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Rock Master 2004 che va, Rock Master che viene

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Angela Eiter e Alexander Chabot hanno vinto il Rock master 2004 di Arco. Il giorno dopo di Arco, tra storie possibili e impossibili


Rock Master

Ci accontentiamo del possibile o vogliamo abbattere il muro dell’'impossibile? Anche la 18a edizione del grande happening di Arco ha scritto il suo verdetto: per la 3a volta consecutiva roi Alexander Chabot ha imposto la sua legge mentre la stella di Angela Eiter ha brillato più che mai, bissando il successo della scorsa edizione. Insomma, il pronostico più vicino al possibile si è puntualmente avverato. Ma, attenzione, sarebbe ingiusto fermarsi alla classifica. La gara di Arco va sempre al di là dei numeri, e se è vero che i vincitori sono rimasti quelli del 2003, non per questo la variante dell'impossibile è rimasta intentata. Così è da sempre: i grandi di ogni epoca si sono sempre laureati (e poi ripetuti) all'università verticale di Arco. Da sempre però il Rock Master è storia fatta di tante storie, tutte tra il possibile e l'impossibile, tutte diverse da edizione ad edizione, tutte da ricordare, come quelle di questo Master 2004...

Prima storia: “La difficoltà dell’on-sight o della difficoltà imprevista”. Quesito di partenza: erano (e vogliamo) vie possibili o impossibili? Subito dopo la ricognizione girava voce che la via “a vista" fosse un gioco “facile” mentre si sapeva che gli atleti avevano trovato lunghissima (leggi molto difficile) quella “lavorata” di domenica. Ergo: poiché qui vince chi totalizza più metri sommando le due prove, ci si preparava ad una partenza con diverse catene (quindi parimerito) da spareggiare poi con la gran mazzata del secondo turno. Partenza soft quindi? Beh, non proprio: i primi due non fanno quasi in tempo a partire che sono già giù, dopo neanche otto metri, cadendo dalla stessa presa: un’infida reglette a banana. Un’autentica mazzata! Se poi, com’è stato, a riceverla sono due simboli dell’arrampicata italiana, come Alberto Gnerro e Cristian Brenna, forse si riesce ad avere un’idea della cappa che è scesa sul prato del Rock Master. Improvvisamente l’atmosfera s’è fatta di ghiaccio, nonostante l’afa che senz’altro è stata uno dei protagonisti del pomeriggio. Ma The show must go on! E Ovtchinnicov s’incarica di superare la presa killer per poi soccombere (con un bel volo) poco sopra il primo tetto. Sì, è proprio una via dura, da conquistare presa per presa. E chi ci riesce benissimo è un fantastico Luca Zardini: un missile determinato e perfetto che va in alto allo stesso ritmo del morale del pubblico, fino a quando si ferma, con la complicità di un scivoloso “micro” rovescio, a metà via. Quanto sia stato bravo è ancora più chiaro vedendo le prove di Bindhammer che cade prestissimo, e poi dell’accreditassimo Usobiaga che supera il cortinese solo di pochissime prese. Una cosa che non riesce nè a Flavio Crespi né a Maxim Petrenko, e soprattutto al campione spagnolo “Ramonet” Puigblanque che si spegne senza riuscire a tenere la stessa presa di Zardini. Solo Sylvain Millet si spinge poco oltre fino a toccare (ma non tenere) lo stesso appiglio di Usobiaga. Finisse qui avremmo una classifica “compressa”, quella giusta per lo spareggio della via lavorata. Ma non è così perchè, ovviamente, all’appello ne mancano ancora due: Chabot e Mrazek, proprio quelli che ci hanno abituati all’impossibile. E’ uno Chabot attento, preciso, concreto quello che parte e che va in alto ad esplorare tutte le prese, i passaggi, ancora vergini. La via è entusiasmante come la sua progressione: una corsa che si spegne a sole 4 prese dal top. Oggi le roi è proprio piaciuto, anche al pubblico! Tocca ora al Campione del mondo e leader della classifica di Coppa del Mondo. La “facilità” di progressione di Tomasz Mrazek è proverbiale anche in quest’occasione: parte da marziano e come sempre non sembra fare fatica. Supera lo scoglio di metà via e si lancia all’inseguimento di Chabot. Probabile catena? Invece no! Tomasz, il Signore dell’impossibile, ci ha abituati al massimo… anche dell’imprevedibilità. Prima ci mette del suo saltando un appiglio. Poi tenta un recupero pazzesco usando un appoggio con il ginocchio… e poi gli capita una cosa mai vista: il bordo del pantalone gli s’impiglia dentro un moschettone, lui tira per liberarsi, ma è come ancorato… e viene giù. Otto metri in meno di Chabot. Il Rock Master è già assegnato? E' stato tutto così rapido e intenso che si fatica a rendersi conto che la prima giornata è già finita. Fin qui è stata una bella gara con un’intensità unica e la lotta, presa per presa, di tutti gli atleti ha catalizzato l’attenzione e creato suspense... peccato però che il primo posto sia già di Chabot, si mormora. Ma, con il senno di poi, avremmo potuto dire: la sicurezza del risultato non esiste... soprattutto in questo Rock Master.

Seconda storia: “La via lavorata o del nulla è scontato in partenza”. La domenica del Rock master maschile è una corsa ad handicap: sulle spalle c’è il risultato (e la fatica) della gara a vista. Dalle spalle, insomma, bisogna scrollarsi di dosso il baratro scavato da Chabot. Così il peso che portano Cristian Brenna e Alberto Gnerro è proprio enorme. Per loro è davvero una mission impossibile, anche se non demordono, soprattutto Cristian che va vicino alla salvezza del primo (relativo) riposo. E’ una via davvero seria, di difficoltà massime: un 8c+ se si volesse fare un raffronto, sempre non corretto, tra difficoltà di gara e falesia. Si parte subito con intensità massima per conquistare (è la parola giusta) il primo mezzo sospiro con un aleatorio passo in traverso a metà parete. Da lì un gioco di prese strong, ma soprattutto un bel gioco di piedi, porta allo spigolo dove, dopo un’altra rifiatata, ci si lancia sul grande tetto ad onda, per proseguire poi verso l’impossibile (!) a toccare il cielo della struttura. Dopo il gran volo a testa in giù (e un po’ di paura) di Ovtchinnikov, che ha tentato il tutto per tutto per raggiungere l’isola della palla bianca ovvero del “riposo”, tocca anche a Petrenko rinunciare al miraggio. Chi non rinuncia a nulla, invece, è un trasformato Bindhammer che non solo arriva alla “palla bianca” ma prosegue per la bellissima placca, rifiata sullo spigolo, va sul tetto e con una piroetta da applauso lo risolve magistralmente. Così, quando all’inizio dell’ultimo tratto, il “Binda” si spegne, è dimostrato: i confini dell’impossibile sono avvicinabili. Il tedesco è da applausi a scena aperta, è stato eccezionale tanto da colmare gran parte dell’abisso che lo separava dai primi. E’ presto per dire che il risultato è in discussione ma è certo che la via è bellissima e fattibile, oltre che dura. Il sogno del tedesco sembra continuare anche con Flavio Crespi. Va così bene Flavio e sembra averne così tanta (di forza) da illuderci, ma la speranza si spegne proprio quando ormai è sicuro l’approdo dello spigolo: questa via non ammette alcun errore. Come non sorride alla statura, certo non gigantesca, di Puigblanque. Ramonet fa le magie: troppo lungo per lui l’appoggio del primo riposo? Nessun problema il “climber senza peso” prosegue sparato per la placca strapiombante finché lancia per raggiungere lo spigolo... senza però fissare la presa. Peccato: lo spagnolo ha sfiorato il miracolo. Poi, a sfiorare il cielo, tenta anche Luca Zardini, almeno finchè la benzina gli gira: Canon arrampica davvero bene fino a metà via, raggiunge il riposo e lì, quasi all’improvviso, rimane a secco... Grande gara anche la sua. Ma, subito dopo, è grandissima quella di Sylvain Millet che, quasi dall’inizio, sembra essere in riserva d’energie ma continuamente riesce a pescarne di nuove da chissà dove arrivando fin sotto il tetto. E’ una sorpresa anche perché un Patxi Usobiaga, irriconoscibile, cade prestissimo e per il Millet questo significa un meritato 3° posto. Quando tocca a Mrazek è chiaro che tutti s'aspettano di vedere il top della via. E Tomasz non si fa pregare, ancora gli brucia l’infortunio delle “braghe impigliate”: va su come un’iradiddio, primo riposo, placca, spigolo, tetto e poi dritto verso la catena. Niente può fermarlo. Anzi solo lui può farlo. E lo fa: salta un appoggio, va di mano sinistra a prendere l’appiglio ma non lo stringe… Tomasz sembra non credere a quanto è successo, il pubblico ancora più di lui! Ma non è finita, il bello deve ancora arrivare. Subito dopo Chabot, soffrendo più che mai, non arriva nemmeno allo spigolo. Tra i due c’è un abisso ma non tale da coprire quello scavato il giorno prima dal francese: per pochi (pochissimi) centimetri Chabot vince al foto finish il Rock Master. Mrazek è l’uomo più sfortunato dell’arrampicata? Mrazek è il vincitore morale? Ancora non si sapeva ma di lì a poco c’era un altro fotofinish che li aspettava. Ma non anticipiamo i tempi, ora è il tempo della storia al femminile.

Terza storia: “Gara femminile ovvero Angela Eiter e la scuola austriaca superstar”. Assente la belga Muriel Sarkany, tutta concentrata sulla Coppa del Mondo, è difficile trovare altra protagonista se non in Angela Eiter per questo Rock Master. La piccola austriaca della premiata scuola di Imst ha dominato la gara sfiorando letteralmente il top della via a vista e conquistando la catena (l’unica del Rock Master 2004) della via lavorata. Non ha avuto proprio rivali Angela. Sandrine Levet ha venduto cara la pelle è vero, ma non è sembrata mai impensierire l’austriaca limitandosi piuttosto a prendere un secondo posto che non è stato poi neppure così scontato, soprattutto visto quanto ha faticato nella via lavorata. Ma la campionessa del boulder è davvero grande, lo sappiamo: lei non molla proprio mai! Così si è difesa dalla sedicenne Katharina Saurwein alla fine 3a mentre 4a è la metodica svizzera Alexandra Eyer. 5a invece è Jenny Lavarda, non certo al limite delle sue possibilità anche se ha disputato probabilmente il suo più bel Rock Master. Una cosa insomma è certa dopo quest’edizione: con Angela Eiter l’arrampicata femminile ha trovato una stella assoluta. Sarà un caso che il suo idolo sia Lynn Hill che qui ad Arco ha vinto 4 Rock Master? Altra cosa quasi sicura è che la sua prossima rivale (esclusa la Sarkany) sarà probabilmente proprio la giovanissima connazionale Katharina Saurwein. Tanto è vero che nel bel testa a testa per il primo posto del duello che assegna il Trofeo Ennio Lattisi, proprio Katharina ha vinto davanti alla Eiter dimostrando una sicurezza davvero notevole. Viva la scuola di Imst quindi!

Quarta storia: “Il duello o dello spettacolo dell’arrampicata sincronizzata”. Vi abbiamo raccontato di come Alexander Chabot abbia vinto il Rock Master superando per un nulla Tomasz Mrazek. Una cosa davvero mai successa ad Arco, non così almeno. Beh, ci credereste che dopo neanche un’ora la cosa si è ripetuta: nel duello per assegnare il Trofeo Ennio Lattisi c’è stato bisogno di visionare il video, giungendo poi alla conclusione di un primo posto “ex aequo”. E’ stato il duello più emozionante mai visto: Chabot e Mrazek hanno affrontato a velocità impressionante la via, sempre alternandosi di poco al comando fino al tetto dove come si fossero sincronizzati hanno afferrato nello stesso istante la presa d’uscita e poi come treni hanno proseguito sempre pari. Di un soffio Tomasz ha afferrato la presa del top, ma Chabot è stato forse più lesto (di un niente) a infilare la corda nel moschettone di catena… Suspense e pubblico in visibilio che chiedeva una nuova corsa di spareggio. Poi il responso della giuria: parità. Forse è meglio così, forse, per come sono andate le cose, Mrazek non avrebbe meritato di perdere ancora sul filo di lana. E’ la legge dello sport ma forse, per una volta, per questa volta, non l’avremmo sopportato neppure noi…

Quinta storia: “Il boulder o della sperimentazione”. Forse, mai come questa volta l’intermezzo del Rock Master classico ha segnato il passo. Si sa, il Sint Rock Boulder Contest è una formula speciale rispetto alla Coppa del Mondo. Molto più rapida e molto più crudele: ad ogni blocco esce chi ha il peggior risultato (due al 1° boulder) fino a lasciare in campo i migliori tre atleti nel 4° e ultimo problema. Questa volta l’esclusione al primo blocco è toccata ad Olga Bibik, tra le donne, e a Mauro Calibani, tra gli uomini. Come dire due dei big assoluti della gara. Non che gli altri in gara fossero da meno, ma insomma un po’ di delusione c’era. Comunque bello tra le donne il percorso netto della francesina Mélanie Son, con tutti i boulder chiusi al primo tentativo. E bella anche la prestazione della fortissima Anna Stöhr, seconda con 3 top al primo tentativo e 1 top al secondo. Terza è Ioulia Abramtchouk mentre solo 5a è Giulia Giammarco, partita alla grande nel primo blocco ma poi persasi (e non è da lei) sulla placca. Tra gli uomini il gran combattente Matthias Müller vince davanti, rispettivamente, al magistrale Daniel Dulac e al solito grande Salavat Rakhmetov. Quello che si ricorderà di questa gara? Per le donne il dubbio diffuso che i blocchi fossero un pochino troppo “facili” e per gli uomini lo spettacolare blocco della placca, davvero bellissimo, e il caldo allucinante, quasi da impraticabilità del campo. Ma il boulder è una passione sicura ed immediata la sensazione è che il pubblico abbia comunque gradito.

Fine della storia… anche se potrebbe continuare. Insomma, l’abbiamo fatta lunga questa volta. Una cronaca (volutamente) eterna perché questo Rock Master 2004, più di altri, ci è sembrato una gara appassionante in ogni salita, ad ogni presa. Una gara che ha richiesto tutto agli atleti e che perciò ha infiammato il pubblico. Merito dei tracciati (belli e durissimi) di Leonardo Di Marino e Donato Lella. Si è osato con la difficoltà e c’è stato spettacolo. Alla fine poteva addirittura esserci il capovolgimento di un pronostico praticamente scontato dopo la prima giornata di gara. Gran merito va agli atleti che hanno sempre dato il massimo e che hanno dimostrato un livello quasi impensabile fino a due anni fa. E poi davvero, questo Rock Master sarebbe stato un peccato non raccontarlo attraverso alcuni episodi, davvero incredibili e difficilmente replicabili che sono accaduti. S’è vista tanta gente e si sono viste tante storie, tutte compresse in un giorno e mezzo. Chissà forse il Rock master e Arco si meriterebbero più spazio… Che ne dite di un intera settimana tra falesie, gare, birre da Pio e varie ed eventuali all’ombra dei Colodri?

Vinicio Stefanello


Trofeo RockMaster - maschile
1. Chabot Alexandre FRA
2. Mrázek Tomás CZE
3. Millet Sylvain FRA
4. Bindhammer Christian GER
5. Puigblanque Ramón Julián ESP
6. Crespi Flavio ITA
7. Zardini Luca ITA
8. Usobiaga Patxi ESP
9. Petrenko Maxim UKR
10. Ovtchinnikov Evgueni RUS
11. Brenna Cristian ITA
12. Gnerro Alberto ITA

Trofeo RockMaster - femminile
1. Eiter Angela AUT
2. Levet Sandrine FRA
3. Saurwein Katharina AUT
4. Eyer Alexandra SUI
5. Lavarda Jenny ITA
6. Cufar Martina SLO
7. Knorr Damaris GER
8. Bacher Barbara AUT
9. Vidmar Maja SLO

The duel femminile - Trofeo Ennio Lattisi
1) Saurwein Katharina AUT
2) Eiter Angela AUT
3) Levet Sandrine FRA
4) Eyer Alexandra SUI

The duel maschile - Trofeo Ennio Lattisi
1) Tomàs Mràzek CZE - Chabot Alexandre FRA
3) Millet Sylvain FRA
4) Bindhammer Christian GER

Sint roc boulder contest - maschile
1. Müller Matthias SUI
2. Dulac Daniel FRA
3. Rakhmetov Salavat RUS
4. Oleksy Tomasz POL
5. Meyer Jérôme FRA
6. Kazbekov Serik UKR
7. Calibani Mauro ITA
8. Ghidini Stefano ITA

Sint roc boulder contest femminile
1. Son Mélanie FRA
2. Stöhr Anna AUT
3. Abramtchouk Ioulia RUS
4. Perlova Natalia UKR
5. Giammarco Giulia ITA
6. Bibik Olga RUS
7. Danion Juliette FRA

Parallelo Velocità
1. Oleksy Tomasz POL
2. Soubbotine Iakov RUS
3. Pechekhonov Alexandre RUS
4. Komondi Csaba HUN
5. Mecherzynski-Wiktor Andrzej POL
6. Boulbahaiem Salah BEL
7. Hroza Libor CZE
8. Svacha Jiri CZE


Nella foto Angela Eiter, vincitrice Rock Master 2003 e 2004 (ph Giulio Malfer).

Portfolio Giulio Malfer
Expo The North Face
Expo La Sportiva
Rock Master 2003

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