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Durante l'apertura di El Chaman Loco, El Salto, Messico (Simone Pedeferri, Paolo Marazzi, Marco Maggioni 11/2015)
Fotografia di archivio Paolo Marazzi
Durante l'apertura di El Chaman Loco, El Salto, Messico (Simone Pedeferri, Paolo Marazzi, Marco Maggioni 11/2015)
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Durante l'apertura di El Chaman Loco, El Salto, Messico (Simone Pedeferri, Paolo Marazzi, Marco Maggioni 11/2015)
Fotografia di archivio Paolo Marazzi
Marco Maggioni, Paolo Marazzi e Simone Pedeferri durante l'apertura di El Chaman Loco, El Salto, Messico
Fotografia di archivio Paolo Marazzi
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El Chaman Loco, nuova via d'arrampicata in Messico di Maggioni, Marazzi e Pedeferri

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Nel novembre 2015 Simone Pedeferri, Paolo Marazzi e Marco Maggioni hanno aperto El Chaman Loco sulla parete El Chaman ad El Salto in Messico. Alcuni tiri della via di 400m sono ancora da liberare, con difficoltà stimate attorno a 8c. Il report di Paolo Marazzi.

Non si inizia mai un articolo con un PS, questo acronimo, significando Post Scriptum, dovrebbe essere alla fine di un articolo una storia o comunque a un testo. Io voglio metterlo all’inizio per avvisarvi subito di una cosa molto importante:

PS: se dovete viaggiare con il Simone Pedeferri o con Marco Maggioni sappiate che dovete accudirli per tutto il viaggio, per tutto ciò che è la comunicazione in lingua straniera, e straniera intendo qualsiasi lingua! Per il resto… beh per il resto viaggiare con loro è una vera figata, una perfetta unione tra timidezza e riservatezza di Marco e espansività del Simo.

La partenza è avvenuta il 15 novembre, dopo qualche ritardo con l’aereo, una compagnia di rental car che pareva essere fasulla e una notte passata in hotel a Monterrey siamo arrivati a El Salto. Un piccolo villaggio apparentemente molto tranquillo a nord del Messico. Il mio specificare "apparentemente" si riferisce a tutte le moto o le jeep che entravano ogni giorno nel canyon, dove noi scalavamo, e dove abbiamo aperto la via, sgommando e tenendo musiche tipiche messicane ad altissimo volume.

I primi giorni li abbiamo passati a binoculare e ricercare pareti, tutto appariva bello ma alla fine non lo era, la roccia era spesso marcia e alcune pareti risultavano troppo sporche per noi che avevamo solo venticinque giorni. Assieme a noi, per aiutarci nella ricerca c’era un canadese, Ulric Rousseau, un canadese che passa oramai da 7-8 anni, cinque mesi li nel suo furgone per chiodare falesie. Sin dal primo giorno lui ci aveva indicato questa parete, El Chaman; però non ci convinceva, o forse un po’ ci intimoriva. La sua storia era fantastica, particolarissima, pazzesca.

Era stata tentata vent’anni fa da Paco Medina e Alex Patino, due messicani futuristici che però, per mancanza di soldi avevano abbandonato l’idea. Poco dopo Paco, per un amore sbagliato e per un po’ di peyote si trova in una clinica psichiatrica in Francia con meta del corpo paralizzato e un tentativo di suicidio alle spalle, di Alex non sappiamo moltissimo anche se ho avuto qualche contatto via mail con lui; da quel poco che abbiamo potuto sapere anche lui era abbastanza avvezzo al cactus che tanto fa viaggiare. Ma di lui non so molto.

Dopo dieci anni un altro "visionario" messicano ha aperto la linea apparentemente più facile (anche qui parlo di apparentemente visto che poi la via è stata liberata da Honnold e gradata 5.13-). Lui era Jimmy Carse, un personaggio che passava le notti a suonare in club musica elettronica di ottimo livello utilizzando ogni droga possibile e appena sorgeva il sole, al posto che dormire andava a El Salto e chiodava. Pure lui ora è in un centro di disintossicazione negli Stati Uniti.

Insomma… le prime tre persone che avevano salito o tentato quella parete erano stati forse attratti dal vortice di El Chaman. Il fascino si faceva sentire sempre più. Provare ad aprire una via su quella parete doveva essere un esperienza da vivere.

Cinque giorni dopo il nostro arrivo allora, io e Simone abbiamo risalito il primo zoccolo fino ad arrivare alla fissa lasciata da Paco e Alex, una campata unica, lunga 100m di una statica di vent’anni fa che conduceva a uno strapiombo impressionante, un "babao" come ha subito detto il vecchio. Lasciato un po’ di materiale in cengia e fissata la prima parte siamo scesi per tornarci il giorno dopo. La roccia risulto più sporca e marcia del previsto, ma la linea era pazzesca, quei due messicani erano davvero visionari vent’anni fa. Dopo 6 giorni di apertura siamo arrivati in "cumbre" o meglio, appena sotto, dove finiscono le difficoltà e iniziano i cactus.

Questi giorni ovviamente non sono stati, causa meteo o affaticamento, consecutivi. Da li a breve Marco avrebbe dovuto prendere l’aereo. Il tentativo di libera l’abbiamo poi fatto io e Simone dopo la partenza di Marco; ma non eravamo soli, si era unito a noi un cane randagio del paese il Perro. Tutti i pochi scalatori che stavano li lo amavano e coccolavano, come anche noi d’altronde, unica differenza era che con gli altri poteva andarsene semplicemente in falesia, essere coccolato e stare al sole. Invece ha scelto di seguire noi, che lo mollavamo sotto la parete, se ne stava tutto il giorno da solo all’ombra e ogni tanto arrivava pure qualche blocco che ci si staccava. Non abbiamo mai capito perché, ma aveva scelto noi, non voleva le comodità o la banalità, aveva scelto i meno sani di tutti. Zero giorni di riposo, si parte sempre presto e si torna con la frontale, tutte cose che seguendo altri climber non avrebbe dovuto fare.

Alla fine la via ha quasi un suo completo e chiaro tracciato, su 14 tiri solo 4 sono ancora da scalare in libera ma un grado approssimativo siamo riusciti a darlo. D’altronde in due giorni di super freddo abbiamo poi fatto quel che potevamo diventando fedeli compagni di antidolorifici e antinfiammatori.

Ora El Chaman Loco esiste e torneremo di sicuro a provare a dare una continuità anche a quei pochi metri che ci mancano da scalare.

Un enorme ringraziamento va anche ad Alex e Connie, marito e moglie loca, che ci hanno aiutato e ospitato a casa loro come se fossimo i migliori amici da una vita. Anche su di loro potrei raccontare storie strabilianti ma si discosterebbero troppo dall’arrampicata e forse non è proprio il luogo adatto per raccontarle.

di Paolo Marazzi

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