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Roberto Bonelli nel 1978 durante la seconda salita della Fessura Kosterlitz in Valle dell’Orco
Fotografia di Alessandro Gogna
Mike Kosterlitz, Premio Nobel 2016 per la fisica
Fotografia di Gianni Battimelli
A Mike Kosterlitz, Premio Nobel della Fisica 2016, il Climbing Ambassador by Dryarn di Aquafil 2017 degli Oscar dell’arrampicata di Arco
Fotografia di Mike Kosterlitz archive
Giovanni Massari giocando slegato su Repetita nel 1986
Fotografia di P. Sicca Juvant

Mike Kosterlitz e ciò che ha lasciato agli arrampicatori

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La concretezza umana e contagiosa di Mike Kosterlitz, la sua arrampicata e l'eredità lasciata a tutti i climber raccontata da Giovanni Massari. In attesa degli Arco Rock Legends che, venerdì 25 agosto 2017, vedranno il Premio Nobel per la Fisica 2016 ricevere il Climbing Ambassador ad Arco, continuiamo a pubblicare testimonianze sull'importanza della sua intensa esperienza come climber in Italia agli inizi degli anni '70.

Kosterlitz e la sua mitica fessura... Ho sognato di salirla ancor prima di vederla dal vivo quando me ne innamorai nelle foto di Alessandro Gogna che ritraevano Roberto Bonelli, era il 1977, nella probabile prima ripetizione: erano passati ben sette anni dalla prima salita nel 1970. Sette lunghi anni dove era accaduto di tutto politicamente, socialmente e di conseguenza anche il mondo alpinistico era stato scosso nelle sue fondamenta da quel turbine di eventi che era stato il '68 e dalle sue conseguenze.

Alcuni si erano imbarcati nell'impegno sociale o politico abbandonando l'alpinismo altri non si erano resi conto o non avevano voluto accettare i cambiamenti che, anche nel piccolo mondo della nostra attività, imponevano quelle nuove spinte e si erano arroccati in un alpinismo classico sempre di grande spessore ma che dava segni di cedimento come tutte le impalcature della società, altri ancora avevano scelto la facile evasione dei paradisi artificiali illudendosi di poter attingere ad un livello di conoscenza superiore.

Che Mike Kosterlitz sia stato un grande innovatore non sta a me dirlo, il suo curriculum parla da solo, ma credo che per come si sia trasformata l'arrampicata in Italia il vero seme che lui ha piantato e che è germogliato a dismisura, sia stato proprio nell'intuizione di salire quella, tutto sommato per l'epoca apparentemente insignificante, fessura; inconsapevole apportatrice di un nuovo sapore di libertà che da sola però non poteva bastare.

Brevi salite come "la Kosterlitz" a mani nude sull'omonimo Masso in valle dell'Orco (1970) o come la stupefacente prima libera della via dei Tetti a Zeta nel gruppo Castello Provenzale con Gian Carlo Grassi (1970), scalata subito dopo la prima salita della famosa Grassi - Kosterlitz alla sud ovest del Corno Stella, passando per la mitica Kosterlitz -Isherwood al Pizzo Porcellizzo (1968), tutte nell'ordine de settimo grado (6b circa), hanno spostato l'attenzione dei giovani arrampicatori dalle ascensioni di ordine classico con il loro ormai retorico e datato retaggio di sofferenza e "lotta con l'alpe".

Le vie di Mike in montagna, vissute con grande semplicità, quasi in sordina, che sono divenute negli anni un vero e proprio simbolo per le generazioni future, ne sono il classico esempio: innanzitutto ricche esperienza personali e magnifiche realizzazioni condite da un, non certo casuale, alto livello in arrampicata pura.

E soprattutto ha fatto intravedere nell'ambiente occidentale come fosse più importante lo stile (spingere l’arrampicata libera per un rapporto onesto e leale con se stessi e con la natura) con cui si salgono le pareti che non il salire a tutti i costi per raggiungere la vetta. Un messaggio già ben chiaro oltreoceano ma qui scarsamente raccolto anche se già evidenziato nei fatti sulle Alpi orientali da Reinhold Messner (condanna del chiodo a pressione come mezzo di progressione) e da Enzo Cozzolino (teorico e pratico della libera estrema) che con Kosterlitz hanno avuto soprattutto il merito di riportare l'attenzione verso l'uomo che sale la parete ad armi pari più che alla parete stessa che ormai, si era capito, non avrebbe più potuto resistere agli attacchi tecnologici dell'uomo.

Solo con la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80, e non prima come comunemente si crede, qui nel Nord Ovest, ha dato i suoi frutti la pianta messa a dimora da Mike Kosterlitz almeno 10 anni prima e nella fattispecie ne sono stati artefici principali Gian Carlo Grassi e Gianni Comino su ghiaccio e Marco Bernardi su roccia alla ricerca del loro personale percorso ormai indipendenti dai precedenti condizionamenti.

E, proprio in concomitanza con la migrazione delle masse dall'impegno politico - sociale e dall'influsso "hippie" che iniziavano ad apparire velleitari, si giunge all'epoca del disimpegno totale e del culto della persona o forse sarebbe meglio dire del massimo e totale impegno personale e creativo in una sorta di fuga da un sogno di eguaglianza irrealizzato e forse irrealizzabile pienamente ma che, come nell'arrampicata ma non solo, aveva lasciato i suoi strascichi sì nel rifiuto di un'illusione collettiva ma anche nel recupero di un rapporto sincero con noi stessi e con le passioni vissute con impegno meno ideologico o pseudo introspettivo ma bensì nel più metodico e meticoloso lavoro individuale.

Questo ha lasciato Mike Kosterlitz e quelli come lui alla mia generazione: la forza e la costanza di realizzare un sogno attraverso una passione con reale e perseverante dedizione, senza barare ma anche a saper perdere e a non darsi per vinti il tutto condito dalla concretezza di un impegno profondo e personale; non un sogno apparentemente sterile e fine a se stesso ma bensì una fonte continua di forza interiore che, nel mio piccolo, utilizzo ogni giorno per superare con slancio e determinazione la mia vita quotidiana e che ha portato Mike dov'è ora.

Giovanni Massari

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