno strapiombo con l’ausilio di un coppered spalmato in una ruga della roccia (altro attrezzo che noi non avevamo mai usato) e successivamente con arditissima traversata su una placca con lunghi tratti non proteggibili. 31 anni dopo, in occasione delle riprese per un film, io ripercorsi la via del Sole Nascente ed utilizzai ancora il piccolo cilindretto di rame con cavetto di acciaio spalmato da Kosterlitz sullo strapiombo. Gian Carlo e Gian Piero ci raccontarono l’ascensione del “Sole Nascente” con grande e sincera ammirazione per l’amico che aveva condotto la cordata. La via immaginata sullo Scudo da Motti e Kosterlitz venne poi realizzata dallo stesso Motti e Manera nell’autunno di quel 1973 e fu la via “della Rivoluzione”.

Kosterlitz era affascinato dalle rocce della valle dell’Orco e certamente vi ritornò altre volte di cui io non sono a conoscenza o non ricordo più. In una di queste volte salì una fessura su un masso alto circa 7 metri con una esemplare dimostrazione di tecnica ad incastro: la celebre fessura “Kosterlitz” che venne ripetuta solo parecchi anni dopo da Roberto Bonelli.

Sono passati tanti anni, molti dei protagonisti di quel periodo, per me meraviglioso, non ci sono più. Kosterlitz non ritornò a scalare con noi ma il suo ricordo rimase vivo, come un amico simpatico ed arguto dal quale abbiamo appreso molte cose e che ha influito in modo importante e positivo sulla nostra visione della scalata.
Ugo Manera

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